Categoria: Politica Naz.

In memoria di Vladimir Bukovskij

Un ricordo di Vladimir Bukovskij, primo presidente dei Comitati per le Libertà
E’ stato a Milano, nel 1999, che ho incontrato per la prima volta Vladimir Bukovskij, il nostro futuro Presidente generale, l’eroe della resistenza antisovietica, colui che ci ha appena lasciato all’età di 76 anni. Era un personaggio importante, un uomo capace di far fronte ai gulag e alle torture, eppure poco conosciuto in Italia e poco amato in Occidente, forse perché la sua sola esistenza suonava come un rimprovero verso l’inerzia dei più. Allora ho stabilito con lui un rapporto fondato sulla comunanza di ideali, e ne è nato il nostro movimento internazionale, i Comitati per le Libertà, da cui discende il sito Libertates. Eletto nel 2001 alla presidenza , il passo successivo è stato quello di istituire il Memento Gulag, la giornata alla memoria delle vittime del totalitarismo rosso. La data è stata fissata al 7 novembre, anniversario tragico della Rivoluzione d’Ottobre (secondo la denominazione del calendario giuliano).

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Si sono dimenticati il Nord?

Venerdì 29 novembre ore 17.30 -20.00

Sala Consiglio della Città metropolitana di Milano,Via Vivaio 1, Milano

 

Introducono:

Edoardo Croci (Cartalibera) e Piercamillo Falasca (Strade)

 

Relatori:

Stefano Parisi (Epi) Benedetto Della Vedova (+ Europa)

Carlo Scognamiglio (I Liberali)

Intervengono: Alberto Mingardi (IBL) Elisa Serafini (FEI) Fabio Scacciavillani

Marco Marazzi (+ Europa) Maurizio Petrò (Epi)

 

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Mi dissocio. Astenendosi sulla mozione Segre, Forza Italia è caduta in trappola

Assieme ad altri colleghi di Forza Italia, ho sentito il dovere di dissociarmi dal voto espresso nell’aula del Senato dal mio gruppo politico sulla cosiddetta Commissione Segre. L’ho fatto per due questioni, una di merito, una di forma.

Nel merito, la mozione presentata dalla maggioranza per l’istituzione di una “Commissione straordinaria per il contrasto di fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio razziale” non presentava particolari motivi di contrarietà. Da liberale, ero e resto contrario ai reati di opinione, ma la verità è che tali reati sono già sanzionati dal nostro codice penale (per esempio nel caso di chi nega il fenomeno storico della Shoah) e la mozione Segre non lasciava intendere l’intenzione di introdurne di nuovi.

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Commissione Segre – Il Tribunale del Bene un pericolo da evitare

Davanti alle provocazioni di alcune anime perdute, ispirate all’antisemitismo più volgare, la reazione della politica è stata, ancora una volta, ispirata a un verbosa e burocratica iniziativa con la quale si auspica la creazione di una Commissione di “controllo e indirizzo” con il vasto ed evanescente programma di contrastare il razzismo in genere e l’antisemitismo in specie. 

Il rispetto che nutriamo per la sua prima firmataria, e tutto ciò che rappresenta, non ci esime da alcune considerazioni critiche di ordine giuridico e politico. Giuridicamente parlando, infatti, gli strumenti per reprimere l’incitazione all’odio razziale esistono già, ed anzi si accavallano in una proliferazione normativa che ne rende persino difficile l’applicazione. 

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LA SCOMPARSA DI LUIGI CALIGARIS – Un liberale a cavallo, anche dei tempi

“Luigi Caligaris, ufficiale di cavalleria”, com’è stato scritto nel suo necrologio. Era il mio generale preferito. Non poteva essere altrimenti: era sostenitore della Scuola di Liberalismo e socio recente della Famija Piemontèisa – Piemontesi a Roma. Se n’è andato il 17 ottobre, a 88 anni, in punta di piedi ma con uno struggente sottofondo musicale: il Silenzio suonato in chiesa dal trombettiere dei Lancieri di Montebello.

Entrato all’Accademia di Modena nel 1953, dopo una lunga carriera militare sulle orme d’un suo vecchio zio (il generale Eugenio), nel 1982 divenne capo ufficio per la politica militare dello stato maggiore della Difesa e consigliere per le strategie militari della Nato.  Lasciò l’Esercito da generale di brigata e abbracciò una nuova professione in linea con la sua esperienza precedente: quella di analista ed editorialista di politica internazionale. Divenne un volto popolare come commentatore televisivo della Guerra del Golfo. Poi “scese in campo”.

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Tra Di Maio e Zingaretti

Cronache di una crisi di governo. La soluzione sembra trovata. Circolano i nomi dei possibili nuovi ministri. Poi il leader politico del Movimento Cinque Stelle, Luigi Di Maio, esce dall’incontro con il Presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte, e rilascia una lunga dichiarazione pubblica che rimette tutto in discussione. Siamo al pomeriggio di venerdì 30 agosto 2019. Tra qualche giorno, il 2 o il 3 settembre, il Presidente Conte dovrebbe sciogliere la riserva, in un senso, o nell’altro.

Da osservatore esterno, rilevo alcune cose poco chiare.

Il Partito Democratico ha esordito chiedendo e pretendendo “discontinuità” rispetto all’esperienza del Governo uscente. Ciò significa chiedere al Movimento Cinque Stelle di adottare indirizzi politici molto diversi, nei contenuti, rispetto a quelli seguiti nel periodo dell’alleanza con la Lega. Luigi Di Maio, da parte sua, si è seduto al tavolo della trattativa affermando che non si pentiva di niente. Sembrava di ascoltare la indimenticabile Edith Piaf: «Non, rien de rien / Non, je ne regrette rien».

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Pd e Forza Italia sono ostaggio di due populismi diversi

Al direttore – Il Manifesto per una democrazia liberale pubblicato da Alessandro Barbano sul Foglio di Ferragosto è un contributo importante alla ricerca di una prospettiva positiva per la politica del nostro continente. Ciò che scrive non vale solo per l’Italia ma è un impegno che dovrebbe coinvolgere tutte le persone e le istituzioni politiche europee che hanno a cuore la costruzione di un futuro democratico per i loro paesi.
La sistematica demolizione delle culture liberali, popolari e riformiste, ad opera, non solo dei leader populisti, ma, ormai da molto tempo, degli stessi leader dei partiti tradizionali, impone un forte cambiamento di attitudine e di prospettiva.

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Una storia che si ripete

Nel 2008, la cessione a AirFrance venne bloccata dall’allora centro-destra, innamorato dell’idea di consegnarla a un gruppo di capitani coraggiosi battenti bandiera italiana, sia pure digiuni di aerei e aviazione. Nel 2013 fu il governo Letta a riportare lo Stato, almeno con un piedino, in Alitalia, attraverso un investimento da parte di Poste Italiane.

Nel 2017, dopo che sindacati e azienda (allora il socio forte era Etihad) avevano firmato un accordo per un piano pluriennale che riducesse i costi e provasse a rilanciare la compagnia, i dipendenti votarono contro il progetto. Lo fecero con fredda razionalità: visti i precedenti, era legittimo aspettarsi che lo Stato si precipitasse a salvare l’azienda. Così puntualmente è avvenuto, col governo Gentiloni che ha elargito un «prestito ponte» di 600 milioni di euro (e altri 300 dopo qualche mese). Si era messo in moto un meccanismo che ha reso inevitabile il ritorno alla proprietà pubblica.

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