“Non ci deve essere nessun personaggio cinese nella narrazione”

Come sempre, la brutalmente necessaria semplificazione conseguente a quanto dettato dalla richiesta brevità di un articolo espone a critiche feroci.
Fra queste, prime, le stesse mie…
È nel 1929 che Ronald Arbuthnott Knox pubblica il Decalogo del ‘Giallo deduttivo’ nel quale elenca appunto i dieci principi che devono essere rispettati nella stesura di ogni romanzo poliziesco che, propriamente, intenda consentire al lettore di giungere, seguendo il percorso logico del protagonista inquisitore, all’unica corretta soluzione .
La colà esposta regola numero cinque reca: “Non ci deve essere nessun personaggio cinese nella narrazione”.
Per strana che possa apparire tale norma, era allora assolutamente conseguente ai fatti.
Numerosissimi essendo, in quel periodo (fra l’altro, tre anni prima della stesura del Decalogo, ad opera di Earl Derr Biggers, era apparso il notevole detective cinese Charlie Chan!) e da tempo, particolarmente nel genere, i comprimari se non addirittura i protagonisti ‘gialli’.
(Mi sovviene scrivendo che poco dopo se non contemporaneamente, il grande Dashiell Hammett metterà in azione – contravvenendo e sarà un bene! – anche nella Chinatown californiana il suo straordinario Continental Op).
Due, da qui partendo per poi fuggevolmente trascorrere, con riferimento alla storia americana e non disperdendosi nei comunque cospicui rivoli, le possibili strade.
La prima evidenzia come, per quanto numerosissimi (nel 1882 fu necessario ricorrere ad una specifica disposizione – il ‘Chinese Exclusion Act’ – per cercare di arginare l’arrivo, quasi una invasione, dei ‘gialli’ in specie in California), i Cinesi Americani – nel secondo Ottocento usati come bassa manovalanza (e si pensi almeno alla costruzione delle strade ferrate) – non abbiano mai avuto un significativo impatto politico a livello più che locale.
La seconda è che la Cina è stata colpevolmente vissuta per lunghissimi anni dagli USA come una, molto spesso, fastidiosa necessità.
Vedendola dapprima come semplice e in fondo facile terra di conquista (non marginale il contributo statunitense al nascere e perdurare del ‘Secolo dell’umiliazione’ il cui riscatto, a mio modo di vedere, è una delle ragioni, se non la principale, per le quali oggi una Pechino finalmente capace di imporsi, ‘la fa pagare’ all’Occidente e, dato che c’è, non solo).
Non comprendendone i ‘momenti’ (si pensi, per citarne solamente uno, a quanto sia costato da infiniti punti di vista, non avere adeguatamente sostenuto Chiang Kai-shek).
Isolandola assai poco opportunamente in ogni maniera fino alla apertura nixoniana/kissingeriana.
(Più ‘capace’ ma infine nel tempo decisamente fallimentare – mi viene per collegamento – colaggiù il ‘modo’ britannico e francese).
È seguendo l’istinto più che la ragione che posso cercare e forse rinvenire una  motivazione a tanta sconsideratezza nell’esistenza – ben al di là del confine letterario al quale, guardando all’Occidente, ha fatto magistralmente riferimento nel 1994 Harold Bloom in ‘The Western Canon’ – di un onnipresente, nel ‘modo’ stesso
di essere
di pensare
di sognare
di scrivere e poetare disegnare e dipingere
di fare teatro e cinema
di vivere infine,
‘Canone Orientale’.

E mi cospargo il capo di cenere.

Vergate le precedenti, manchevoli, righe a Varese, nell’anno della pandemia, nelle prime ore del giorno che la Chiesa dedica a San Ruricio, Vescovo di Limoges .

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