Autore: Alberto Mingardi

Il quid hayekiano e thatcheriano di Caprotti, fascio di energia lombarda

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La sua vita è stata un lungo ragionamento su che cosa volesse il consumatore, su come migliorare la sua esperienza di acquisto, su come preservarne la fiducia
Sulla lapide, dovrebbe star scritto “Bernardo Caprotti (1925-2016), imprenditore lombardo”. L’aggettivo vale quanto il sostantivo per capire, nei limiti del possibile, atteggiamenti e tic del padrone di Esselunga. Per intenderci, Caprotti era tipo che ci teneva a ricordare al suo interlocutore, già è stato scritto, d’essere tarantolato dal lavoro al punto di non aver mai visitato Gerusalemme, e gli sarebbe piaciuto, e di aver disertato regolarmente il suo palco alla Scala, e amava l’opera. Lì per lì l’interlocutore guardava ammirato questo monumento vivente all’abnegazione imprenditoriale. Era difficile però che non si chiedesse, a un certo punto, se davvero tre ore di Traviata potessero infliggere un colpo mortale alla produttività di Esselunga o se una visita in Israele, regolarmente equipaggiati di telefono peraltro, avrebbe messo a repentaglio il futuro della Ferrari della grande distribuzione. La verità è che tutti siamo nati per soffrire, ma noi lombardi di più. Fra Milano e Sondrio se di una persona si dice che lavora troppo, sottinteso: non ha un attimo per godersi la vita, è per farle un complimento. Già arrivati a Pavia qualcuno comincia ad alzare il sopracciglio.