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Divide et Impera

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In previsione delle elezioni che potrebbero tenersi entro l’anno o agli inizi del 2018 i partiti del centro-destra dovrebbero sforzarsi di unire le loro forze. Stando, infatti, ai sondaggi, anche se sono sempre aleatori, gli elettori propenderebbero per indirizzare i loro suffragi bilanciando le preferenze tra i partiti della sinistra e quelli del centro destra. I “cinque stelle” dovrebbero mantenere – salvo qualche errore di percorso – il loro elettorato.

Risulta perciò evidente che un centro-destra non fortemente coeso non avrebbe speranza di prevalere e il PD, probabilmente ancora guidato dal furbo Toscano, avrebbe buon gioco alleandosi, se del caso, con i Grillini.
Diverso sarebbe l’esito della tenzone se il Centro-Destra riuscisse a chiamare a raccolta esponenti “molto qualificati” della società italiana. Sta al Presidente Berlusconi effettuare siffatto tentativo, che è, indubbiamente, di grande difficoltà.
Presti perciò ascolto ai consigli dei suoi fidati consulenti: Gianni Letta e Confalonieri e non ai vari suoi Diadochi che pensano solo al loro orticello. Altri mente, ancora una volta, prevarrà chi meglio saprà applicare l’antico detto: “dividi e comanda”. E l’Italia sarà “di dolore ostello” perché il quadro internazionale è molto fosco.

Qualche riflessione sul panorama politico da parte di un osservatore che si sforza di essere distaccato

Politica-Italiana

Il c.d. “renzismo sembra al capolinea. IL suo caudillo, preso da giovanil baldanza, ha tirato troppo la corda e la fune si è spezzata.

Il Partito Democratico sta ora mostrando la sua duplice natura: quella vetero comunista, che tanti danni ha procurato all’Italia, e quella per così dire “social democratica”.
E ciò produce instabilità malgrado le buone intenzioni dell’attuale Primo Ministro Gentiloni.
Quanto all’opposizione non si intravede un partito o un’alleanza idonei ad affrontare autorevolmente i difficilissimi problemi del momento (modestissimo incremento economico, perdurante disoccupazione giovanile, crisi dell’Unione Economica Europea, afflusso di profughi che rischia di stravolgere il nostro equilibrio socio-culturale).
I “CINQUE STELLE”, malgrado i successi elettorali, frutto soprattutto del disgusto di una parte dell’elettorato verso i partiti tradizionali, non sembrano avere un programma ben articolato e di disporre di uomini o donne all’altezza.

Per rilanciare l’Italia, più che il referendum, bisogna puntare a ridurre imposte e spesa pubblica

19.11.2012. Crisi economica e finanziaria

Si deve riconoscere a Renzi dignità e senso dello Stato nel modo in cui ha gestito la sconfitta referendaria e nell’annuncio delle sue dimissioni.

L’errore è stato ricercare un plebiscito su di sé, col pretesto di una riforma costituzionale (ancorché necessaria) assai pasticciata, invece di occuparsi delle reali questioni che compromettono il benessere degli italiani.

Data la modestia nel tasso d’espansione della nostra economia rispetto a quella tedesca, britannica e irlandese (quest’ultima, con imposte sul reddito delle imprese al 12,5%, in questi ultimi 2 anni ha superato il 16% annuo medio di aumento del PIL) è ragionevole pensare che in 3 anni di governo bisognava fare molto di più!

Un quattro dicembre da ricordare

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Ho l’abitudine di andare a votare presto e, passate da poco le otto del mattino, ero già tornato a casa, dopo aver assolto il mio dovere di elettore. Quella domenica, 4 dicembre 2016, avevo sensazioni negative. Nelle settimane precedenti, avevo visto il Presidente del Consiglio Renzi occupare tutti i possibili spazi televisivi e temevo che una parte rilevante dell’opinione pubblica, quella più anziana, che frequenta poco la rete Internet o la disconosce del tutto, avrebbe finito per lasciarsi condizionare dal messaggio per il Sì, veicolato massicciamente dai canali televisivi.

Nel mio piccolo, ho cominciato a studiare la proposta di riforma costituzionale e, immediatamente, ad oppormi ad essa, fin da quando fu presentato il disegno di legge costituzionale d’iniziativa governativa (DDL n. 1429, Atti Senato, a firma del Presidente del Consiglio dei Ministri, Renzi, e del Ministro per le Riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento, Boschi). Il mio primo articolo al riguardo, pubblicato nel quindicinale on-line di Critica Liberale, titolato “I malcontenti del Senato”, reca la data del 12 maggio 2014.

