L’Europa pretenda da Putin la liberazione di Navalny

Oggi inizia la controversa visita ufficiale a Mosca di Josep Borrell, l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Sicurezza e Vice-Presidente dell’Unione Europea. L’ultima visita dello stesso livello fu organizzata soltanto nel 2017 e le ultime ore che hanno preceduto l’arrivo di Borrell in Russia sono state connotate da un crescente coro di dubbi e di perplessità. In una nota congiunta, i Ministri degli Esteri di Estonia, Lettonia e Lituania, hanno chiesto a Borrell di rinviare il viaggio a Mosca, ritenendo utile la messa a punto di una nuova e più incisiva azione politica e diplomatica europea nei confronti della Russia, dopo l’arresto e la condanna arbitraria di Alexey Navalny.

Simili dubbi sono stati espressi nei giorni scorsi anche dai governi di Polonia e Romania, che hanno messo in guardia l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea sui rischi connessi all’uso propagandistico che Mosca potrebbe fare della visita e dei pericoli derivati da una legittimazione del regime in un momento di suo massimo isolamento dopo l’arresto e la condanna di Navalny. La sensibilità dei paesi che hanno conosciuto l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia non può certo essere facilmente derubricata e quel monito va ascoltato.

Bruxelles ha fatto sapere che nell’agenda dei colloqui con il Ministro degli Esteri Sergei Lavrov ci sarà un confronto sulla crisi in Ucraina e sul conflitto che vede ancora impegnate forze paramilitari sostenute da Mosca nell’est del paese; sulle molte priorità del confronto bilaterale (clima, energia, pandemia, ecc..); sul caso Navalny e il tema delle libertà fondamentali e dei diritti umani. Borrell ha anche annunciato che incontrerà dei rappresentanti della società civile e del mondo accademico.

Ma cosa dovrebbe dire Borrell ai dirigenti russi che incontrerà fra oggi e domani? E più in generale cosa dovrebbe fare l’occidente dopo il clamoroso tentativo di omicidio con il Novichok, un agente nervino di fabbricazione militare, l’arresto e la condanna di Alexey Navalny, il leader più autorevole dell’opposizione democratica russa?

Per prima cosa l’Unione Europea e in generale la comunità delle democrazie dovrebbe prendere atto della nuova e radicale svolta autoritaria che è avvenuta in Russia in queste ultime settimane: non si tratta soltanto dell’ennesimo “giro di vite” nei confronti di qualche voce del dissenso o dell’ulteriore cambio della Costituzione per permettere a Putin di governare in eterno, ma di una vera svolta autoritaria e dittatoriale. Il poco che restava delle libertà fondamentali e dello stato di diritto fra Mosca e Vladivostok, è stato semplicemente cancellato. Un regime che prova ad uccidere il leader dell’opposizione e che dopo aver fallito, lo arresta al rientro in patria e lo condanna con un processo farsa, è un regime estremamente debole, persino spaventato, tendenzialmente a “fine corsa”. E la storia, anche recente, ci insegna che i regimi in queste condizioni, per compensare la debolezza interna, sono spesso tentati dall’aumentare l’assertività e l’aggressività sulla scena internazionale, per individuare in uno o più nemici “esterni”, il colpevole, la causa dei propri mali. All’occidente non conviene dunque farsi troppe illusioni: la crisi con la Russia aumenterà d’intensità nelle prossime settimane ed è un errore pensare che la già sperimentata politica di “appeasment” possa essere la soluzione migliore.

Josep Borrel dovrà, per iniziare, presentarsi a Mosca come il rappresentante di un occidente coeso fra le due sponde dell’Oceano. L’Europa, in tal senso, può trarre vantaggio dalla nuova amministrazione di Joe Biden che già in pochi giorni ha cambiato “tono” nei confronti della Russia. Le dure prese di posizione del nuovo Segretario di Stato Anthony Blinken e del nuovo Consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan sul caso Navalny, confermano il fatto che la questione dei diritti e della democrazia tornerà ad essere centrale nei rapporti fra Mosca e Washington.

