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Perché i Cinque Stelle non convincono

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Il voto del Senato riguardante il senatore Augusto Minzolini ha suscitato le vibranti proteste del Movimento Cinque Stelle. Dico subito che, avendo ascoltato la diretta del dibattito parlamentare (tramite Radio Radicale) e, in particolare, l’autodifesa di Minzolini, non trovo nulla di scandaloso nel modo in cui il Senato ha votato.

La discussione ha riguardato, tra l’altro, un argomento che si trascina da troppo tempo e che, effettivamente, compromette non poco la credibilità della funzione giudicante nel nostro ordinamento. Un appartenente all’ordine giudiziario può pure impegnarsi in politica, farsi eleggere a cariche elettive, ricoprire importanti incarichi di governo e di sottogoverno. Deve essere chiaro, però, che dopo che ha così varcato il Rubicone, con la magistratura ha chiuso. Non può, dopo dieci, vent’anni, d’intenso impegno politico, ritornare a fare il giudice come se nulla fosse; esercitare funzioni inquirenti (ufficio del Pubblico ministero), e, meno che mai, giudicanti. Tutto questo non deve essere possibile perché il giudice, una volta diventato politico, perde i requisiti fondamentali che devono connotare il mestiere di magistrato: essere, ed apparire, “terzo” ed imparziale rispetto alle parti processuali. Non si tratta soltanto di consentire al cittadino di ricusare nel processo il giudice che considera non imparziale, perché magari questi ha avuto rilevanti responsabilità in un partito avverso all’orientamento in cui si riconosce quel cittadino medesimo.