Dell’America e di altre cose da nulla

Dal 1981 al 1989, aveva servito il suo Paese. Come 40° Presidente degli Stati Uniti d’America, era stato l’uomo più potente del mondo, contribuendo a determinare, poco dopo la conclusione del secondo mandato, l’implosione del sistema sovietico.

Anche le sue scelte liberiste in politica economica avevano segnato un tale cambio di rotta rispetto a quelle del predecessore Jimmy Carter, da meritarsi l’adozione del neologismo “Reaganomics”.

Dopo tutto questo, perché in democrazia c’è sempre un prima ed un dopo, aveva salutato il suo Paese con un discorso apprezzato  molti ( https://youtu.be/oxLOhOpS8xQ )e  passato la mano al successore George H. W. Bush.

Clic.

Da quel momento, il 40° Presidente era tornato ad essere Ronald Wilson Reagan. Un’autobiografia di successo, poi, prima di essere sopraffatto dalla malattia, una vita da senior citizen quasi qualunque nella sua California.

Rivedere questa foto mi fa pensare a quanto potrò essergli apparso naïf nel guardarlo incredulo mentre passeggiava lungo la spiaggia in compagnia di un tizio minuto, probabilmente un terapista. Neanche un lampeggiante acceso per tenere a bada  pericolosi comuni cittadini. Nessun dispiego di risorse collettive da dedicare ad un illustre servitore del Paese ormai a riposo.

Visto il mio imbarazzo da parvenu della democrazia liberale, Mr. Ronald Reagan mi fece un cenno e mi invitò ad avvicinarmi. Poi, con la stessa semplicità, mi chiese chi fossi e che facessi di bello da quelle parti. Preparandoci a tale altissimo conversare, mi indicò una panchina e mi invitò ad accomodarmi.

Avevo meno di trent’anni, molte belle speranze, pochi quattrini ed una grande passione per l’America. Non proprio un profilo simmetrico al suo, ma ricordo che mi ascoltò con pazienza, sorridendo per qualche mio inciampo nella consecutio temporum (difficile stiparci tutte le coordinate e le subordinate che mi spillavano dal cervello in italiano). Alla fine mi strinse la mano come si usa tra noi cowboy e indicando la reflex che avevo con me, mi propose di farci una foto ricordo.

Se ne occupò diligentemente il collaboratore che era rimasto al suo fianco. Fece uno scatto solo – neanche uno in più, tanto per sicurezza – poi mi rese la macchina fotografica. In fondo, era una foto qualsiasi:  un tipo italiano in vacanza ed un vecchio zio con  storie pazzesche da raccontare.

Sin troppo facile – ora come allora – andare con la mente al mio Paese, dove qualunque ex-qualcosa della politica diventa di diritto un cacicco su piazza, da non contraddire, da non molestare e – da un certo rango in su – da continuare ad onorare con vitalizi, privilegi ed esenzioni, autisti e segretarie offerti dal contribuente.

Conservo questa foto con cura,  perché mi ricorda lo spirito autentico della democrazia americana. Chi ricopre un pubblico ufficio, fino alla magistratura più alta, tecnicamente “serves as”, ovvero presta un servizio alla comunità alla quale appartiene.

Il prima ed il dopo appartengono solo a lui.

E, come la mia esperienza americana mi ha insegnato, in genere le donne e gli uomini delle istituzioni tendono ad essere, come sempre dovrebbe, interlocutori non-partisan.

Nonostante tutto, compreso l’oltraggio a Capitol Hill, sono certo che questo spirito autenticamente proprio della democrazia americana continuerà a sopravvivere. Anche per questo, per dare un volto al mio racconto, ho voluto evitare la tentazione di utilizzare un democratico o, addirittura, un’icona pop come il Presidente Obama (il quale, invero, non risulta nemmeno presente nel mio album fotografico).

Ho scelto invece un grande presidente repubblicano, del quale probabilmente non condivido nemmeno la dottrina politica, ma che di certo ha servito con onore gli Stati Uniti d’America.

Gli anticorpi  dei quali dispone il sistema, anche sotto forma di checks and balances, sono sufficienti a superare anche questo grave vulnus. Nella naturale imperfezione di ogni possibile forma di stato e di governo, la democrazia liberale rimane comunque la meno imperfetta.

Ricordiamocelo bene e ripartiamo da qui per difendere i principi e valori che ci accomunano, a partire dalla tutela dei diritti dell’uomo. Di essi dobbiamo essere orgogliosi e ritornare a dare al più presto testimonianza quotidiana in politica estera come a casa nostra.

Sono certo che con la Presidential Inauguration del 20 gennaio si scriverà la prima pagina di un nuovo capitolo. In calce porterà la firma di Joseph R. Biden Jr. ma scommetto che a condividerne lo spirito,  da qualche nuvola sopra la California, sarà anche il mio amico per un giorno

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