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“Winner takes all assoluto”, “Winner takes all relativo”: quando, come, dove, perché

1) Winner takes all assoluto 

Allora, quarantotto Stati USA (Maine e Nebraska esclusi) più il Distretto di Columbia – dal 1848 allorquando si cominciò a votare per la bisogna “il primo martedì dopo il primo lunedì del mese di novembre dell’anno bisestile” – scelgono i loro Grandi Elettori con il ‘winner takes all assoluto’.
(Va ripetuto – non solo qui ma all’infinito – che l’elezione del Presidente degli Stati Uniti d’America non è di primo grado – il popolo non lo vota direttamente – ma di secondo, spettando la nomina, nel Collegio che costituiscono, ai predetti Grandi Elettori “il primo lunedì dopo il secondo mercoledì del successivo mese di dicembre”, salvo il caso straordinario – avvenne nel 1824 – che nessun candidato raggiunga la maggioranza assoluta nel citato Collegio e l’incombenza passi alla Camera dei Rappresentanti).

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I “grandi” Presidenti. Arrivati a White per l’intervento della Divina Provvidenza?

Irrispettosa nei confronti dell’Unione la frase che Otto von Bismarck ebbe a suo tempo a pronunciare guardando alla Storia della allora ancora giovane Nazione?
Suonava: “Esiste una particolare Provvidenza Divina a favore dei bambini, dei pazzi, degli ubriachi e degli Stati Uniti d’America!”
Ebbene, irrispettosa che sia questa considerazione, guardando ad almeno quattro dei ‘grandi’ Presidenti realmente riformatori capaci di lasciare ampia traccia del proprio passaggio, a ‘come’ sono arrivati ad occupare lo scranno presidenziale, appare assolutamente vera, verissima.
Premesso che, ovviamente, i pareri in merito possono divergere totalmente e che non pochi potrebbero obiettare anche con durezza.
Premesso che il Padre della Patria George Washington va considerato a parte.
I quattro ‘grandi’ alle cui vicende e al cui percorso elettorale, al fine di dimostrare la eventuale fondatezza dell’affermazione del vecchio Cancelliere, occorre interessarsi sono, nell’ordine storico,
Thomas Jefferson 
Abraham Lincoln 
Theodore Roosevelt 
Lyndon Johnson.
(I primi tre – con Washington – guarda caso, immortalati sul Rushmore da Gutzon Borglum che, scolpendo in anni precedenti, non potette evidentemente includere Johnson). 
Ecco – con esclusivo riferimento a ‘come’ i quattro sono arrivati alla massima carica – i fatti.

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Nikki Haley al posto di Mike Pence? I precedenti

Di quando in quando, comunque di recente, circola negli USA l’ipotesi di una sostituzione nel ticket repubblicano per il 2020.
Non più Mike Pence nel ruolo di aspirante alla conferma quale Vice.
Al fianco di Donald Trump, invece, l’ex Governatore ed ex Ambasciatore all’ONU Nikki Haley.
Ipotesi al momento azzardata, ma non si sa mai.
Guardando al passato, è già accaduto che in vista di un secondo mandato il Presidente uscente abbia sostituito il proprio running mate.
Il primo caso (anomalo visto il sistema elettorale precedente la riforma del 1804 e quindi differente), concerne Thomas Jefferson che ebbe al fianco Aaron Burr nel primo quadriennio e George Clinton nel secondo.
Poi, davvero particolare la circostanza riguardante John Calhoun.
Vice prima di John Quincy Adams e subito dopo, cambiando cordata, del successore Andrew Jackson, fu sostituito da quest’ultimo nel secondo mandato da Martin Van Buren, primo Vice arrivato alla Casa Bianca immediatamente dopo avere esercitato appunto la funzione vicaria.

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USA: alcolici e indipendenza

Astemio.
Sono assolutamente astemio.
Da sempre.
Non è che prima bevessi e adesso no.
Di più – e non chiedo affatto scusa – considero i bevitori dei perfetti imbecilli.
Certo, c’è di peggio.
Per esempio i drogati.
Starei per dire, anche i tatuati.
Perfino, i padroni di cani portati in giro senza museruola.
E se penso al fatto che un numero infinito di imbecilli è alcolizzato, drogato, tatuato e magari possiede anche un cane…
Ciò detto, la voglia – non l’inesistente anche se sbandierata necessità – di bere ha storicamente avuto conseguenze particolarmente importanti in determinate circostanze.
Per esempio, quanto alla nascita degli Stati Uniti d’America.

