Evitare che la democrazia si indebolisca

Caro direttore, parallelamente alla diffusione del Covid-19, abbiamo avuto in Italia una proliferazione di norme. Se il primo fenomeno è preoccupante per la nostra salute, il secondo è allarmante per la nostra democrazia. Entrambi sono veleni in tessuti diversi, e non si dovrebbe prestare all’uno minore attenzione che all’altro.

Intanto, un bilancio. Dal 23 febbraio al 25 marzo, un mese esatto, sono stati presentati 7 decreti legge, 8 decreti del presidente del Consiglio, 2 delibere del Consiglio dei ministri, 19 ordinanze del capo dipartimento della protezione civile, 2 ordinanze del ministro della salute, 2 direttive del ministro della pubblica amministrazione, un decreto del ministro dello sviluppo economico, una circolare del ministro dell’interno, un numero indefinito, ma molto alto, di ordinanze di presidenti di regione e sindaci. Una raccolta delle disposizioni della protezione civile in vigore al 24 marzo contiene 295 pagine. In questo oceano di norme, che nessuno potrà mai conoscere tutte, si segnalano tre dati che indicano altrettanti malesseri.

Il primo. Il Parlamento non tiene il ritmo del governo. Basti pensare che solo uno dei 7 decreti legge è stato convertito, mentre altri già si preannunciano. Quando si afferma che il Parlamento è chiuso, non si dice che le porte delle camere sono serrate, si dice che nelle aule si discute poco, in modo intermittente, frettoloso e per piccoli gruppi. E siccome non c’è tempo, si approva.

Il secondo. Su certe materie non poco delicate, il Parlamento e il presidente della Repubblica non hanno capacità di intervento. I decreti del presidente del Consiglio sono editti di cui lui solo è autore e responsabile, ogni altra autorità politica è esclusa.

Il terzo. Le norme del governo intervengono pesantemente su diritti costituzionalmente garantiti. Così è per la libertà di spostamento, manifestazione, diritti educativi, libertà di impresa e commercio, privacy. Strumenti normativi deboli di fatto hanno sospeso articoli rilevanti della prima parte della Costituzione. Quanto alla seconda parte, per rimediare ai conflitti fra stato e regioni, si è ricorso ad uno strano istituto di licenza autorizzata preventivamente, come quando si dice che, nelle more dell’adozione di specifici provvedimenti del governo, le regioni possono prevedere ulteriori misure proprie. Solo di recente, si è fissato che le limitazioni delle libertà fondamentali debbano avere efficacia per periodi predeterminati e essere adottati secondo princìpi di adeguatezza e proporzionalità.

Forse queste norme sono giuste, forse nessun altro governo si sarebbe comportato diversamente. Ma il punto non è l’efficacia delle norme, e neppure la loro sintonia con il sentimento dei cittadini. Si può scommettere che, posti di fronte all’alternativa di scegliere fra la tutela della salute e della vita e, poniamo, la libertà di spostarsi o di intraprendere, ciascuno sceglierebbe il primo corno. Il punto però è: chi e come decide quale scelta è giusta? In un regime che è democratico e tale intende restare, qual è la catena di comando adeguata, trasparente, rassicurante?

Inutile rivolgere la domanda all’unico testo che dovrebbe dare la risposta, la Costituzione. I padri costituenti non solo si rifiutarono di affidare poteri effettivi di direzione al governo, neppure vollero parlare di poteri speciali in situazioni speciali. Con la conseguenza che non fissarono bene i confini fra parlamento e governo né i poteri del presidente della repubblica. Questa paura della dittatura, o anche solo dell’uomo forte, è continuata dal 1948 ad oggi, come mostra l’esempio del fallimento del recente referendum costituzionale, che almeno conteneva qualche (qualche) elemento di razionalità del sistema. Persino austeri studiosi di diritto costituzionale si scagliarono contro l’approvazione con l’argomento che non si doveva rafforzare il governo Renzi, quando doveva essere chiaro che Renzi (o Lenzi o Pienzi, o qualunque altro transitorio presidente del consiglio) non vale una Costituzione.

Fu il presidente Cossiga, dopo il lancio dei missili di Gheddafi su Lampedusa, a sollevare il problema della catena di comando in situazioni di emergenza, rivolgendosi al presidente Craxi, senza averne risposta. Nel dicembre 1987, Cossiga scrisse di nuovo al presidente Goria, e la risposta fu una commissione presieduta da Livio Paladin, che inviò la relazione al presidente De Mita, il quale non ne fece nulla. Cossiga si rifece vivo nel giugno 1991 con un messaggio alle camere. Prevalse ancora la retorica della «centralità del Parlamento» e la paura del potere.

Il tema deve essere ripreso. Ora non c’è tempo e si vedrà in séguito? No, qualcosa si può e deve fare fin da adesso. Nel solco delle preoccupate parole del capo dello stato agli italiani, i presidenti delle Camere potrebbero di loro iniziativa segnalare la questione alle rispettive assemblee e sollecitare un dibattito solenne e autorevole, in cui le forze politiche almeno dichiarino che sono consapevoli della situazione e si impegnino quanto prima a porvi rimedio. Perché rischi gravi ci sono: che la limitazione delle libertà oggi, giustificata con l’emergenza, lasci tracce insidiose domani; che la nostra Costituzione, sui punti che più sono essenziali per la democrazia liberale, resti un testo opaco e malleabile a seconda delle circostanze; che i cittadini si abituino a pensare che i loro diritti possono essere compressi, come fossero alimenti di una dieta stagionale. Sarebbe un altro virus. Se è vero che l’Italia politica dà il suo meglio nel momento estremo del pericolo, la martinella è suonata. Resta solo da aprire la seduta.

Ex-presidente del Senato

Ex-segretario generale del Senato

da: https://www.corriere.it

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