Categoria: Politica Internaz.

I “grandi” Presidenti. Arrivati a White per l’intervento della Divina Provvidenza?

Irrispettosa nei confronti dell’Unione la frase che Otto von Bismarck ebbe a suo tempo a pronunciare guardando alla Storia della allora ancora giovane Nazione?
Suonava: “Esiste una particolare Provvidenza Divina a favore dei bambini, dei pazzi, degli ubriachi e degli Stati Uniti d’America!”
Ebbene, irrispettosa che sia questa considerazione, guardando ad almeno quattro dei ‘grandi’ Presidenti realmente riformatori capaci di lasciare ampia traccia del proprio passaggio, a ‘come’ sono arrivati ad occupare lo scranno presidenziale, appare assolutamente vera, verissima.
Premesso che, ovviamente, i pareri in merito possono divergere totalmente e che non pochi potrebbero obiettare anche con durezza.
Premesso che il Padre della Patria George Washington va considerato a parte.
I quattro ‘grandi’ alle cui vicende e al cui percorso elettorale, al fine di dimostrare la eventuale fondatezza dell’affermazione del vecchio Cancelliere, occorre interessarsi sono, nell’ordine storico,
Thomas Jefferson 
Abraham Lincoln 
Theodore Roosevelt 
Lyndon Johnson.
(I primi tre – con Washington – guarda caso, immortalati sul Rushmore da Gutzon Borglum che, scolpendo in anni precedenti, non potette evidentemente includere Johnson). 
Ecco – con esclusivo riferimento a ‘come’ i quattro sono arrivati alla massima carica – i fatti.

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Von der Leyen Presidente della Commissione UE

La von der Leyen  Presidente della Commissione UE ha imbarazzato gran parte dei mezzi di comunicazione italiani. Non perché sia la prima donna, ma perché  eletta con una maggioranza ristretta, 9 voti, quindi con i 14 determinanti del M5S. La cosa  da una parte ha messo in luce l’errore dell’aver sorvolato prima  sul non esistere più la maggioranza PPE PSE  e sulla necessità di accordarsi almeno con i liberali; dall’altra ha mostrato che la proposta dal Consiglio degli Stati ha raccolto molte defezioni, tante tra i socialisti,  diverse tra i popolari e qualcuna tra i liberali. Dunque le certezze abituali sono sparite.  La vecchia maggioranza è sepolta,  la nuova è una stranezza claudicante e la burocrazia UE ha preso un colpo. 

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‘Ipotesi McMullin’

non poi tanto breve periodo, nel corso delle fasi conclusive della campagna presidenziale del 2016, fu possibile ipotizzare una particolarissima soluzione.
L’ex agente della CIA Evan McMullin si era infatti candidato come indipendente e sembrava in grado di vincere nello Utah (dove ottenne comunque un consenso superiore al ventuno per cento).
Mormone, non solamente per questo, godeva colà di un forte seguito.
Ora, avesse vinto conquistando i sei Grandi Elettori ai quali quello Stato ha diritto, avrebbe potuto, in caso di esito davvero al fotofinish tra Trump e Hillary, essere il terzo incomodo.
Spieghiamo perché.

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Nikki Haley al posto di Mike Pence? I precedenti

Di quando in quando, comunque di recente, circola negli USA l’ipotesi di una sostituzione nel ticket repubblicano per il 2020.
Non più Mike Pence nel ruolo di aspirante alla conferma quale Vice.
Al fianco di Donald Trump, invece, l’ex Governatore ed ex Ambasciatore all’ONU Nikki Haley.
Ipotesi al momento azzardata, ma non si sa mai.
Guardando al passato, è già accaduto che in vista di un secondo mandato il Presidente uscente abbia sostituito il proprio running mate.
Il primo caso (anomalo visto il sistema elettorale precedente la riforma del 1804 e quindi differente), concerne Thomas Jefferson che ebbe al fianco Aaron Burr nel primo quadriennio e George Clinton nel secondo.
Poi, davvero particolare la circostanza riguardante John Calhoun.
Vice prima di John Quincy Adams e subito dopo, cambiando cordata, del successore Andrew Jackson, fu sostituito da quest’ultimo nel secondo mandato da Martin Van Buren, primo Vice arrivato alla Casa Bianca immediatamente dopo avere esercitato appunto la funzione vicaria.