Borrell dovrebbe avere il coraggio, dunque, di far sapere alle migliaia di giovani che sono scesi in piazza in tutta la Russia, che l’Europa è con loro, pretendendo di avere piena libertà di movimento e di incontri con gli esponenti della Fondazione Anticorruzione di Alexey Navalny, con i pochi think tank ancora indipendenti (a cominciare dal Centro Sacharov) ed a pretendere dal regime la libertà di movimento per le organizzazioni e le fondazioni internazionali occidentali che hanno visto il loro lavoro fortemente limitato, se non interrotto. Poi dovrà far sapere al regime che la liberazione di Navalny e il fatto che gli venga garantito un processo equo con osservatori internazionali sia la precondizione per la prosecuzione delle relazioni bilaterali a tutto campo e dovrebbe anche pretendere di poter visitare liberamente Alexey Navalny nella prigione vicino a Mosca dove è detenuto.

In aggiunta al tema del rispetto delle libertà fondamentale c’è poi la questione delle nuove sanzioni che dovranno essere messe sul tavolo di una qualunque seria negoziazione fra UE e Russia. E’ tempo che il Magnitsky Act venga applicato non solo a personaggi minori della macchina repressiva di Putin, ma a Putin stesso ed alla cerchia dei suoi più stretti collaboratori. Come ha ripetuto anche recentemente l’ex campione di scacchi Garry Kasparov, oppositore russo in esilio a New York: “a Putin piace governare come Stalin e vivere come Abramovich”. In altre parole: bisogna impedire all’ampia cerchia di oligarchi, militari, uomini chiave del regime di Putin di fare i satrapi in Russia e di godere contemporaneamente della libertà economica e di vita dell’occidente. Quindi vanno bloccati i conti correnti, le finanziarie, gli investimenti, gli asset degli uomini di Putin in molti paesi europei. Il miliardo di dollari spesi per costruire la “Versailles putiniana” a Gelendzhik sul Mar Nero, sono solo una frazione delle ricchezze illegali accumulate da Putin e dalla sua cerchia più stretta di alleati e collaboratori nei vent’anni di regime.

L’Europa non può, poi, ignorare più il nesso fra la geopolitica dell’energia e il regime di Putin. Molti degli asset di stato delle grandi compagnie energetiche sono controllati direttamente o indirettamente da oligarchi vicini al regime. Gazprom e Yukos non possono essere considerati soltanto dei “normali” interlocutori economici. La storia di Mikhail Khodorkovsky è significativa in proposito. Dopo essere è stato a capo di Yukos, uno delle più grandi aziende russe e fra le prime al mondo nel settore petrolifero, nel 2001 ha promosso la Fondazione Open Russia” con l’obiettivo di sostenere le forze democratiche e della società civile, criticando corruzione ed inefficienza del regime. Ed è in quel momento che la sua strada inizia a divergere da quella di Putin. In breve tempo, uno degli uomini più ricchi e noti della Russia diventa una minaccia per il regime. Viene arrestato nel 2003 per frode fiscale, reato da lui sempre negato, passa 10 anni in carcere e oggi vive in esilio a Londra. Con il petrolio in Russia non si può scherzare e la vendetta del regime è stata durissima.

Va quindi messa seriamente sul tavolo del rapporto con Mosca la possibilità di cancellare il progetto del Gasdotto North Stream 2, con buona pace dell’ex Primo Ministro socialista Gerhard Schröder, ora dirigente di Gazprom ed a capo del consorzio che dovrà costruire la grande infrastruttura che legherà la Russia con la Germania, riducendo la libertà delle scelte nel campo degli approvvigionamenti energetici di tutta l’Europa.

Infine, va cambiata la politica di Europa ed occidente nei confronti dei paesi che più hanno sofferto della politica aggressiva della Russia in questi anni: L’Ucraina, la Georgia e la Bielorussia.

L’Europa dovrà promuovere un upgrade delle relazioni diplomatiche con l’Ucraina e incrementare il sostegno economico, politico e militare a Kiev anche per porre fine al conflitto del Donbass; la Georgia dovrà poter riprendere il proprio cammino di piena integrazione nell’Unione Europea e nell’Alleanza Atlantica; andrà aumentata ulteriormente la pressione nei confronti del regime di Lukashenko e sostenuta con ancor più convinzione l’opposizione democratica e la sua leader in esilio Svetlana Tikhanovskaya.

da: https://www.huffingtonpost.it

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