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Con Trump arriva la prima rivoluzione antiglobale

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Non saremo esteti elettorali, e non sappiamo né ci interessa giudicare le elezioni in base alla loro bellezza. Brutte, sporche e cattive che siano, le elezioni presidenziali americane del 2016 che hanno portato Donald Trump, il candidato più impresentabile di sempre, alla Casa Bianca, hanno cambiato la Storia e attestato una mutazione politica epocale. La fine del primo tempo dell’era globale, quella iniziata con la caduta del muro di Berlino e che ha cominciato la sua dissolvenza col fallimento di Lehman Brothers.

La rabbia della middle class alla Casa Bianca

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NEW YORK –C’è una rivoluzione in corso in America. La trionfale performance di Donald Trump nelle elezioni di ieri notte, il testa a testa prima e poi la vittoria contro Hillary Clinton in Stati che dovevano essere sicuri per l’ex First Lady, dimostra quanto la pancia del Paese avesse, e abbia ancora oggi dopo il voto, i sentimenti radicati nella protesta. Protesta contro le mancate promesse per il cambiamento, protesta contro l’establishment: che sia establishment politico, democratico o repubblicano, che si tratti di grandi aziende o dell’1% più ricco della popolazione importa poco. Si vota contro. E Trump, pur essendo un miliardario, era disprezzato e dileggiato dall’establishment. Ed è diventato così l’alfiere antiestablishment in nome del popolo.

In un GOP sempre più europeo, Ted Cruz si ritira

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Nonostante un sistema bipartitico solido, i partiti per lo più sono coalizioni. E una di queste, la coalizione conservatrice reaganiana, un amalgama di cristianesimo evangelico fondamentalista, libero mercato e sudismo conservatore, ha dominato il partito repubblicano negli USA per più di 35 anni. Ma adesso questa coalizione è in crisi. Donald Trump è in netto vantaggio e non appartiene a nessuna di queste tre fazioni, ma anzi, per anni è stato vicino al partito democratico newyorchese.

Lyndon Johnson nel 1964

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Lyndon Johnson, capacissimo nei rapporti con il Congresso ed estremamente motivato, in breve tempo e vincendo ogni opposizione conservatrice – opposizione particolarmente dura proprio tra i suoi colleghi democratici se provenienti dal meridione del Paese – , ottiene l’approvazione di tutte le misure legislative allora in discussione facenti riferimento ai diritti civili e in specie del ‘Civil Rights Act’, legge tesa a combattere le varie forme di discriminazione razziale in uso in tutti gli Stati del Sud.
Si era in luglio e poco dopo, in agosto, il successore di Kennedy consegue, nella prospettiva della sognata ‘Great Society’, un altro importante successo: ha fatto pervenire al Congresso un invito a “una guerra totale contro la povertà” e l’alto consesso risponde approvando l’‘Economic Opportunity Act’ che stanzia fondi di molto conto in tale direzione.

E’ in specie sull’onda di questa sequela di successi che il partito democratico, riunito in convention ad Atlantic City dal 24 al 27 agosto, lo designa all’unanimità quale suo candidato a White House.