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Alitalia: fuori rotta da vent’anni

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Il fallimento di Alitalia arriva da lontano. Veti vari hanno impedito che funzionasse l’alleanza con Klm, specializzata sui voli internazionali. E dopo i soci privati hanno scelto di concentrarsi sul mercato domestico invece che sul lungo raggio.

L’errore fondamentale

Alitalia è da almeno un ventennio un vettore fuori rotta. Il suo guaio è stato rimanere sulla stessa rotta dei tempi del monopolio quando invece occorreva modificarla radicalmente, dopo la liberalizzazione europea del mercato, l’arrivo dei vettori low-cost e del treno ad alta velocità.

LA PIÙ GRANDE RIFORMA DI CUI ABBIAMO BISOGNO: LIQUIDARE ALITALIA

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“When a management with a reputation for brilliance tackles a business with a reputation for bad economics, it is the reputation of the business that remains intact”. Warren Buffett.

C’è una cosa difficile da comprendere: da quando, negli ultimi giorni, puntuale e prevedibile la questione Alitalia è tornata alla ribalta, si è assistito a un profluvio di articoli, interviste, dichiarazioni… intente a scandagliare le ragioni che avrebbero condotto l’infausta compagnia “di bandiera” all’ennesimo tracollo. “Meglio Air France”, “la colpa è dei manager”, “Montezemolo è sempre in mezzo quando succedono pasticci”, “sono i lavoratori a essere dei privilegiati”, “i contratti per il rifornimento di carburante sono troppo onerosi”, “mancano aerei di lungo raggio”, “la struttura azionaria non ha permesso lo sviluppo”… una ridda di osservazioni che potrebbe pure avere un qualche interesse per gli abbonati ad Aviation Week, ma alle quali, da cittadini e contribuenti, dovremmo rispondere con un sonoro “chissenefrega”!

PERCHE’ IN ITALIA SERVE PRIVATIZZARE

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Nei giorni in cui tutti azzardano stime sugli effetti del Quantitative Easing (Q.E.), volgiamo lo sguardo a cosa fare per rendere efficaci le “misure monetarie non convenzionali” varate il 22 gennaio dalla BCE. A mio avviso, il tema più urgente è quello delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni. Il Q.E. può darci lo spazio di manovra per farlo anche se i suoi effetti saranno inferiori a un tasso di crescita complessivo dell’1,8 % sui prossimi due anni (ossia, mediamente, 0,75% l’anno) come stimato dal Centro Studi Confindustria. La crescita sarà probabilmente – è la media delle proiezioni dei 20 maggiori istituti econometrici internazioni, tutti privati, nessuno italiano – sullo 0,4% nel 2015 e sul 0,6% nel 2016, pur sempre un’inversione di tendenza dopo tre lustri di stagnazione, recessione e deflazione.