Categoria: Politica Internaz.

La Libia, Gheddafi e l’Italia

Cosa abbiamo guadagnato e cosa abbiamo ottenuto con la mediazione, a Palermo, fra le due principali fazioni in lotta nella guerra civile di Libia? C’è chi dice che sia stato un flop, concentrando l’attenzione sulla plateale uscita di scena della Turchia, che ha abbandonato il tavolo negoziale. C’è chi, invece, sottolinea il successo del primo summit libico promosso dall’Italia, dopo anni in cui ci siamo limitati a seguire la politica di potenze più attive nell’area, quali Francia e Usa.
La vera domanda, è: perché prima non eravamo noi a gestire la crisi libica? Tutto sommato è l’Italia la potenza ex coloniale nel paese nordafricano. È l’Italia che ha la maggiore e più lunga esperienza negli affari libici. È sempre l’Italia la nazione europea geograficamente più vicina. Eppure siamo quasi del tutto esclusi dalla gestione della crisi libica post-Gheddafi.

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Chi ha fatto sparire Khashoggi?

Che fine ha fatto Jamal Khashoggi? A questa domanda dovrebbe essere il Qatar a rispondere. Infatti, il giornalista saudita scomparso a Istanbul sembra essere rimasto vittima dell’ennesima trama imbastita dal regime di Doha con i suoi fedeli esecutori appartenenti all’internazionale islamista della Fratellanza Musulmana, che ha attualmente nella Turchia del Sultano Erdogan il suo principale avamposto geopolitico e la sua principale base operativa.

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Le ultime dalla Siria

Dopo che la contraerea del regime di Damasco, con un missile russo, ha abbattuto un aereo russo per errore, i russi hanno regalato ad Assad i nuovi sistemi anti-aerei S-300. “E se gli abbattiamo un altro aereo cosa ci regaleranno?”, si chiede Bashar al Assad in una vignetta israeliana. Nello Stato ebraico, la cosa preoccupa, ma per lo meno ci si scherza anche sopra.
Il più recente maggior sviluppo bellico in Siria è la tregua, già fragile in partenza, nella sacca di Idlib. Anche in quel caso, il cessate il fuoco con i ribelli di Idlib è stata preceduta da una serie di notizie surreali, secondo cui i russi accusavano gli americani di prepararsi ad accusare Assad sull’uso di armi chimiche.

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Machiavelli, l’emigrazione e gl’illuministi Scozzesi

Nel capitolo XV del “Principe” il nostro Machiavelli pronuncia la celeberrima sentenza che ritengo basilare per la politica e la scienza sociale: “Ma sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa che alla immaginazione di essa.” Nella sua famosa ‘versione italiana’ del capolavoro, Piero Melograni la traduce così: “Ma essendo il mio scopo quello di scrivere qualcosa di utile per chi vuol capire, mi è parso più conveniente inseguire la verità concreta, piuttosto che le fantasie.” Senza sminuire in nulla la lodevole fatica di Melograni, azzardo a dire che qui la potenza di scrittura di Machiavelli viene alquanto snervata dalla traduzione, altrimenti spesso  indispensabile. Certo, la ‘verità effettuale’ è ‘concreta’, tuttavia anche più che concreta, cioè ‘necessaria’, ‘costante’, ‘ineluttabile’.

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La piccola Masa, l’illuminismo e lo storicismo

La guerra siriana, come ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, è una “guerra sporca”. C’è una realtà apparente, che è quella, di volta in volta, presentata dagli organi di informazione di massa. Molto più difficile appurare quale sia la verità.

