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Il grande problema dell’Italia: il debito pubblico

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Il debito pubblico è a nostro parere, tra i primi problemi dell’Italia.

Il debito pubblico si forma perché le spese dello stato sono maggiori delle sue entrate. Si manifesta attraverso le obbligazioni emesse dal tesoro.

Quasi tutti i paesi sviluppati hanno visto crescere la spesa pubblica a partire dagli anni sessanta. Cionondimeno i paesi che hanno registrato una crescita delle imposte( le quali servono a far fronte alla spesa pubblica) la quale non si discosta troppo dalla crescita della spesa hanno debiti contenuti.

Altri paesi, per contro, hanno avuto spese in veloce aumento con imposte che crescevano lentamente. Donde disavanzi notevoli che, accumulati negli anni, hanno generato un notevolissimo debito.

A ciascuno il suo Giolitti

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Per i liberali e i conservatori, Giovanni Giolitti fu lo statista che seppe ereditare il meglio della Destra e della Sinistra storiche, garantendo all’Italia unita, da primo ministro, fra il 1892 e il 1921, il suo periodo migliore e di massima fioritura.
Per gli eredi del nazionalismo e del movimentismo giustizialista – oggi si chiamino lepenisti o grillini – fu l’icona del vecchio regime, del compromesso, del formalismo passatista.
Per le sinistre in genere, fu l’avversario rispettabile ma infido, desideroso di stemperare le spinte progressiste attraverso il riformismo di piccolo cabotaggio.
Quanto ai centristi cattolici, Giolitti continua a rappresentare un esempio di pericoloso concorrente, proprio perché, da cattolico, geloso difensore della laicità dello Stato.
Per le giovani generazioni, rimane soltanto un nome polveroso da studiare sui libri di storia.

Il problema italiano sempre irrisolto: il divario tra il centro-nord ed il mezzogiorno

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Fiumi d’inchiostro sono stati versati per analizzare questo problema e per cercare di fornire soluzioni. Nel secondo dopoguerra vennero introdotte normative ad hoc, fu creata la c.d. Cassa per il Mezzoggiorno ed effettuati ingenti investimenti. Qualche progresso si è registrato ma il divario non è stato, in sostanza, colmato. Secondo i dati raccolti da EUROSTAT (dati pubblicati nel maggio 2015) riguardanti gli anni 2012-2013 risulta che il Prodotto Interno pro capite (il P.I.L.) medio dei cittadini dell’Unione Europea era di 26.000 euro.

Recensione a: Pier Franco Quaglieni, Figure dell’Italia civile, golem Edizioni, Torino 2017

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Nel 1915 Giovanni Amendola, uno dei più noti pensatori liberali del secolo scorso, in un saggio dal titolo Etica e Biografia scriveva che quest’ultima «può fornirci […] una conoscenza più ricca e più nitida della vita morale, di quanto la stessa etica non sappia dirci». Molti anni prima, in un’opera rimasta a lungo – lo era ancora quando Amendola scriveva il suo saggio – inedita: Istorica. Lezioni di enciclopedia e metodologia della storia, un famoso storico tedesco, Johann Gustav Droysen, tra quelle che per lui erano le più importanti forme di esposizione storica, collocava, appunto, la “biografia”. Questa, scriveva, non è un genere adatto a tutti i personaggi storici, ma è «indicata soltanto in certe circostanze»: il biografo, infatti, «non può […] fare null’altro che immedesimarsi, per così dire, nella vita e nella personalità che descrive, per acquisire il suo orizzonte, il suo ambito di pensieri, il suo modo di sentire, descrivendola in certa misura per parlare a partire da essa stessa; il lettore ha il piacere di comprendere ogni azione e creazione dell’eroe, il suo parlare e pensare a partire dalla personalità di quello, di familiarizzarsi con i processi della sua vita interiore di cui ogni sua parola ed opera danno testimonianza».

Come ridare una rotta ad Alitalia

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Alitalia è un vettore fuori rotta economica. Sui viaggi intercontinentali può ancora stare sul mercato, ma con la sua struttura dei costi non può sostenere la concorrenza dei low-cost sul breve-medio raggio. La soluzione potrebbe essere proprio quella di trasformarla in una compagnia a basso costo.

Una crisi chiamata concorrenza

Alitalia è nuovamente in una condizione di grave crisi, come già avvenne nel 2007-08 e nel 2013-14. La crisi ha un nome semplice: si chiama mercato, anzi concorrenza.

Foibe ed esodo: io non scordo

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Varese 10 febbraio 2017

Giorno del Ricordo, Aula Magna dell’Università dell’Insubria.

Allocuzione di Pier-Maria Morresi, presidente del Comitato provinciale di Varese dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Consigliere nazionale ANVGD.

Sono trascorsi settant’anni da quando 350mila giuliano-dalmati sopravvissuti agli eccidi comunisti abbandonarono con ogni mezzo la loro amata terra, sperimentando la tragedia dello sradicamento totale e collettivo.

La maggior parte di loro è morta senza avere non dico giustizia, ma almeno il sacrosanto diritto di veder riconosciuto il proprio immane sacrificio.

Chiedo in prestito le parole al presidente emerito Giorgio Napolitano: “La tragedia di migliaia di italiani imprigionati, uccisi, gettati nelle foibe assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica”, ha detto nel 2007, rompendo dopo 60 anni la cortina del silenzio.

Quando il proporzionale si rivela una trappola

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Alcuni amici liberali mi hanno fatto intendere di non condividere la mia insistenza per un ritorno ad una legge elettorale basata sui collegi uninominali, come erano la legge n. 277/1993 (per la Camera dei deputati) e la legge n. 276/1993 (per il Senato), sia pure con le modifiche che ho proposto. Perché — mi si obietta — non attestarsi, invece, sulla difesa di una legge elettorale proporzionale che, nelle attuali condizioni d’incertezza, finisce per garantire tutti, non penalizzando particolarmente alcuno? Prova provata di tale convenienza è che il proporzionale sembra mettere d’accordo forze politiche tanto distanti quali sono Forza Italia di Berlusconi, da un lato, ed il Movimento Cinque Stelle, dall’altro. Diamo a ciascuno la propria fetta di rappresentanza parlamentare, in misura proporzionale al consenso ricevuto dagli elettori, e tutti saranno contenti.

Canta che ti passa

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Il “FESTIVAL DI SAN REMO” sta ipnotizzando milioni di Italiani.
E’ lo specchio del livello culturale medio del nostro paese.
E questo è scoraggiante.
Le banalità sonore e testuali abbondano.
Nel frattempo la lista dei nostri malanni non decresce.
In primis il fardello del debito pubblico.
Il “debito pubblico” (v, Carlo Cottarelli -“IL MA CIGNO”, ed. Feltrinelli, marzo 2016), stando ad una nota che figura sul sito del Ministero dell’Economia e delle Finanze, è pari al valore nominale di tutte le passività lorde consolidate delle amministrazioni pubbliche (amministrazioni centrali, enti locali ed istituti previdenziali pubblici). In sostanza si tratta di quello che le amministrazioni pubbliche hanno preso a prestito.