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In Venezuela gli asini volano

Perché i CinqueStelle pensano che Maduro sia la vera democrazia?
“Ma lo sai che il compagno Togliatti dice che gli asini volano?” “No, tu menti! Sei tu il solito borghese e servo del capitale che getta fango su Togliatti! Ma verrà un giorno che baffone…” “Non sto mentendo, ecco qui il titolo dell’Unità: il compagno Togliatti dichiara che gli asini volano!” “Beh, in effetti… bassi, ma volano”.
Questa barzelletta, che risale ai tempi d’oro del Pci, quando i compagni leggevano solo l’Unità e prendevano tutto quel che c’era scritto come verità di fede, appare solo relativamente come riferita ad un passato remoto.

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Venezuela, ecco chi fa il tifo per Maduro e chi per Guaidó

Il Venezuela è ancora spaccato in due: Guaidó contro Maduro, parlamento contro presidenza. Usa, paesi sudamericani e Regno Unito sono con Guaidó. Russia, Turchia, Cina (e la Cgil in Italia) sono con Maduro. Il Papa prega per le vittime. L’Ue diplomaticamente si limita a invitare al rispetto dei diritti. E dalle favelas e dall’esercito potrebbero esserci sorprese.

Il Venezuela, da due giorni, continua ad avere due presidenti. Il presidente dell’Assemblea Nazionale (il parlamento) Juan Guaidó rivendica il diritto costituzionale di svolgere le funzioni di presidente ad interim, fino a convocazione delle prossime libere elezioni. Il presidente in carica, Nicolas Maduro, denuncia un tentativo di colpo di Stato nei suoi confronti. L’opposizione accusa Maduro di elezioni fraudolente per la sua conferma il 20 maggio 2018 e di aver illegalmente esautorato un parlamento regolarmente eletto. Non è guerra civile, ma quasi. E intanto gli attori politici, nazionali e internazionali, prendono posizione.

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Bergoglio e Conte a sostegno di Maduro

Maduro ha ringraziato tutti coloro che, nei diversi paesi del pianeta, si sono schierati dalla sua parte e non hanno appoggiato lo sfidante Guaidò. La sua gratitudine è andata a chi, a New York, Parigi, Londra, ha manifestato in suo favore. Ma, soprattutto, si è rivolta verso i governi di quei paesi che hanno scelto di non interferire nelle vicende interne del Venezuela preferendo ignorare che la crisi economica, politica e sociale della nazione sudamericana non produce effetti devastanti sono a Caracas ma in tutto il continente americano ed anche in quello europeo. Ma chi sono questi governi, oltre naturalmente a quello castrista di Cuba, che tra Maduro, caudillo erede di Chavez,

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La Libia, Gheddafi e l’Italia

Cosa abbiamo guadagnato e cosa abbiamo ottenuto con la mediazione, a Palermo, fra le due principali fazioni in lotta nella guerra civile di Libia? C’è chi dice che sia stato un flop, concentrando l’attenzione sulla plateale uscita di scena della Turchia, che ha abbandonato il tavolo negoziale. C’è chi, invece, sottolinea il successo del primo summit libico promosso dall’Italia, dopo anni in cui ci siamo limitati a seguire la politica di potenze più attive nell’area, quali Francia e Usa.
La vera domanda, è: perché prima non eravamo noi a gestire la crisi libica? Tutto sommato è l’Italia la potenza ex coloniale nel paese nordafricano. È l’Italia che ha la maggiore e più lunga esperienza negli affari libici. È sempre l’Italia la nazione europea geograficamente più vicina. Eppure siamo quasi del tutto esclusi dalla gestione della crisi libica post-Gheddafi.

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