Categoria: Cultura

Il c.d. “jus soli”

I nostri illuminati governanti intendono concedere ai figli di profughi o immigrati nati in Italia la cittadinanza.

In linea teorica le finalità sembrerebbero valide: favorire l’integrazione, controbilanciare il tasso d’invecchiamento della nostra popolazione e la riduzione delle nascite.

Dato, però, che, conoscendo i “Sinistri”, non credo in toto nella loro buona fede penso che il progetto “de quo” abbia come fine soprattutto quello di distogliere l’attenzione delle masse elettorali dal ” non risolto “problema degli sbarchi e dal grande rischio della trasformazione, in un breve lasso di tempo, della società italiana in un altro territorio a prevalenza islamica e di accattivarsi futuri elettori.

E’ giusto salvare quelli che rischiano la vita in mare o in terra ma occorre esercitare con estrema decisione ogni sforzo in sede internazionale per cercare di eliminare le cause del fenomeno.

E ciò, come abbiamo scritto più volte su questo foglio, è un’impresa fattibile solo “internazionalmente”.

“Semel in anno insanire licet” (Orazio, Saturn.)

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E’ lecito una volta all’anno fare qualche pazzia.

E’ tuttavia indice di follia farlo troppo di frequente.

Qualche esempio tratto dalla cronaca.

Leggendo la stampa europea e transatlantica mi sembra che qualche cosa di anomalo avvenga al neo -presidente degli Stati Uniti (anche se il nome in inglese significa “tipo in gamba”(fam.).
Dato che lo stesso, appena insediatosi, intende ( o è costretto ?) a congedare alcuni dei suoi più stretti collaboratori.

Ricordo dei cinquant’anni del Centro Pannunzio

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Carla Gobetti come segno di buon augurio ci regalò una fotografia di Piero che è rimasta nella nostra sede a fianco di una di Piero Calamandrei donata dalla nipote.
Furono, da subito, molto presenti tra gli altri Frida Malan, Valdo Fusi, Paolo Greco e tanti altri. Tra i sindaci attenti al Centro Pannunzio vanno citati Cardetti, Magnani Noya, Zanone, Castellani, Fassino. In Regione i presidenti Oberto, Viglione, Brizio, Ghigo.
Il Centro in pochi mesi raggiunse più di un centinaio di associati, destinati negli anni ad arrivare a mille, diffusi in tutta Italia.
Giunse subito un telegramma di felicitazioni del Presidente della Repubblica Saragat che ci ricevette al Quirinale.

Noi combattemmo da subito una ferma battaglia nell’Università contro le intolleranze della contestazione e per il rinnovamento della scuola e dell’Università. Molti docenti furono con no i.Da Franco Venturi ad Aldo Garosci, da Alessandro Passerin d’Entrèves
a Giorgio Gullini ,ad altri.

Incidit in foveam quam fecit

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“Cadde nella fossa che egli stesso scavò”.

E’ un antichissimo proverbio mai smentito dall’esperienza.

L’Unione Europea non riesce ad elaborare un piano onde cercare d’interrompere i quotidiani naufragi e le conseguenti morti cui assistiamo lungo le nostre coste.

Su questo foglio “abbiamo osato” indicare una soluzione: intervenire laddove nasce il fenomeno. E’ una difficilissima soluzione ma non ne vediamo altre efficaci.

I Governi europei credono di risolvere il problema accantonandolo, credendo cioè che valga il motto statunitense “non nel mio cortile” ma ormai non c’è più un cortile che sia solo nazionale.

L’esecutivo italiano deve perciò porre “in maniera drammatica” la questione a tutti gli altri Governi e questo anche nell’interesse dei poveri esuli.

Altrimenti l’integralismo islamico troverà molta benzina per i suoi incendi.

Kiwi (o della globalizzazione del cibo)

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Intervento si Mauro della Porta Raffo al convegno: Workshop a cura della Società Umanitaria sul tema ‘Il cibo e l’uomo. Il valore simbolico del cibo

Cinese? Ma perché cinese se quello strano frutto arrivava sulle nostre tavole dalla Nuova Zelanda, come d’altra parte suggeriva il nome?

Anni Settanta del trascorso Novecento, direi, ed ecco apparire in Italia il kiwi.

