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La Corea del Nord? Gli Stati Uniti, alla fine, non l’attaccheranno

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Venti di guerra soffiano impetuosi e inquietanti sull’Asia Orientale.

L’ultimo, recentissimo test missilistico messo in atto dalla Corea del Nord, datato 28 luglio, ha rappresentato un netto salto di qualità nelle capacità balistiche del regime di Pyongyang.

E’ ormai un fatto noto al mondo intero che, per la prima volta nella sua storia, il piccolo “regno eremita” sia riuscito a far funzionare un razzo ICBM (intercontinental ballistic missile) in grado di raggiungere – e colpire – la costa occidentale degli Stati Uniti. Il passaggio mancante, a detta degli esperti del Pentagono non lontano dall’essere conseguito, è la miniaturizzazione, all’interno del missile, di una testata nucleare.

La politica estera della prepotenza

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Il Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, Rex Tillerson, dichiara che gli USA difenderanno «gli innocenti nel mondo». Non si sa esattamente chi, dall’alto (ispirazione divina?), o dal basso (pressione democratica delle masse?), abbia conferito agli Stati Uniti d’America il diritto di intervenire unilateralmente in ogni angolo del pianeta. Può essere che non tutti gli amici degli USA siano propriamente “innocenti”, ma, nel predetto diritto d’intervento unilaterale, rientra certamente quello di valutare contro chi si debba usare il massimo di rigidità e di durezza ed a chi, invece, possa essere accordato un trattamento più benevolo.

Alla fine degli anni Sessanta, inizi degli anni Settanta, del ventesimo secolo, c’era meno ipocrisia e l’Amministrazione USA ammetteva di contare dittatori impresentabili e sanguinari fra i propri sodali. Soltanto che erano sì degli autentici figli di puttana” (“sons of bitch”), ma erano i “nostri” figli di puttana.

Donald non è Ronald

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Donald non è Ronald, ma del resto neppure la Merkel può essere paragonata alla Tatcher.
Dobbiamo quindi accontentarci di leader liberal-conservatori sulle due sponde dell’oceano che se non saranno in grado di imporre al mondo i valori della democrazia occidentale, almeno siano in grado di difenderli. Già, perché l’eredità di Obama in politica estera (di cui Hilary Clinton è corresponsabile almeno per il primo mandato) è disastrosa.
Dalle primavere arabe è emersa l’ISIS.
La Cina comunista è in piena fase espansionistica anche sul piano militare nel mar Cinese Meridionale.

Un panorama internazionale e nazionale preoccupanti

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La situazione internazionale presenta aspetti inquietanti. L’esito delle elezioni statunitensi è, invero, un punto interrogativo. Come si comporterà la nuova amministrazione che non gode del conforto della maggioranza dell’opinione pubblica? Sarà all’altezza delle responsabilità che la carica comporta?

E’ vero che, volendo, gli esperti nei vari settori non mancherebbero, ma non è certo che il neo presidente sia in grado di operare le scelte opportune. La scelta dei collaboratori potrà, quindi, rappresentare per Trump l’hora della verdad. I problemi sul tappeto sono, invero, numerosissimi e di notevolissimo spessore: la situazione del Medio Oriente, del Nord Africa, dell’Africa Sub Sahariana, dell’Afghanistan, del Pakisttare, l’espansionismo economico della Cina, la pressione emigratoria dall’America Latina verso gli Stati Uniti senza contare i flussi migratori verso l’Europa.

In un GOP sempre più europeo, Ted Cruz si ritira

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Nonostante un sistema bipartitico solido, i partiti per lo più sono coalizioni. E una di queste, la coalizione conservatrice reaganiana, un amalgama di cristianesimo evangelico fondamentalista, libero mercato e sudismo conservatore, ha dominato il partito repubblicano negli USA per più di 35 anni. Ma adesso questa coalizione è in crisi. Donald Trump è in netto vantaggio e non appartiene a nessuna di queste tre fazioni, ma anzi, per anni è stato vicino al partito democratico newyorchese.

La battaglia di Saipan: l’inizio della fine della Guerra del Pacifico

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Saipan è una piccola isola situata nell’Oceano Pacifico Occidentale, un paradiso tropicale dalla spiaggia bianchissima e dalle acque più limpide che si possano immaginare, appartenente all’arcipelago delle Isole Marianne Settentrionali, oggi amministrata dagli Stati Uniti d’America.

Nella torrida estate del 1944, contrariamente alla vita solare e tranquilla che, oggigiorno, i suoi abitanti vi conducono, essa fu la sede di una delle più cruente e decisive battaglie della guerra combattuta fra gli USA e il Giappone per il controllo del mare più grande e strategico del mondo.

Pearl Harbor

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La Provvidenza divina (il riferimento è al mio saggio ‘La Provvidenza divina e gli Stati Uniti d’America’ – MdPR) ha aiutato gli USA, in modo a volte contorto ed inspiegabile anche in guerra.
Non so se sia stato per l’intercessione della ‘Madonna del Buon Soccorso’ di New Orleans che Andrew Jackson riuscì a sconfiggere la forza di invasione britannica formata da veterani della Guerra Peninsulare e guidata dal cognato di Wellington, ma certamente l’incredibile vicenda dell’attacco giapponese a Pearl Harbor, sul quale sono stati versati fiumi di inchiostro, lascia a tutt’oggi, come minimo, perplessi sui tortuosi percorsi della Provvidenza ovvero sulle beffe della dea Fortuna.

Il gran rifiuto di Joe Biden

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22 ottobre 2015 – Alla fine si è tirato indietro: Joe Biden ieri ha formalmente annunciato che non si candiderà per la conquista della nomination democratica.
Una notizia pervenuta in extremis, dopo mesi di rumores che davano l’attuale vicepresidente sempre più prossimo alla discesa in campo.
Eppure tutto si è concluso in un nulla di fatto.