Categoria: Politica Internaz.

“America is back”. La politica estera della presidenza Biden

Il prossimo presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden ha di fronte a sé poco più di due mesi che lo separano da mercoledì 20 gennaio, quando verrà inaugurato il suo mandato, ma già fin d’ora è possibile delineare i principali orientamenti in politica estera della sua amministrazione, con uno sguardo particolare all’impatto che produrranno in Europa e in Italia. Per prima cosa il presidente Biden dovrà realizzare un’operazione “fiducia” per ricostruire a tutto campo un solido sistema di relazioni internazionali, a partire dagli alleati storici nell’America, reso traballante dalla breve, ma “intensa” stagione trumpiana.
L’”America First” di trumpiana memoria, sarà sostituito da “America is back”: gli Stati Uniti sono tornati, con la loro forza e la loro credibilità per essere nuovamente protagonisti e leader delle nuove sfide globali attraverso un multilateralismo “evoluto” ed un sistema articolato di alleanze fra le democrazie.

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L’elezione del Presidente degli Stati Uniti d’America

Il Presidente degli Stati Uniti d’America non viene eletto direttamente dai cittadini aventi diritto, i quali, invece, dal 1848 (in precedenza, dal 1792 – essendo le Presidenziali datate 1788/89 da questo punto di vista anomale – e fino al 1844 compreso si votava per oltre un mese), scelgono Stato per Stato “il primo martedì dopo il primo lunedì di novembre dell’anno coincidente con il bisestile” i cosiddetti Grandi Elettori (in Americano – secondo Oscar Wilde una lingua diversa dall’Inglese – ‘Electors’ con l’iniziale maiuscola per distinguerli dai normali ‘electors’) il cui numero complessivo è oggi di cinquecentotrentotto (538).

Riuniti formalmente dipoi “il primo lunedì dopo il secondo mercoledì del successivo dicembre” nel Collegio da loro formato, i predetti Grandi Elettori effettivamente nominano il Presidente. 

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“Non ci deve essere nessun personaggio cinese nella narrazione”

Come sempre, la brutalmente necessaria semplificazione conseguente a quanto dettato dalla richiesta brevità di un articolo espone a critiche feroci.
Fra queste, prime, le stesse mie…
È nel 1929 che Ronald Arbuthnott Knox pubblica il Decalogo del ‘Giallo deduttivo’ nel quale elenca appunto i dieci principi che devono essere rispettati nella stesura di ogni romanzo poliziesco che, propriamente, intenda consentire al lettore di giungere, seguendo il percorso logico del protagonista inquisitore, all’unica corretta soluzione .
La colà esposta regola numero cinque reca: “Non ci deve essere nessun personaggio cinese nella narrazione”.
Per strana che possa apparire tale norma, era allora assolutamente conseguente ai fatti.
Numerosissimi essendo, in quel periodo (fra l’altro, tre anni prima della stesura del Decalogo, ad opera di Earl Derr Biggers, era apparso il notevole detective cinese Charlie Chan!) e da tempo, particolarmente nel genere, i comprimari se non addirittura i protagonisti ‘gialli’.

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Pompeo supplica il Vaticano di non arrendersi a Pechino

Ultimatum dagli Usa al Vaticano sui rapporti con Pechino? O è meglio parlare di un appello accorato? Gli accordi, parzialmente segreti e provvisori, fra Cina e Santa Sede scadono oggi. Il dialogo fra Pechino e la diplomazia vaticana è molto avanzato e si dà quasi per scontato, sia da parte di fonti cinesi che da quelle di Roma, un rinnovo degli accordi. La settimana prossima, 29 settembre, si recherà in visita presso il Papa il Segretario di Stato americano, Michael Pompeo, che si trova personalmente coinvolto in un momento molto delicato. Non solo è non solo in piena campagna elettorale per la rielezione del presidente Trump, ma anche nel bel mezzo di una guerra commerciale con la Cina, il cui ultimo episodio è il tentativo (per ora respinto dalla magistratura degli Usa) di espellere le piattaforme social cinesi WeChat e Tik Tok dal mercato statunitense. In mezzo a questa tensione arriva il tweet pubblicato ieri dal Segretario di Stato: “Due anni fa, la Santa Sede ha raggiunto un accordo con il Partito comunista cinese, sperando di aiutare i cattolici cinesi. Ma l’abuso del Pcc sui fedeli è solo peggiorato. Il Vaticano metterebbe a rischio la sua autorità morale, se rinnovasse l’accordo”.