Giornalisti che vogliono, non informare, ma argomentare in modo intelligente l’interpretazione dei fatti che hanno deciso di sostenere possono, ad esempio, puntare sull’emotività. Ecco la foto di una bambina bellissima, la piccola Masa di sette anni, pubblicata dall’inglese “Sunday Times” e poi ripresa da molti altri organi di informazione in tutto il mondo. Ad esempio dal Quotidiano “Corriere della Sera” con l’articolo “La guerra negli occhi di Masa” (edizione di lunedì 16 aprile 2018, pagine 1 e 8). Chi è quel mostro che ha attentato alla vita di quella bambina di sette anni, così come della sua sorella gemella e di sua madre, una giovane donna di 34 anni? L’articolista lo scrive come se si trattasse di un fatto ormai acclarato ed incontestabile: «sono sfuggite» «alle bombe chimiche di Douma lanciate dal regime Assad».

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Il Sud democratico Il Sud repubblicano Il Sud 2016

La storia delle elezioni presidenziali americane, in particolare nel Sud Usa

Varese, nel giorno del 2018 dedicato a sant’Elfego il Vecchio
Necessaria premessa.
Nelle righe che seguono mi occupo delle elezioni presidenziali, in particolare nel Sud Usa, a partire dalle prime successive alla Guerra di Secessione. Non di quelle congressuali né di quelle governatoriali o locali i cui risultati quanto ai partiti votati possono tendenzialmente nei vari momenti coincidere ma anche divergere. Nelle righe che seguono capita che il partito democratico venga definito ‘dell’asino’ e i suoi aderenti ‘asinelli’, visto che proprio un asino ne è dai tempi di Andrew Jackson il simbolo. Occorre altresì che il partito repubblicano sia chiamato ‘dell’elefante’ e i suoi adepti ‘elefantini’ essendo dall’Ottocento il pachiderma in questione il simbolo del ‘Grand Old Party’, da cui l’acronimo GOP. Ancora, si parlerà di ‘cintura della Bibbia’ (’Bible Belt’) a proposito degli Stati meridionali nei quali la religione è fortissimo motivo di schieramento, e di ‘cintura della ruggine’ (’Rust Belt’) con riguardo ai territori del Nord e del Middle West nei quali la crisi economica della fase finale degli anni Dieci del terzo millennio ha provocato la chiusura di molte fabbriche e appunto la ruggine dei macchinari inutilizzati. Infine, gli Stati che votano democratico sono colorati nella carta geografica di blu (’Blue States’) mentre quelli che si esprimono per i repubblicani si colorano di rosso (’Red States’).

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Mitt Romney torna in pista

Venerdì, l’ex governatore del Massachusetts ha annunciato la sua candidatura per il seggio senatoriale dello Utah.

Di fede mormone, Romney ha generalmente militato nelle file più centriste del Partito Repubblicano, cercando per due volte di arrivare alla presidenza degli Stati Uniti. Ma senza troppa fortuna. La prima, nel 2008, fu sconfitto durante le primarie repubblicane da John McCain. La seconda, nel 2012, riuscì a conquistare la nomination ma fu sconfitto da Barack Obama alla General Election. In entrambi i casi, scontò la sua immagine troppo moderata e – in particolare – la sua fede religiosa. Ha infatti subìto ripetutamente l’ostracismo della destra evangelica, che non lo ha mai digerito, scegliendo di boicottarlo

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Donald Trump, un anno dopo. Bilanci e incognite

Il 20 gennaio 2017 il tycoon giurava da presidente. E sta finendo il periodo in cui il capo della Casa Bianca ha le briglie più sciolte, non condizionate da scadenze elettorali: il 6 novembre c’è il voto di Midterm

Un anno e mezzo. Una volta eletto per il primo mandato, il presidente degli Stati Uniti ha un anno e mezzo, diciotto mesi, per governare. Per governare senza eccessivi lacci e impedimenti. Senza essere condizionato da scadenze elettorali. Trascorso tale periodo, avvicinandosi le Mid Term Elections, tutto cambia. I doveri nei confronti dei parlamentari «amici» nonché del partito stesso viepiù prevalgono e vincolano. Non che nel predetto periodo «aureo» possa il Capo dello Stato Usa fare davvero quello che vuole.

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