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Premio “Controcorrente Luca Hasdà” 2019 a Stefano Parisi

Il Premio “Controcorrente Luca Hasdà” 2019 è stato assegnato oggi a Stefano Parisi.

Il premio, assegnato annualmente dalla redazione del giornale on line Cartalibera vuole ricordare  la figura anticonformista del giovane politico liberale Luca Hasdà, scomparso 24 anni fa. È dedicato a chi si è maggiormente “distinto per la capacità di operare in modo etico e socialmente utile, anche a costo di scontrarsi con interessi e poteri consolidati”.

A Parisi il premio è stato assegnato con la motivazione “di saper interpretare in modo attuale i valori liberali, mettendo in evidenza i benefici sociali di politiche in grado di rilanciare la crescita del Paese lontano da facili populismi. I richiami a mercato, merito e responsabilità individuale della sua azione sono un messaggio di freschezza in una palude di vecchie ideologie e nuovi opportunismi.”

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“Winner takes all assoluto”, “Winner takes all relativo”: quando, come, dove, perché

1) Winner takes all assoluto 

Allora, quarantotto Stati USA (Maine e Nebraska esclusi) più il Distretto di Columbia – dal 1848 allorquando si cominciò a votare per la bisogna “il primo martedì dopo il primo lunedì del mese di novembre dell’anno bisestile” – scelgono i loro Grandi Elettori con il ‘winner takes all assoluto’.
(Va ripetuto – non solo qui ma all’infinito – che l’elezione del Presidente degli Stati Uniti d’America non è di primo grado – il popolo non lo vota direttamente – ma di secondo, spettando la nomina, nel Collegio che costituiscono, ai predetti Grandi Elettori “il primo lunedì dopo il secondo mercoledì del successivo mese di dicembre”, salvo il caso straordinario – avvenne nel 1824 – che nessun candidato raggiunga la maggioranza assoluta nel citato Collegio e l’incombenza passi alla Camera dei Rappresentanti).

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Tra Di Maio e Zingaretti

Cronache di una crisi di governo. La soluzione sembra trovata. Circolano i nomi dei possibili nuovi ministri. Poi il leader politico del Movimento Cinque Stelle, Luigi Di Maio, esce dall’incontro con il Presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte, e rilascia una lunga dichiarazione pubblica che rimette tutto in discussione. Siamo al pomeriggio di venerdì 30 agosto 2019. Tra qualche giorno, il 2 o il 3 settembre, il Presidente Conte dovrebbe sciogliere la riserva, in un senso, o nell’altro.

Da osservatore esterno, rilevo alcune cose poco chiare.

Il Partito Democratico ha esordito chiedendo e pretendendo “discontinuità” rispetto all’esperienza del Governo uscente. Ciò significa chiedere al Movimento Cinque Stelle di adottare indirizzi politici molto diversi, nei contenuti, rispetto a quelli seguiti nel periodo dell’alleanza con la Lega. Luigi Di Maio, da parte sua, si è seduto al tavolo della trattativa affermando che non si pentiva di niente. Sembrava di ascoltare la indimenticabile Edith Piaf: «Non, rien de rien / Non, je ne regrette rien».

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Londra, parlamento sospeso: silenzio, parla la Brexit

Ieri, mercoledì 28 agosto, il premier britannico Boris Johnson ha chiesto alla regina Elisabetta II e ottenuto la chiusura del Parlamento per un periodo di tempo molto lungo, 23 giorni lavorativi. Questa mossa, molto azzardata ma nei limiti della Costituzione (non scritta) britannica, in teoria è un tempo di recupero dopo una sessione parlamentare straordinariamente lunga, in pratica serve a un solo scopo: arrivare alla Brexit senza perdersi in troppi dibattiti. Mentre le opposizioni gridano al golpe, la maggioranza descrive la sospensione quasi come fosse ordinaria amministrazione. Il governo conservatore, in questo modo, però, si gioca tutto. Anche la sua stessa sopravvivenza.

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I “grandi” Presidenti. Arrivati a White per l’intervento della Divina Provvidenza?