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4 luglio 1776? Ma davvero?

Il 4 luglio del 1776 non è la data nella quale le colonie videro riconosciuta la loro esistenza.
Accadde difatti il 3 settembre 1783 a Parigi, quando fu firmato il Trattato che poneva fine alla Guerra di Indipendenza.

Il 4 luglio 1776 non ricorda l’inizio della Guerra di Indipendenza in effetti cominciata il 19 aprile 1775, con la battaglia di Lexington.

Il 4 luglio non è data che riguardi la Costituzione americana che fu definita il 17 settembre 1787, ratificata da un sufficiente numero di Stati il 21 giugno 1788 ed entrò in vigore il 4 marzo 1789.

Non è neppure la data nella quale il Congresso Continentale voto all’unanimità la separazione dalla Gran Bretagna.
Cosa accaduta il 2 luglio 1776, due giorni prima.

È il giorno nel quale il testo concordato fu reso pubblico.
È questo talmente vero che John Adams – uno dei Founding Fathers, poi primo Vice Presidente e successore di Washington – indirizzando la lettera alla moglie Abigail, letteralmente scriveva:
“Il secondo giorno di luglio del 1776 sarà l’evento più memorabile della storia dell’America…”

Così va il mondo.

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Covid: il cattivo esempio ora è il Brasile. Ed è sbagliato

Non passa giorno che i telegiornali non parlino della tragedia dell’epidemia di Covid in Brasile. Non passa telegiornale in cui la colpa non sia attribuita al presidente Bolsonaro. Dopo la Svezia, è il cattivo esempio da additare. Ma è un esempio sbagliato. In rapporto alla popolazione, in Brasile non si registra affatto la maggior mortalità al mondo.

Non passa giorno che i telegiornali non parlino della tragedia dell’epidemia di Covid in Brasile. Non passa telegiornale che la colpa non sia attribuita al presidente Bolsonaro, reo di essere contrario alla strategia di lockdown. Come per la Svezia, il mese scorso, in queste settimane di inizio inverno (per il Brasile) il Paese sudamericano è diventato l’esempio da non seguire, il Paese numero uno per contagi e vittime causate da una politica da stigmatizzare. Ma è vero? No. O per lo meno non ancora, sperando per i brasiliani che non lo diventi mai.

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La tromba dei doni di Pechino all’Italia e al mondo

Giornali e telegiornali danno ampio spazio ai cosiddetti “aiuti” della Cina all’Italia per contrastare l’epidemia di coronavirus. Angela Merkel: È reciprocità. Un’ enorme campagna pubblicitaria per mostrare la Cina come il campione vittorioso sul Covid-19, dimenticando i silenzi sull’epidemia per quasi due mesi. Una Nuova Via della seta di tipo “sanitario”, con aiuti a Italia, Spagna, Serbia, Iran, Filippine, Pakistan, Corea del Sud, Giappone, Iraq. “E’ meglio la dittatura della democrazia”. A rischio la libertà religiosa in Cina e in Europa.

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Taiwan, Singapore, Corea: il virus ingabbiato senza perdere la libertà

Si porta sempre più ad esempio la Cina totalitaria per i metodi di contenimento dell’epidemia di coronavirus. E l’Italia, pur volendo restare un Paese democratico, sta provando ad imitarli. Eppure, oltre ad essere un modello più che discutibile, la Cina non è neppure l’unica nazione asiatica ad aver efficacemente contrastato l’epidemia. Altri Paesi, come Taiwan (la Cina democratica) e Singapore sono riuscite a prevenire lo scoppio dell’epidemia. Mentre la Corea del Sud, una delle nazioni più colpite, sta riuscendo a rallentarla come e più della Cina. E nessuno di questi governi ha usato metodi totalitari, ha bloccato intere regioni o interi settori economici come stiamo facendo noi.

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