Autore: Piercamillo Falasca

Risorse per le infrastrutture: meglio liberalizzare che nazionalizzare

Un evento drammatico e luttuoso come la caduta del ponte Morandi di Genova dovrebbe far riflettere l’Italia sulla necessità di investire più risorse nella costruzione e nella modernizzazione del suo patrimonio infrastrutturale, da rinnovare più che da manutenere. Ma quali risorse?

Il dibattito – inaugurato dai leader di governo Salvini e Di Maio mentre ancora si cercavano superstiti – ha subito preso la piega di un piagnisteo antieuropeo, come se l’Italia subisse delle limitazioni dall’Unione Europea per le sue scelte di investimento in conto capitale. In realtà, non c’è nessuna regola comunitaria che vieta a uno stato membro di investire le proprie risorse in infrastrutture, purché abbia i fondi necessari per farlo.

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Tutti i lavoratori sono uguali, ma quelli pubblici sono più uguali degli altri?

Elsa Fornero, ministro della Repubblica dice una cosa banale, a proposito di riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori: “Non è possibile che noi diciamo certe cose sul settore privato e poi non le applichiamo nel pubblico”. Replicano indignati alcuni rappresentanti sindacali, definendo le parole del ministro “davvero inopportune e fuorvianti“, accusando l’esponente di governo di anelare “con fervore degno di miglior causa si augura di veder crescere la possibilità di licenziare i lavoratori pubblici”.

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Il masochismo di FLI: la rotta è giusta, ma i marinai litigano. Gli errori dell’Assemblea

Masochismo allo stato puro, quello di Futuro e Libertà. Fare un’assemblea costituente, sapere che i media avrebbero coperto poco e male l’evento (anche per la coincidenza della manifestazione per le donne), ma concedersi una contesa fratricida e semipubblica sulle poltrone. Con il risultato che i tre quarti buoni dell’informazione relativa all’assemblea è stata dedicata a questo, non ai contenuti degli interventi e alle conclusioni di Gianfranco Fini. Il presidente del nuovo partito ha indicato la rotta che in molti auspicavamo: FLI è e sarà un movimento di centrodestra, liberale, moderato e repubblicano. Un progetto politico coerente con le ragioni fondative di quel “Popolo della Libertà” che doveva essere e non è stato, quel partito che Fini contribuì a fondare e far vincere, ma che – ai primi esercizi di pluralismo – ha mostrato l’insofferenza di Silvio Berlusconi per qualsivoglia forma di “eterodossia” culturale. Per tacere d’altro.

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