Torturare la statistica finché non suggerisce il lockdown

Un’inchiesta pubblicata dal quotidiano tedesco Die Welt non ha ricevuto la dovuta attenzione del pubblico, nel corso dell’ultima settimana. In Italia l’hanno riportata solo pochi quotidiani, alcuni dei quali hanno per altro fama di essere un po’ bufalari e un po’ tanto complottisti. Poi non ne ha parlato più nessuno. Ma la notizia, in sé, non è stata smentita da nessuna fonte autorevole. La notizia è questa: il governo tedesco, nel marzo del 2020, avrebbe incaricato l’Istituto Robert Koch di calcolare quanti morti avrebbe potuto provocare il Covid-19 senza misure restrittive. Ma non ha solo chiesto di calcolarle, ha anche espressamente voluto che i ricercatori calcassero la mano, che calcolassero la previsione peggiore possibile. Lo scenario peggiore possibile prevedeva 1 milione di morti, nel caso non si fosse applicato il lockdown.

Il governo, insomma, avrebbe influenzato lo studio dell’Istituto Robert Koch per poi presentare al pubblico i suoi risultati come “oggettivi”, ottenendo così maggiori poteri e consensi per poter applicare misure restrittive. Il seguito, comunque, lo conosciamo e, fortunatamente per i tedeschi, il lockdown in Germania è stato molto più lieve rispetto a quello in Italia e in molti altri Paesi dell’Europa occidentale, più leggero anche rispetto alla maggior parte degli Stati degli Usa. La locomotiva d’Europa è uno Stato federale e la sua stessa struttura (più ancora degli interessi economici) ha preservato maggiormente la libertà dei cittadini tedeschi, almeno fino alla fine dell’anno scorso. E la Germania, nonostante la leggerezza delle misure, ha avuto 65.949 morti (e non 1 milione) fino ad oggi, uno dei dati migliori d’Europa, se lo si considera in rapporto alla popolazione. Ma lo scambio di email fra il governo tedesco e uno dei maggiori istituti di ricerca delle malattie infettive è rivelatore di un inquinamento politico sia della ricerca che della comunicazione sulla pandemia di Covid.

Non è purtroppo un caso unico. Anche nel Regno Unito, dopo la pioggia di critiche per la presunta scelta della strategia aperturista per raggiungere un’immunità di gregge (notizia falsa, perché il governo Johnson non ci ha mai pensato, ma comunque diffusa su tutti i maggiori media), ha prevalso la strategia dell’epidemiologo Neil Ferguson. Secondo il suo modello si sarebbero rischiate dalle 250mila vittime fino alle 510mila vittime se non si fosse fatto ricorso a una strategia di lockdown. Difficile anche solo pensare che si sarebbe potuta raggiungere una simile quota di perdite umane, pur in assenza di misure restrittive. Attualmente, il Regno Unito, la quinta nazione al mondo per numero di vittime (in rapporto alla popolazione) ha subito 117.396 morti, un numero enorme, ma meno della metà della stima minima. Per un controfattuale (se non ci fosse stato il lockdown) è anche utile vedere come si è “comportato” il modello dell’Imperial College nel caso della Svezia. Senza aver applicato alcuna misura di limitazione della libertà dei cittadini ha avuto 12.428 decessi, mentre l’istituto britannico ne prevedeva 65mila in quelle condizioni. Non sappiamo se anche gli studi e i risultati dell’Imperial College siano stati condizionati dal governo britannico. Non dimentichiamo poi che, secondo il Comitato Tecnico Scientifico italiano, in caso di riaperture a maggio, avremmo avuto 151mila vittime di Covid solo nei primi due mesi dell’estate. Adesso possiamo ben vedere come, in tutto il 2020, i morti siano stati circa la metà di quella stima, che pure era stata diffusa dai media nazionali.

L’idea di premere sul pedale dell’acceleratore del panico ha un senso? Da un punto di vista del governo, sì. E’ un’applicazione, fino alle estreme conseguenze, del principio di precauzione. Un governo non vuole essere responsabile di neppure una morte accidentale dei suoi cittadini, per evitare problemi di opinione pubblica in futuro. E’ come un’amministrazione locale che chiude le scuole quando è prevista pioggia e teme un’alluvione. Poi magari piove poco, ma intanto si è persa una giornata di scuola. I governi vogliono evitare morti di Covid per evitare di essere tacciati di irresponsabilità, sottovalutando però tutti gli effetti delle chiusure, dalla crisi economica all’impatto disgregatore sulla società, fino alle pesanti conseguenze psicologiche sui singoli.

Può darsi però che ci sia qualcosa di più di una semplice prudenza. Il panico indotto può giustificare misure che altrimenti un governo non potrebbe adottare in tempi più tranquilli. Ma quindi vuol dire che le misure restrittive sono un fine, non un mezzo. La tesi che non si debba tornare alla “normalità” è ormai un mantra, diffuso tutti i giorni da Davos ai leader del G7, dall’Ue agli artisti e scienziati francesi autori del manifesto contro il ritorno alla normalità. D’altra parte la normalità fatta di relazioni, movimenti e consumi era già odiata prima del Covid: la si voleva reprimere nel nome della lotta al riscaldamento globale. Soprattutto i movimenti (in aereo) e i consumi (di carne, in particolare) erano invisi alle élite culturali e politiche. Il Covid è il pretesto per accelerare questo processo, il fine è la “nuova normalità” o “great reset”. Non è detto che ci si trovi di fronte a un piano coordinato, semplicemente perché non ce n’è neppure bisogno. Ormai quella della “nuova normalità” è un’idea così capillarmente diffusa, che è diventata un retro pensiero di ogni decisione. Quindi non c’è da stupirsi se, vuoi per eccesso di prudenza, vuoi per ottenere il fine di cambiare la società dei consumi, un politico chieda ai suoi esperti “datemi un argomento forte per dire ai miei cittadini di starsene finalmente a casa”.

 

da: https://lanuovabq.it/it

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