Israele-Bahrein, la pace di Bibi non finisce qua

La storia si è rimessa in moto in Medio Oriente. Ora Israele farà accordi con Oman, Marocco e Sudan. Erdogan e Iran i grandi sconfitti.

La storia si è rimessa davvero in moto e il Medio Oriente rischia di essere in breve tempo positivamente irriconoscibile. Ieri è stato uno strano 11 settembre e dopo 19 anni non si sono solo commemorati i morti del più grande attentato della storia del jihadismo, ma un ennesimo accordo di pace fra Israele e un paese arabo del Golfo.

Lo avevamo già scritto su queste pagine lo scorso 14 agosto, sostenendo che gli Emirati Arabi Uniti non sarebbero stati l’unico paese arabo a normalizzare i propri rapporti diplomatici con lo stato di Israele.

E ieri sera, neanche un mese dopo lo storico accordo fra Gerusalemme e Abu Dhabi, anche il Bahrein ha deciso di unirsi alla nuova stagione mediorientale di pace e innovazione, annunciando la piena normalizzazione dei rapporti diplomatici fra i due paesi.

Per Donald Trump si tratta di un indubbio successo diplomatico, e il candidato democratico Joe Biden non ha esitato ad esprimere il suo pieno sostegno all’operato del Presidente e il prossimo 15 settembre alla Casa Bianca gli accordi di pace che verranno siglati da Israele saranno dunque due: con gli Emirati Arabi Uniti e con il Bahrein.

Il monarca del Bahrein Hamad bin Isa bin Salman al-Khalifa, e il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu hanno avuto nella giornata di ieri un lungo confronto telefonico che ha concluso un processo iniziato oramai da molti mesi.

Pochi giorni fa il Bahrein aveva concesso, insieme all’Arabia Saudita, il pieno utilizzo del proprio spazio aereo alla compagnia di bandiera israeliana El Al, permettendo il primo volo diretto fra la capitale emirati di Abu Dhabi e Tel Aviv (lo storico volo LY971, come il prefisso internazionale degli Emirati), che ha contributo in modo rilevante a ridurre l’isolamento di Israele in tutto il Medio Oriente.

Ma se andiamo indietro di qualche mese, la piccola monarchia dell’isola-stato del Bahrein aveva già avviato un importante processo di sostegno alla normalizzazione dei rapporti con Israele, ospitando lo scorso dicembre, i primi incontri sull’impatto economico della nuova proposta di pace americana fra Israele e Autorità Nazionale Palestinese. Nel mese di maggio di quest’anno le autorità del Bahrein non avevano autorizzato lo svolgimento di una Conferenza di diverse Ong mediorientali che promuovevano il boicottaggio di Israele e pochi mesi prima il Rabbino Capo di Gerusalemme Shlomo Amar aveva visitato la capitale Manama per incontrare il re del Bahrein Hamad bin Isa al-Khalifa e incontrare la piccola comunità ebraica ancora presente nel regno. Il Ministro degli Esteri Khalid bin Ahmed al-Khlalifa aveva pochi giorni dopo sostenuto pubblicamente il diritto di Israele a difendersi dalla minaccia dell’Iran.

Ed è proprio l’Iran è la chiave più importante per comprendere la genesi di questo secondo e importante “deal”.

La normalizzazione dei rapporti fra Manama e Israele ha certamente una importante componente commerciale ed economica, ma l’elemento chiave che ha favorita la normalizzazione dei rapporti è stato quello della sicurezza nazionale. L’Iran a provato negli ultimi 10 anni in ogni modo a rovesciare la piccola monarchia del Bahrein, facendo leva su una maggioritaria popolazione sciita, con una costante pressione politica e militare. Il contenimento dell’Iran è la lente d’ingrandimento che va utilizzata per comprendere appieno questo nuovo deal, come ha ricordato diverse volte in queste settimane il Ministro dell’Intelligence di Israele Eli Cohen.

Il protagonismo iraniano in Siria con il sostegno militare dei pasdaran al regime di Assad; la creazione delle milizie di Hasd al-Shaabi in Iraq che hanno combattuto contro i Curdi; il finanziamento e l’armamento dello “stato nello stato” di Hezbollah in Libano; il sostegno iraniano ai terroristi di Hamas a Gaza e infine la guerra iraniana per procura in Yemen tramite le milizie Houthi, hanno rappresentato una serie di campanelli di allarme per le monarchie del Golfo che le hanno condotte ha “cambiare radicalmente il gioco” e puntare con decisione su Israele e Occidente.

Ma l’Iran non è l’unico sconfitto dall’iniziativa di pace del Bahrein. In gioco vi è la più generale leadership di un mondo sunnita in bilico fra innovazione e modernità riformatrice e conservazione islamista. In questo senso la leadership assunta dagli Emirati Arabi Uniti, anche in seguito all’indebolimento della credibilità dell’Arabia Saudita dopo il caso Khashoggi, ha rappresentato un’accelerazione importante per il contenimento di Turchia e Qatar che hanno costantemente utilizzato il network internazionale dei Fratelli Musulmani per far cadere i regimi arabi moderati.

L’altro grande sconfitto dell’accordo di ieri fra Israele e Bahrein è dunque la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, con la sua svolta autoritaria e islamista e con la sua agenda neo-ottomana di esportazione di instabilità nel Mare Egeo, in Libia e nel Golfo.

Ma ora che il tabù delle relazioni con Israele è stato rotto da Emirati Arabi Uniti e Bahrein, altri paesi arabi seguiranno la strada innovativa di una nuova stagione di rapporti con l’occidente nelle sue diverse articolazioni, da Israele, agli Usa all’Europa. Si tratta dell’Oman, del Marocco e del Sudan che nei prossimi mesi si affiancheranno alla svolta riformatrice delle due monarchie del Golfo e normalizzeranno le proprie relazioni con lo Stato di Israele.

L’Oman ospita già da anni una delle poche organizzazioni internazionali del mondo arabo nelle quali è incluso lo stato di Israele (Il Middle East Desalinisation Research Center), che studia le tecniche più avanzate per la produzione di acqua potabile dal mare ed ha già ospitato diverse visite di alto livello fra i due paesi, incluso il Primo Ministro Netanyahu che visito Muscat nell ’ottobre del 2018. Il Marocco è l’unico paese arabo che ancora ospita una rilevante comunità ebraica ben inserita nel paese ed è forse il paese arabo che in modo più organico ha tentato in questi anni di riformare l’Islam per contrastare le deviazioni jihadiste e salafite. Il Sudan del dopo Bashir vuole archiviare definitivamente l’isolamento internazionale provocato dal genocidio del Darfur, dal conflitto con il sud cristiano e dall’essere stato il santuario di troppo organizzazioni della galassia jihadista (a partire da Osama Bin Laden).

Il Medio Oriente sta cambiando rapidamente e positivamente ed anche per l’Europa si aprono nuove e grandi opportunità che potranno essere colte però solo con un maggiore protagonismo politico e diplomatico, che ancora non si vede nella regione.

da: https://www.huffingtonpost.i
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