LA GUERRA DEL POLITICAMENTE CORRETTO CONTRO DOSTOEVSKIJ, LA VODKA E LO ZAR

Il politicamente corretto miete vittime nei campi liberi dell’arte, della cultura, dello sport. Le prime perdite sono Paolo Nori e Fëdor Dostoevskij. Il talento vale meno della vita? Il docente del dipartimento di studi umanistici dello Iulm, autore del libro Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij, avrebbe dovuto tenere alla Bicocca di Milano un corso sull’autore russo in quattro lezioni, “gratuite a tutti”. Qualche giorno prima, con un groppo alla gola, ha annunciato su Instagram che il corso era stato cancellato, “per evitare ogni polemica”. Così gli hanno scritto dal prorettorato. “Come? – ha subito reagito lui –. Bisognerebbe parlare di più oggi di Dostoevskij!”. Gesto “volgare e indegno del sapere”, ha chiosato. Controffensiva. Il web è insorto, obbligando la marcia indietro, mentre i radical chic piddini avevano già pronta la sostituzione, come ha spiegato Gianni Cuperlo travolto dai suoi iscritti. “E’ stato un malinteso”, hanno cercato di sminuire dalla Bicocca avanzando che “per ristrutturare il corso, ampliare il messaggio e aprire la mente degli studenti si era pensato di aggiungere a Dostoevskij alcuni autori ucraini”. Come ha scritto sulle nostre pagine Tommaso Zuccai, “la toppa peggio del buco. Paolo Nori, e tanti altri, ancora più scandalizzati: “Non condivido questa idea che se parli di un autore russo devi parlare anche di un autore ucraino. Se la pensano così, fanno bene. Io purtroppo non conosco autori ucraini, per cui li libero dall’impegno che hanno preso e il corso che avrei dovuto fare in Bicocca lo farò altrove”.

Siamo in piena “cancel Culture”, la guerra nella guerra, o forse la guerra per la guerra. Ritenuta la goliardia di un estremismo paradossale aveva dato tutti i segnali di purghe odiose e pericolose. Da Via col Vento a Minni e Topolino alla memoria di Indro Montanelli, considerando che per rappresaglia gli Usa di Biden stanno proibendo Walt Disney ai bambini russi. Sono gli equilibri del mainstream da Festival di Sanremo, dove c’è Orietta Berti c’è anche Achille Lauro, applicati all’arte e alla letteratura mondiali, ai paradigmi delle nazioni. Chiamano questa “libertà” per cui armarsi, andare al massacro e determinare esodi immani. Come se l’Europa e l’Italia di due guerre e del libero pensare avessero dimenticato Ezra Pound incarcerato per le sue idee filofasciste, il Nobel negato a Jorge Luis Borges per non aver attaccato Pinochet, per non arrivare a Galileo cinquecento anni esiliato o Giordano Bruno mandato sul rogo. E se la Russia, o chi altri, decidesse che per salire su un palco un artista italiano dovesse condannare il suo paese o elogiare per forza qualcuno? Come è accaduto al direttore di San Pietroburgo, Valery Gergiev, che il 24 febbraio dirigeva a La Scala “La donna di picche” di Ciaikovskij. Oltre tutto con un’orchestra tutta italiana, un maestro russo per un artista russo. Si sono levate contestazioni, fischi, perfino un “vattene”. Segnali inquietanti, discriminazioni al contrario. Nei giorni precedenti la Cisl aveva chiesto al sovrintendente Dominique Meyer di domandare una dichiarazione ufficiale a Gergiev.

Poi è stato il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, che è presidente del teatro, ad avanzare pretese: “Con il sovrintendente gli stiamo chiedendo di prendere una posizione precisa e se non lo facesse non sarà lui a dirigere le prossime rappresentazioni della Dama”. ”Partigiani per forza” tra una Russia post caduta del Muro e retorica delle resistenze. L’ultima polemica coinvolge il soprano Anna Netrebko, insigne protagonista delle ultime prime a Milano. Dopo aver annunciato che non salirà sul palcoscenico del Piermarini il 9 marzo per “Adriana Lecouvreur”, si è schierata platealmente al fianco di Valery Gergiev. “Sono contraria a questa guerra – ha detto –. Voglio che finisca e la gente possa vivere in pace, ma costringere a denunciare la propria terra d’origine non è giusto”. Nello sport anche dei cinque cerchi si è scatenata la caccia al russo. Sono stati cancellati tutti gli appuntamenti in Russia e con la Russia. La Fifa ha sospeso la nazione di Putin dagli spareggi Mondiali di Qatar 2022.

“Basta coi capitali degli oligarchi”, serpeggia. Il presidente dell’Ipc, Andrew Parsono, ha reso nota la decisione di escludere gli atleti russi e bielorussi dai Giochi Paralimpici invernali di Pechino 2022: “Agli atleti paralimpici dei due paesi diciamo che siamo molto dispiaciuti, ma siete vittime delle azioni dei vostri governi”. Inaudita provocazione. Insomma è caduta la terzietà pacifista e della nostra Europa dell’Inno alla Gioia e del ripudio di ogni guerra, mentre la debole Italia dei governi senza legittimità sbanda e si accoda. Sono stati varati già 500 milioni di aiuti in armi e sostegni e il nostro Parlamento in una seduta bulgara ha stanziato oltre 100 milioni di armi e aiuti in forma segreta e attraverso mercenari. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha definito in tv “bestia e animale” Vladimir Putin, indicato dagli Usa dei transgender di Biden come il novello Hitler. L’Ucraina “vittoria o morte”, non solo luci e anche dalle contraddizioni sconvolgenti, dovrebbe essere il nostro santo Graal. Il professor Franco Cardini, storico con lauree honoris causa nelle università russe, ha rammentato: “Gli incidenti sono cominciati nel 1994, quando la Nato, sotto il comando degli Stati Uniti, ha cominciato ad attaccare la Bosnia.

Non ci sono bambini che si stringono ai loro peluche o vecchiette che attraversavano la strada soltanto a Kiev. Quando bombardavamo Belgrado non ce li hanno fatti vedere”. Maria Giovanna Maglie a “Controcorrente” su Rete 4 ha assaggiato l’irriducibile giornalista ucraino che pretendeva il consenso sulla confisca delle ville degli oligarchi. Intanto gira la notizia di una presunta dimora nelle colline toscane del presidente comico Zeleskjy comperata due anni fa per 3,8 milioni di euro. Come il sottapancia di un film horror scorrono le notizie dei rincari, del prolungamento dello stato di emergenza, dei provvedimenti sul catasto e nessuno si stupisce se in poche ore si è passati dai green pass e lockdown a masse di gente senza mascherine e nessun controllo. Davvero c’è chi pensa che con la cancel Culture, il politicamente corretto e le sanzioni assurde troveremo il benessere, la libertà e l’amicizia? Si può pensare che ricacciare la Russia agli isolamenti della guerra fredda, demonizzare e farsi inghiottire dalle diaspore dell’Est, invece di domarle, ci farà uscire dalla crisi? Si vincerà proibendo la vendita della vodka? Arriveremo a chiedere agli amanti di Tolstoj di scegliere, o guerra o pace, come lo stesso Parlamento Europeo che minaccia di bandire per quieto vivere “il buon natale” esalta il pugno alzato di un comico contro uno Zar?

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