Autore: Gianni Vernetti

L’Europa pretenda da Putin la liberazione di Navalny

Oggi inizia la controversa visita ufficiale a Mosca di Josep Borrell, l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Sicurezza e Vice-Presidente dell’Unione Europea. L’ultima visita dello stesso livello fu organizzata soltanto nel 2017 e le ultime ore che hanno preceduto l’arrivo di Borrell in Russia sono state connotate da un crescente coro di dubbi e di perplessità. In una nota congiunta, i Ministri degli Esteri di Estonia, Lettonia e Lituania, hanno chiesto a Borrell di rinviare il viaggio a Mosca, ritenendo utile la messa a punto di una nuova e più incisiva azione politica e diplomatica europea nei confronti della Russia, dopo l’arresto e la condanna arbitraria di Alexey Navalny.

Simili dubbi sono stati espressi nei giorni scorsi anche dai governi di Polonia e Romania, che hanno messo in guardia l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea sui rischi connessi all’uso propagandistico che Mosca potrebbe fare della visita e dei pericoli derivati da una legittimazione del regime in un momento di suo massimo isolamento dopo l’arresto e la condanna di Navalny. La sensibilità dei paesi che hanno conosciuto l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia non può certo essere facilmente derubricata e quel monito va ascoltato.

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Biden – Putin, la musica è già cambiata

Di fronte ad un Campidoglio minacciato solo pochi giorni fa dall’insurrezione suprematista, Joe Biden ha rivolto il suo primo discorso alla nazione da Presidente ricordando le sfide urgenti e drammatica che l’America ha di fronte a sè. Poi ha firmato 15 ordini esecutivi per dare corpo e sostanza a quanto dichiarato, cancellando alcune delle più pesanti storture della stagione trumpiana: rientro degli Usa negli Accordi di Parigi sul clima e svolta verde con la fine delle esplorazioni di gas nell’Artico; rientro nell’Organizzazione Mondiale della Sanità e fine del negazionismo sul Covid con obbligo dell’uso della mascherina in tutte le strutture pubbliche; fine del divieto di ingresso nel paese da diversi paesi islamici; stop alla costruzione del muro con il Messico; un pacchetto di misure per tutelare i diritti dei migranti; moratoria sui pagamenti dei debiti studenteschi e sugli sfratti.

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“America is back”. La politica estera della presidenza Biden

Il prossimo presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden ha di fronte a sé poco più di due mesi che lo separano da mercoledì 20 gennaio, quando verrà inaugurato il suo mandato, ma già fin d’ora è possibile delineare i principali orientamenti in politica estera della sua amministrazione, con uno sguardo particolare all’impatto che produrranno in Europa e in Italia. Per prima cosa il presidente Biden dovrà realizzare un’operazione “fiducia” per ricostruire a tutto campo un solido sistema di relazioni internazionali, a partire dagli alleati storici nell’America, reso traballante dalla breve, ma “intensa” stagione trumpiana.
L’”America First” di trumpiana memoria, sarà sostituito da “America is back”: gli Stati Uniti sono tornati, con la loro forza e la loro credibilità per essere nuovamente protagonisti e leader delle nuove sfide globali attraverso un multilateralismo “evoluto” ed un sistema articolato di alleanze fra le democrazie.

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Israele-Bahrein, la pace di Bibi non finisce qua

La storia si è rimessa in moto in Medio Oriente. Ora Israele farà accordi con Oman, Marocco e Sudan. Erdogan e Iran i grandi sconfitti.

La storia si è rimessa davvero in moto e il Medio Oriente rischia di essere in breve tempo positivamente irriconoscibile. Ieri è stato uno strano 11 settembre e dopo 19 anni non si sono solo commemorati i morti del più grande attentato della storia del jihadismo, ma un ennesimo accordo di pace fra Israele e un paese arabo del Golfo.

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Israele, la pace con gli Emirati è solo l’inizio. Seguiranno Bahrein e Oman

Israele e gli Emirati Arabi Uniti hanno raggiunto un accordo storico che porterà alla piena normalizzazione dei rapporti diplomatici fra i due paesi. Gli “Accordi di Abramo” sono l’intesa diplomatica più importante siglata fra Israele ed un paese arabo dopo l’accordo di pace con la Giordania del 1994.

La portata dell’intesa avrà un impatto di lungo periodo in tutto il grande Medio Oriente cambiando molti equilibri che parevano immutabili e consolidati.

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Tannu Tuva, così rinasce la Repubblica che non c’è

Inghiottita nel ’44 dall’Unione Sovietica, scomparsa dalle carte geografiche e dalla memoria, oggi ha status autonomo nella Federazione Russa. Qui il passato convive col presente, i templi lamaisti con quelli sciamanici.

Nel 1980 l’eclettico Premio Nobel per la Fisica Richard Feynman amava passare le serate con un gruppo di amici sfidandosi con quiz geografici. Esaurite le capitali, le provincie, i fiumi e le catene montuose nei luoghi più remoti del pianeta, una sera chiese: «Qualcuno sa dove si trovi la Repubblica di Tannu Tuva?». «Non esiste», fu la risposta corale. Feynman a quel punto raccontò della sua passione coltivata fin da bambino per degli strani francobolli triangolari emessi tra il 1921 e il 1944 da una piccola Repubblica indipendente incastonata fra la Mongolia, Cina e Siberia: Tannu Tuva. Il gioco divenne così una sfida e un’ossessione intellettuale. 

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