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Il Sud democratico Il Sud repubblicano Il Sud 2016

La storia delle elezioni presidenziali americane, in particolare nel Sud Usa

Varese, nel giorno del 2018 dedicato a sant’Elfego il Vecchio
Necessaria premessa.
Nelle righe che seguono mi occupo delle elezioni presidenziali, in particolare nel Sud Usa, a partire dalle prime successive alla Guerra di Secessione. Non di quelle congressuali né di quelle governatoriali o locali i cui risultati quanto ai partiti votati possono tendenzialmente nei vari momenti coincidere ma anche divergere. Nelle righe che seguono capita che il partito democratico venga definito ‘dell’asino’ e i suoi aderenti ‘asinelli’, visto che proprio un asino ne è dai tempi di Andrew Jackson il simbolo. Occorre altresì che il partito repubblicano sia chiamato ‘dell’elefante’ e i suoi adepti ‘elefantini’ essendo dall’Ottocento il pachiderma in questione il simbolo del ‘Grand Old Party’, da cui l’acronimo GOP. Ancora, si parlerà di ‘cintura della Bibbia’ (’Bible Belt’) a proposito degli Stati meridionali nei quali la religione è fortissimo motivo di schieramento, e di ‘cintura della ruggine’ (’Rust Belt’) con riguardo ai territori del Nord e del Middle West nei quali la crisi economica della fase finale degli anni Dieci del terzo millennio ha provocato la chiusura di molte fabbriche e appunto la ruggine dei macchinari inutilizzati. Infine, gli Stati che votano democratico sono colorati nella carta geografica di blu (’Blue States’) mentre quelli che si esprimono per i repubblicani si colorano di rosso (’Red States’).

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Mitt Romney torna in pista

Venerdì, l’ex governatore del Massachusetts ha annunciato la sua candidatura per il seggio senatoriale dello Utah.

Di fede mormone, Romney ha generalmente militato nelle file più centriste del Partito Repubblicano, cercando per due volte di arrivare alla presidenza degli Stati Uniti. Ma senza troppa fortuna. La prima, nel 2008, fu sconfitto durante le primarie repubblicane da John McCain. La seconda, nel 2012, riuscì a conquistare la nomination ma fu sconfitto da Barack Obama alla General Election. In entrambi i casi, scontò la sua immagine troppo moderata e – in particolare – la sua fede religiosa. Ha infatti subìto ripetutamente l’ostracismo della destra evangelica, che non lo ha mai digerito, scegliendo di boicottarlo

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Donald Trump, un anno dopo. Bilanci e incognite

Il 20 gennaio 2017 il tycoon giurava da presidente. E sta finendo il periodo in cui il capo della Casa Bianca ha le briglie più sciolte, non condizionate da scadenze elettorali: il 6 novembre c’è il voto di Midterm

Un anno e mezzo. Una volta eletto per il primo mandato, il presidente degli Stati Uniti ha un anno e mezzo, diciotto mesi, per governare. Per governare senza eccessivi lacci e impedimenti. Senza essere condizionato da scadenze elettorali. Trascorso tale periodo, avvicinandosi le Mid Term Elections, tutto cambia. I doveri nei confronti dei parlamentari «amici» nonché del partito stesso viepiù prevalgono e vincolano. Non che nel predetto periodo «aureo» possa il Capo dello Stato Usa fare davvero quello che vuole.

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La battaglia di Saipan: l’inizio della fine della Guerra del Pacifico

Saipan è una piccola isola situata nell’Oceano Pacifico Occidentale, un paradiso tropicale dalla spiaggia bianchissima e dalle acque più limpide che si possano immaginare, appartenente all’arcipelago delle Isole Marianne Settentrionali, oggi amministrata dagli Stati Uniti d’America.

Nella torrida estate del 1944, contrariamente alla vita solare e tranquilla che, oggigiorno, i suoi abitanti vi conducono, essa fu la sede di una delle più cruente e decisive battaglie della guerra combattuta fra gli USA e il Giappone per il controllo del mare più grande e strategico del mondo.

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