COSA SI SONO DETTI

Luca Anselmi, Mauro Antonetti, Corrado Besozzi, Elena Cagnello, Salvatore Carrubba, Riccardo Caruso, Franco Chiarenza, Edoardo Croci, Alessandro De Carolis Gianneschi, Edoardo Massimo Fiammotto, Francesco Focher, Saro Freni, Carlo Gattai, Mario Lupo, Andrea Morbelli, Enrico Morbelli, Enrico Musso, Sandro Ortis, Silvia Pispico, Lucio Rasulo, Camillo Ricci, Giuseppe Sappa, Carlo Scognamiglio Pasini, Giuseppe Vegas.

Al termine dell’incontro telematico di martedì 31 marzo, Salvatore Carrubba ha redatto un documento di sintesi che rappresenta una base per apporti dei partecipanti alla riunione e, in seguito, ad altri ulteriori ed eventuali contributi

Non vogliamo che lo slogan “nulla sarà come prima” apra la strada alla regressione verso un mondo meno libero, un mondo meno aperto, un mondo meno ricco.

Non ci pieghiamo alle retoriche della decrescita, della chiusura, della riduzione degli spazi di libertà, della compressione dei diritti, dell’attenuazione dello stato di diritto.

Ci impegniamo perché i cambiamenti ci siano, nella direzione di rafforzare la democrazia liberale che già in molti schernivano, minacciavano e picconavano prima che comparisse il grande alibi (per loro) del coronavirus.

Quattro sono gli ambiti nei quali tocca ai liberali vigilare, riflettere e agire per consolidare il modello che ha consentito al pianeta di raggiungere livelli di benessere – materiale, politico e sociale – dei quali mai aveva goduto, e che oggi viene sfidato dai virus dell’intolleranza, dell’autoritarismo, dello statalismo e della chiusura. Essi riguardano: l’individuo, la libertà, il mercato, lo stato.

  • L’esperienza dolorosamente vissuta nelle ultime settimane ha messo a nudo la caricatura dell’individuo padrone esclusivo di sé stesso, attore di una libertà che sconfina nell’anarchia. L’individuo adulto nel quale si riconoscono i liberali non è il “ragazzo viziato”, ma il cittadino responsabile consapevole dei limiti che alla propria libertà pongono l’esigenza del benessere comune e la libertà degli altri. Dell’individuo i liberali tutelano la possibilità di costruire in autonomia il proprio progetto di vita e di coltivare i propri talenti, non la chiusura in identità solitarie che corrodono la fiducia nel bene comune e, dunque, le stesse condizioni per lo stare insieme.
  • Paradossalmente, la lunga stagione “dei diritti” rischia di condurre a una riduzione sostanziale delle libertà individuali. La reclusione cui ci hanno costretto le norme anti-pandemia ci ha fatto riscoprire il gusto irrinunciabile della libertà, la consapevolezza che essa va difesa giorno per giorno e l’attualità di alcuni scenari finora rimasti sullo sfondo della sensibilità sociale. La sorveglianza elettronica è certo uno dei più drammatici; comprendiamo ora che cosa rappresenti la possibilità di essere vigilati, monitorati, controllati e seguiti in ogni attimo della nostra vita: una possibilità che nei regimi democratici resta condizionata da regole tali da limitarne l’impatto sulla libertà personale, ma che nei regimi autoritari ha già assunto le forme di un controllo penetrante e permanente attraverso il quale si reprimono i comportamenti “devianti”. Freedom House ci avverte, già da anni, che la salute della democrazia sta regredendo anche nei regimi democratici: è dunque urgente l’esigenza di difendere la sfera di autonomia e di libertà dei cittadini. Sfera (è utile sottolineare, a conferma che le società democratiche sono minacciate anche da virus interni) che provvedimenti liberticidi quali quelli relativi alle intercettazioni e alla prescrizione avevano già pesantemente intaccato, nell’indifferenza, pressoché generale, di cittadini e media.

La sorveglianza digitale ci mette alla mercé non solo degli Stati ma, ancora più efficacemente, dei “titani” che dominano l’oligopolio delle società digitali; il controllo da essi esercitato sui dati personali sfocia in autentiche forme di controllo predittivo in grado non di anticipare ma di determinare i comportamenti individuali, dando vita a sfide inedite per la libertà che dobbiamo affrontare, assieme all’esigenza di individuare forme condivise tra gli stati (a partire dall’Unione europea) di tassazione degli enormi utili realizzati dagli stessi soggetti.

  • L’obbligato ricorso alle risorse pubbliche (spesso solo virtuali) ripropone il ruolo dello stato nell’economia, destinato a farsi sempre più penetrante e ingombrante, attraverso le nazionalizzazioni, i poteri di indirizzo al sistema industriale e finanziario, l’eventuale ricorso al risparmio privato.