Buono? Cattivo?

A mio padre non interessava scoprirlo.

“Quando ero piccolo io”, aveva sentenziato la prima volta rifiutando anche solo di assaggiarlo, “non c’era e quindi non lo mangerò!”

Il Centro Pannunzio di Torino protagonista dell’ultimo libro di Quaglieni.

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Pier Franco Quaglieni ha scritto un agile saggio, titolato Figure dell’Italia civile (Torino, Golem Edizioni, 2017), per spiegare il senso dell’attività del Centro “Mario Pannunzio” di Torino, operante dal 1968, e per testimoniare il proprio personale impegno quale direttore generale del predetto Centro.

Le iniziative culturali promosse dal Centro Pannunzio, in un tempo lungo quasi mezzo secolo, hanno visto il concorso di tanti intellettuali, prevalentemente di orientamento liberaldemocratico, ma anche di diversa formazione politico-culturale, in quello spirito di rispetto reciproco, di dialogo, di tolleranza, di amore per la cultura, che sono le manifestazioni caratterizzanti una mentalità davvero liberale. Quaglieni ricorda ora alcuni di questi intellettuali, le cui storie personali hanno incrociato, in modi diversi, la vicenda del Centro Pannunzio. Per la precisione, si tratta di diciannove ritratti: i protagonisti sono indicati secondo l’ordine cronologico di nascita, per non far torto ad alcuno, e raccolti sotto la comune dicitura di “Maestri e amici”. Nella prima parte del libro, Quaglieni include altri undici ritratti, di personalità che hanno avuto particolare influenza su di lui. Come scrive nella Premessa, «riguardano maestri che, per ragioni anagrafiche, non ho conosciuto direttamente, ma che hanno influito profondamente sulla mia vita di giovane e poi di studioso». In questo caso ha scelto, come denominazione comune, l’espressione “Le radici”.

Davvero difficile diventare ed essere se stessi a Francesco Salvi – che ci è riuscito – in occasione della sua mostra di pittura che si apre il 23 marzo a Milano, in Sant’Ambrogio

immagini.quotidiano.net

Malinconico,
sulla carta, sullo schermo e nella vita ho amato e amo
quelli che hanno già detto e dato tutto,
quelli che sanno che è inutile continuare e non per questo sono in grado di smettere,
quelli che si battono per una causa persa sapendo benissimo che non servirà a niente (e, del resto, non è forse solo per le cause perse che vale la pena di combattere?),
quelli che soffrono ma non mollano,
quelli che sanno come va il mondo e ciò malgrado sperano,
quelli che sono capaci di contraddirsi,
quelli che sanno invecchiare,
quelli che sono più grandi della vita,
quelli che amano senza nulla pretendere,
quelli che si sacrificano e non te lo fanno pesare,
quelli che sanno come uscire di scena,

Recensione a: Pier Franco Quaglieni, Figure dell’Italia civile, golem Edizioni, Torino 2017

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Nel 1915 Giovanni Amendola, uno dei più noti pensatori liberali del secolo scorso, in un saggio dal titolo Etica e Biografia scriveva che quest’ultima «può fornirci […] una conoscenza più ricca e più nitida della vita morale, di quanto la stessa etica non sappia dirci». Molti anni prima, in un’opera rimasta a lungo – lo era ancora quando Amendola scriveva il suo saggio – inedita: Istorica. Lezioni di enciclopedia e metodologia della storia, un famoso storico tedesco, Johann Gustav Droysen, tra quelle che per lui erano le più importanti forme di esposizione storica, collocava, appunto, la “biografia”. Questa, scriveva, non è un genere adatto a tutti i personaggi storici, ma è «indicata soltanto in certe circostanze»: il biografo, infatti, «non può […] fare null’altro che immedesimarsi, per così dire, nella vita e nella personalità che descrive, per acquisire il suo orizzonte, il suo ambito di pensieri, il suo modo di sentire, descrivendola in certa misura per parlare a partire da essa stessa; il lettore ha il piacere di comprendere ogni azione e creazione dell’eroe, il suo parlare e pensare a partire dalla personalità di quello, di familiarizzarsi con i processi della sua vita interiore di cui ogni sua parola ed opera danno testimonianza».