Biden prepara la sua guerra lampo: 10 giorni di ordini esecutivi

In una nota rilasciata dal capo di Gabinetto, Ron Klain (un uomo di Obama tornato in auge nella nuova amministrazione), Joe Biden ha tutta l’intenzione di lanciare una sorta di guerra lampo per ribaltare completamente le politiche di Donald Trump a colpi di ordini esecutivi. In dieci giorni ha intenzione di emetterne “decine”. Il linguaggio non fa ben sperare nell’azione della prossima amministrazione democratica che, come quella di Obama, tenderà ad accentrare il potere nelle mani dell’esecutivo. E userà l’argomento dell’“emergenza” per evitare dibattiti e imporre la propria volontà.

“Il presidente eletto Biden sta assumendo l’incarico in un momento in cui la nostra nazione attraversa una crisi profonda – si legge nella nota di Klain – Stiamo affrontando quattro crisi che si sovrappongono e si sommano: la crisi del Covid-19, la conseguente crisi economica, la crisi climatica e la crisi razziale. Tutte e quattro le crisi richiedono azioni urgenti. Nei suoi primi dieci giorni di presidenza, il presidente eletto Biden intraprenderà azioni decisive per affrontare queste quattro crisi, per prevenire altri problemi urgenti altrimenti irreversibili e per ripristinare il prestigio americano nel mondo”.

La prima emergenza, quella sanitaria, sarà affrontata il giorno uno della nuova presidenza. Biden annuncia che firmerà ordini esecutivi per affrontare l’emergenza Covid-19. Una di queste è stata battezzata la “sfida dei 100 giorni con la mascherina” e consiste nell’imporre l’obbligo di mascherina su scala nazionale, in tutte le proprietà federali e nei viaggi fra Stati. Già nei dibattiti presidenziali, Trump aveva contestato al suo rivale democratico l’idea di federalizzare l’obbligo di mascherina: la sanità è una prerogativa degli Stati, infatti. La “sfida” è dunque un compromesso: obbligo sì, ma solo quando si è in transito fra due Stati (quindi fra due regolamenti e sistemi sanitari diversi) oppure nelle proprietà del Governo centrale. Un altro ordine esecutivo mirerà ad espandere la campagna di test per il Covid, “estendere la protezione dei lavoratori” e “istituire standard chiari per la sanità pubblica”. Contrariamente a quel che aveva annunciato Trump, sul finire del suo mandato, rimarranno i divieti di viaggi da e per l’Ue, il Regno Unito e il Brasile: avrebbero dovuto essere rimossi il prossimo 26 gennaio, Biden li estenderà a tempo indeterminato.

Ma è soprattutto nel campo della ripresa economica che punta la nuova amministrazione. Mentre il precedente governo repubblicano puntava soprattutto sul taglio delle tasse e si affidava alla creatività dei privati, il piglio interventista pubblico della nuova amministrazione emerge già da queste prime bozze di ordini esecutivi. Si prevede, nell’immediato un “ristoro” di 1900 miliardi per le famiglie e le imprese colpite dalla crisi. L’impegno è quello di riaprire le attività pubbliche il prima possibile. Ma fra i primi provvedimenti si leggono anche alcune misure che ricordano molto quelle del nostro governo: il blocco degli sfratti (con buona pace dei diritti dei proprietari di case) e la sospensione dei pagamenti dei debiti contratti dagli studenti.

Dalla settimana prossima, invece, verranno emessi quelli su immigrazione e clima. Sulla questione migratoria, come abbiamo scritto su queste colonne, il nuovo presidente Biden, ma ancor più la vicepresidente Kamala Harris, si impegnano a regolarizzare almeno 11 milioni di immigrati irregolari. Con una mossa più di immagine che di sostanza, la nuova amministrazione Biden promette di “annullare il Muslim Ban”, quindi aprire anche a quei Paesi musulmani ritenuti pericolosi. Si tratta, appunto, più di immagine che di sostanza, perché il “Muslim Ban” non era affatto tale. Era una lista nera di Paesi pericolosi, a rischio terrorismo, aggiornata pure dalle amministrazioni precedenti che include nazioni musulmane (in maggioranza) ma anche non musulmane.

Il clima sta assumendo una priorità sempre più evidente nei programmi della nuova amministrazione. Prova ne è che una figura di alto profilo nell’amministrazione, John Kerry (già segretario di Stato sotto Obama) è stato nominato “ambasciatore del clima”, una carica nuova. In primo luogo, l’idea di includerlo nelle “quattro crisi” da affrontare con “azioni urgenti” è la riprova di come sia passato il concetto dell’esistenza di un’emergenza climatica, promosso tramite Greta Thunberg per tutto il 2019. Quali saranno questi provvedimenti urgenti? Il primo è quello di riportare gli Usa nel regime degli Accordi di Parigi, da cui Trump si era ritirato. E’ una questione di onore per i Democratici, considerando che Obama era stato fra i principali promotori di Parigi. Il Trattato imporrà agli Usa di ridurre le emissioni di gas serra del 26-28% rispetto ai livelli del 2005, entro il 2025.

Gli imprenditori interessati, soprattutto nel settore dell’industria energetica, temono di affrontare costi enormi di adeguamento e trasformazione, in un periodo in cui sono già in crisi a causa della pandemia. La compagnia dell’oleodotto Keystone XL promette di procedere con la costruzione di un’infrastruttura “a zero emissioni”. Contestato duramente dai Democratici e da organizzazioni di nativi americani locali, l’oleodotto è a rischio. Biden ha apertamente promesso di voler superare la produzione energetica con energie fossili, mettendo a rischio tutta l’industria petrolifera e carbonifera. Proprio in un periodo in cui, almeno dal 2018, gli Usa sono diventati Paese esportatore di petrolio. Lo stesso Biden si era anche espresso contro l’industria estrattiva che usa la tecnica del fracking, particolarmente redditizia in Pennsylvania e motore della nuova politica energetica (la “shale gas revolution”). E le fonti rinnovabili, che tuttora si dimostrano essere un mercato ben poco promettente, in termini di costi e produzione, sono ancora dipendenti in gran parte da sussidi pubblici.

Da: https://www.lanuovabq.it

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