D’altra parte, è già in corso da tempo una diffusa riflessione “dall’interno” sul modello capitalista e su una sua possibile autoriforma, per esempio nella direzione di affrontare con un atteggiamento comune grandi sfide legate alle emergenze planetarie, quali quelle relative ai cambiamenti climatici, alle ondate migratorie e alle politiche energetiche.

L’ampliarsi a proporzioni inimmaginabili del debito pubblico non solo ne renderà sempre più complessa la gestione, ma rischierà di allontanare ulteriormente l’Italia dall’Europa, anche per la mancanza di una leadership credibile e autorevole capace di mobilitare l’opinione pubblica in una grande opera di risanamento collettivo della finanza pubblica, quello che, voluto, perseguito e conseguito da Luigi Einaudi, consentì all’Italia di rinascere: come economia, e come democrazia.

Ma lo stato, oltre che sorvegliato nelle dimensioni e contenuto negli appetiti, va rimesso a punto nell’assetto istituzionale e riqualificato nelle funzioni. Preoccupano le frequenti sgrammaticature costituzionali che hanno caratterizzato la convulsa produzione di atti legislativi e amministrativi nelle ultime settimane; urgente si è dimostrata l’esigenza di sottoporre a tagliando la ripartizione delle competenze tra Stato e regione; inquietante si è fatta la percezione di una scissione sempre più profonda tra il Mezzogiorno e il resto del Paese.

Non meno urgente si è fatta una riflessione sulla missione, gli scopi e gli strumenti del Welfare State. Un dilagante assistenzialismo è diventato chiave di volta per i principali interventi evocati da quasi tutte le forze politiche, populiste e (a parole) non, a destra e a sinistra. Esso condiziona pesantemente qualsivoglia prospettiva di sviluppo. Impegniamoci per un welfare agile, moderno, pluralista, partecipato, capace non di soddisfare esclusivamente gli interessi organizzati, ma di dare risposta a chi non ha voce, a partire dai giovani; di trasferire l’enfasi dalla previdenza allo sviluppo, alla formazione, all’innovazione, ossia le tre aree nelle quali si giocano le prospettive di crescita e di recupero di competitività, fortunatamente amplificate dagli sviluppi dell’innovazione, della tecnologia e dell’industria 2.0.

  • Diventa dunque prioritario, e sarà sempre più difficile, difendere il mercato da appetiti statalisti e tentazioni dirigiste non meno che dalla ricerca esasperata di protezioni pubbliche dettata dalla crisi.

Il paragone con la condizione post-bellica sottolinea l’importanza di tre fattori che oggi dobbiamo recuperare: la stabilità finanziaria, di cui si è detto; la leggerezza dei carichi fiscali e burocratici, che permisero agli spiriti animali dell’impresa di manifestarsi con successo; la solidarietà internazionale, resa possibile dall’esistenza di una leadership consapevole del mondo libero. Siamo lontani da tutte e tre le condizioni. Gli sbandamenti che l’Italia manifesta anche nell’ambito della politica internazionale la rende più isolata e più debole, meno credibile e meno ascoltata. L’Europa deve recuperare la fiducia dei suoi cittadini, e sorprenderli con iniziative coraggiose che aprano la strada a una ridefinizione dei propri ambiti d’intervento.

È difficile trovare nelle proposte politiche qualche eco delle preoccupazioni qui espresse; mentre troviamo preoccupanti silenzi, o curiosi richiami: il perdurante silenzio sul gap infrastrutturale del Paese, e sul blocco dei cantieri la cui ripresa sarebbe in grado di mobilitare enormi risorse; la reiterata tentazione, che imbarazza per prime le gerarchie cattoliche,  di confondere fede e politica, facendo riemergere barriere basate non sulla legittima difesa di sistemi valoriali ma su obiettivi di pura e semplice speculazione elettorale, col paradossale risultato di pregiudicare quel dibattito, che si farà sempre più necessario, e anche aspro,  su grandi scelte etiche quali quelle relative all’inizio e alla fine vita.

Nella emergenza della pandemia l’Italia ha dimostrato risorse, per molti insospettabili, di disciplina, tenuta sociale, generosità, competenza, abnegazione: è il patrimonio dal quale ripartire. Offriamo questa piattaforma di riflessione innanzi tutto ai tanti amici della diaspora liberale. Ma ci rivolgiamo anche a quanti, pur non avendo condiviso percorsi di militanza nelle organizzazioni espressamente liberali, sono oggi impegnati in iniziative politiche e culturali volte a tutelare i sempre meno saldi presupposti della democrazia liberale. Ci rivolgiamo ai media, richiamando l’esigenza di un’informazione pluralista che si distingua come antidoto al dilagare di messaggi violenti, falsi, volgari, dichiaratamente volti a minare le basi della convivenza democratica.

A questi interlocutori proponiamo di montare tavoli, aprire dibattiti, fondere siti, coinvolgere giovani, costruire entusiasmo, seminare passione. Nel segno dei nostri maestri.

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