Irrispettosa nei confronti dell’Unione la frase che Otto von Bismarck ebbe a suo tempo a pronunciare guardando alla Storia della allora ancora giovane Nazione?
Suonava: “Esiste una particolare Provvidenza Divina a favore dei bambini, dei pazzi, degli ubriachi e degli Stati Uniti d’America!”
Ebbene, irrispettosa che sia questa considerazione, guardando ad almeno quattro dei ‘grandi’ Presidenti realmente riformatori capaci di lasciare ampia traccia del proprio passaggio, a ‘come’ sono arrivati ad occupare lo scranno presidenziale, appare assolutamente vera, verissima.
Premesso che, ovviamente, i pareri in merito possono divergere totalmente e che non pochi potrebbero obiettare anche con durezza.
Premesso che il Padre della Patria George Washington va considerato a parte.
I quattro ‘grandi’ alle cui vicende e al cui percorso elettorale, al fine di dimostrare la eventuale fondatezza dell’affermazione del vecchio Cancelliere, occorre interessarsi sono, nell’ordine storico,
Thomas Jefferson 
Abraham Lincoln 
Theodore Roosevelt 
Lyndon Johnson.
(I primi tre – con Washington – guarda caso, immortalati sul Rushmore da Gutzon Borglum che, scolpendo in anni precedenti, non potette evidentemente includere Johnson). 
Ecco – con esclusivo riferimento a ‘come’ i quattro sono arrivati alla massima carica – i fatti.

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Von der Leyen Presidente della Commissione UE

La von der Leyen  Presidente della Commissione UE ha imbarazzato gran parte dei mezzi di comunicazione italiani. Non perché sia la prima donna, ma perché  eletta con una maggioranza ristretta, 9 voti, quindi con i 14 determinanti del M5S. La cosa  da una parte ha messo in luce l’errore dell’aver sorvolato prima  sul non esistere più la maggioranza PPE PSE  e sulla necessità di accordarsi almeno con i liberali; dall’altra ha mostrato che la proposta dal Consiglio degli Stati ha raccolto molte defezioni, tante tra i socialisti,  diverse tra i popolari e qualcuna tra i liberali. Dunque le certezze abituali sono sparite.  La vecchia maggioranza è sepolta,  la nuova è una stranezza claudicante e la burocrazia UE ha preso un colpo. 

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Una storia che si ripete

Nel 2008, la cessione a AirFrance venne bloccata dall’allora centro-destra, innamorato dell’idea di consegnarla a un gruppo di capitani coraggiosi battenti bandiera italiana, sia pure digiuni di aerei e aviazione. Nel 2013 fu il governo Letta a riportare lo Stato, almeno con un piedino, in Alitalia, attraverso un investimento da parte di Poste Italiane.

Nel 2017, dopo che sindacati e azienda (allora il socio forte era Etihad) avevano firmato un accordo per un piano pluriennale che riducesse i costi e provasse a rilanciare la compagnia, i dipendenti votarono contro il progetto. Lo fecero con fredda razionalità: visti i precedenti, era legittimo aspettarsi che lo Stato si precipitasse a salvare l’azienda. Così puntualmente è avvenuto, col governo Gentiloni che ha elargito un «prestito ponte» di 600 milioni di euro (e altri 300 dopo qualche mese). Si era messo in moto un meccanismo che ha reso inevitabile il ritorno alla proprietà pubblica.

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La via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni

Quando questo articolo sarà pubblicato, mi auguro che le quaranta persone attualmente imbarcate sulla nave dell’Organizzazione non governativa Sea Watch siano in una condizione meno precaria.

1. Il che non significa che io sia d’accordo con la politica delle ONG. Un’organizzazione non governativa è un’associazione privata. La politica dell’immigrazione non può essere demandata ai privati. Altrimenti, c’è da aspettarsi che, così come oggi ci sono navi che raccolgono persone in mezzo al mare e le trasportano in porti sicuri in Italia, domani ci possano anche essere delle navi che, per realizzare ideali di segno opposto, stiano in mezzo al mare per ricacciare sulla costa dell’Africa i barchini carichi di persone che si avventurano in mare.

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