“Nec quid nimis” (=Mai il troppo)

epa05660299 The Italian Prime Minister, Matteo Renzi, speaks at the Palazzo Chigi in Rome, Italy, 04 December 2016 after the referendum on constitutional reform, with his wife Angese Landini in the background. Matteo Renzi has announced his resignation after exit polls on 04 December 2016 suggest a 'No' vote victory in a crucial referendum to which Renzi had tied his political future. The referendum is considered by the government to end gridlock and make passing legislation cheaper by, among other things, turning the Senate into a leaner body made up of regional representatives with fewer lawmaking powers. It would also do away with the equal powers between the Upper and Lower Houses of parliament - an unusual system that has been blamed for decades of political gridlock.  EPA/GREGOR FISCHER

Sembra che sul tempio di Delfo fosse scolpito questo ammonimento attribuito ad Apollo
Simile nel contenuto è la considerazione che figura nelle massime de La Rochefoucauld (v.CLIX):”Ce n’est pas assez d’avoir de grandes qualités, il en faut avoir l’économie” (= Non basta avere delle grandi qualità bisogna saperle spendere bene).
In sostanza è l’esortazione alla moderazione. E’ anche l’aurea massima: “In medio stat virtus”.
Venendo ai nostri giorni: la sconfitta referendaria del Primo Ministro Renzi ha molteplici cause ma , a nostro sommesso parere, la principale è individuabile nell’eccesso di presenze in tutti i fori e dall’Alpi alle Piramidi. E questo ha generato fastidio e sospetto -peraltro non infondato-circa le finalità del referendum stesso ovvero accrescere i poteri dell’Esecutivo.

Sì o No al prossimo referendum, con eventuale rischio di default dell’Italia

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Nel 2011, con lo spread oltre i 500 punti e i tassi d’interesse sul BTP decennale oltre il 7%, l’Italia ha seriamente corso il rischio di un default. Non andrebbe quindi sottovalutato l’attuale trend di crescita dello spread soprattutto perché in questi anni i problemi strutturali dell’Italia – a partire da assenza di crescita, elevatissimo debito pubblico, elevata disoccupazione e bassa produttività – sono tutt’altro che risolti.

Solo l’aggancio con l’Europa e il “quantitative easing” della Bce impediscono la deriva dell’Italia, nonostante una rilevante fetta della popolazione sembri non comprenderlo, a giudicare dal consenso elettorale dei partiti dichiaratamente anti-europei.

Caro Renzi, su immigrazione e politica economica sbagli

13/09/2016, Milano, presentazione del Patto per Milano. Nella foto il presidente del Consiglio Matteo Renzi

Renzi ha ragione sul fatto che i leader di Francia e Germania non stiano dando seguito alle loro affermazioni sulla necessità di dare aiuto o asilo ai migranti in modo proporzionato in ambito Ue lasciando poi all’Italia il grosso del problema.

Detto ciò e plaudendo ai principi di fratellanza invocati dal Papa nel sostenere l’aiuto ai migranti e ai più poveri del mondo, è fuori dubbio che se gli altri paesi Ue non faranno la loro parte, la politica italiana sull’immigrazione non potrà più continuare come è stato finora e la nostra guardia costiera non dovrà più continuare a intervenire accettando qualsiasi migrante si metta in mare facilitando così, tra l’altro, l’arrivo di terroristi mascherati da disperati.

Sulle polemiche referendarie

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Parte conclusiva di un articolo di Livio Ghersi sulle polemiche referendarie
“………… Poche semplici considerazioni.
A) Il cambiamento istituzionale non è un bene di per sè, non comporta necessariamente vantaggi per i cittadini. Si potrebbero richiamare tanti fatti storici che lo comprovano. A partire dai tentativi di superare le democrazie parlamentari per stabilire, al loro posto, dei regimi (fascismo, nazismo, comunismo).

B) Qualunque cambiamento istituzionale deve essere pensato per durare per un periodo di tempo sufficientemente lungo. Ci deve essere una stabilità istituzionale, a garanzia della certezza del diritto, quindi nell’interesse dei cittadini. Quando, invece, l’assetto istituzionale cambi frequentemente e si cerchi oggi di realizzare l’esatto contrario di quanto si sosteneva dieci anni prima, l’effetto ultimo non può che essere il malgoverno, la confusione amministrativa, il disorientamento degli operatori economici e dei cittadini. La Costituzione è già stata modificata nel 2001 per dare più poteri decisionali e più autonomia finanziaria alle Regioni, ai Comuni e agli altri Enti locali, nei loro rapporti con l’apparato dello Stato. Si fa riferimento alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, recante modifiche al Titolo quinto della Parte seconda della Costituzione. Dopo tante chiacchiere sul federalismo, e sul federalismo fiscale in particolare, la riforma voluta dal Governo Renzi si orienta in senso diametralmente opposto: più poteri allo Stato centrale, forte ridimensionamento del ruolo delle Regioni.