Biografia di Mauro della Porta Raffo come appare in www.cinquantamila.it Catalogo dei viventi

Mauro della Porta Raffo, nato a Roma il 17 aprile 1944.
Scrittore.
Saggista.
“Ho visto, ho letto e ricordo tutto (perfino le cose che devono ancora accadere)” • Figlio del tenente Manlio Raffo, romano, e di Anna Maria della Porta RodianiCarrara, nativa di Genazzano (Roma), folgorati nel 1942 da “un colpo di fulmine, un amore che fa superare i terribili e subito emersi contrasti di carattere”: per sposare la donna, il tenente Raffo, fervente fascista già volontario in Grecia, rinunciò a partire volontario per la campagna di Russia, nonostante avesse già completato l’apposito corso preparatorio a Terracina.
“Un atto […] deciso in piena coscienza, ma del quale, sono certo, non si darà mai pace. […]
Cinquant’anni e passa di litigi feroci e di rappacificazioni altrettanto violente, tre figli a distanza di anni e, dopo un veloce passaggio a Napoli e un secondo brevissimo momento a Catania, l’amata Varese”.
A Varese si stabilirono nel 1946, quando il padre, nel frattempo divenuto direttore dell’ente provinciale per il turismo di Catania, vi si fece trasferire “per far contenta mia madre, che odiava il clima della Sicilia”.
“Corre l’inverno 1946/47: ha inizio la lunga avventura dei della Porta Raffo nella Città Giardino” •
“Mio fratello Silvio, quando aveva sei anni, disse: ‘Io da grande voglio fare l’insegnante e il poeta’. E così ha fatto.
Io non ho mai sognato che cosa avrei fatto da grande, e anzi tendo a stancarmi e ad annoiarmi di ogni attività molto rapidamente.
Quindi ho fatto un po’ di tutto”.
“A ventitre anni ero già direttore dell’Azienda di Soggiorno e quindi facevo lavorare gli altri, ovvio.
Laureato in Giurisprudenza, complice mio suocero, che era agente della Reale Mutua Assicurazioni, sono stato costretto a occuparmi di sinistri per tre anni. Un’esperienza abominevole.
Nel 1978 ho detto basta e sono diventato giocatore di carte professionista.
Di nascosto da mia moglie.
Le dissi che ero agente immobiliare.
Uscivo di casa la mattina, andavo in via Silvestro Sanvito, nascondevo l’auto e giocavo a pinella con i clienti di un bar.
Puntate da ventimila lire.
Alla fine del mese mettevo insieme un discreto stipendio. […]
In famiglia dopo tre anni hanno scoperto che non ero immobiliarista e ho dovuto smettere.
Dal 1992 scrivo” (a Stefano Lorenzetto).
“Avevo già quarantotto anni, e mi dissi: Piero Chiara è diventato Piero Chiara a quarantanove anni, con Il piatto piange.
Scrivere mi piace: perché non provare?”.
Iniziò allora a scrivere racconti (“la mia forma letteraria è il racconto: un romanzo è troppo lungo, mi stancherei io a scriverlo, figurarsi un altro a leggerlo”), che propose a vari giornali, tra cui La Prealpina, il primo a pubblicarli.
“A metà anni Novanta molti giornali aprirono e chiusero nell’arco di pochi mesi.
Nel 1996, quando uscì Il Foglio, mi dissi: compriamolo, così, quando tra qualche mese chiuderà, avrò la collezione.
Poi, essendo sempre stato appassionato di elezioni statunitensi, notai alcuni errori nelle cronache della campagna elettorale in corso.
Così iniziai a inviare per fax le mie correzioni al Foglio, come tante volte avevo fatto con altri giornali, e per la prima volta Giuliano Ferrara le pubblicò, tra le lettere, e continuò a pubblicarle fino all’estate, quando d’un tratto smise.
Allora mi arrabbiai, e gli scrissi un lungo fax che conclusi con la citazione di Oscar Wilde sui giornalisti ignoranti quanto i loro lettori: pensavo di aver chiuso così quel capitolo.
Invece il giorno dopo un amico mi disse: ‘Hai letto il Foglio di oggi?’.
Andai a vedere, e Ferrara aveva pubblicato integralmente il mio pezzo dedicandogli un titolo a nove colonne, e rispondendomi ‘Lei merita una rubrica. Ci sta?’.
Iniziò così la rubrica ‘Pignolerie’ (che curai sul Foglio fino al 2009).
Quando, poco dopo, Ferrara divenne direttore di Panorama, mi propose di tenere una rubrica anche sul settimanale, in cui evidenziare gli errori commessi dal concorrente L’Espresso: la intitolammo ‘The OtherPlace’, che è il modo in cui le facoltà di Oxford e Cambridge alludono l’una all’altra, senza mai nominarla.
Quelli dell’Espresso impazzirono, e cercavano ogni volta di individuare errori in quello che scrivevo, ovviamente senza mai riuscirci: come noto, io non sbaglio mai. L’unica volta che commisi un errore non lo notò nessuno, e fui poi io stesso a correggermi” (a Simone Furfaro).
Seguirono numerosissime collaborazioni con i principali quotidiani e periodici italiani (per breve tempo il Corriere della Sera, e poi il Giornale, La Stampa, Il Tempo, La Gazzetta dello Sport di Pietro Calabrese, Il Sole 24 Ore di Ferruccio de Bortoli, Quotidiano Nazionale, Libero e il Borghese di Vittorio Feltri, Oggi, Vanity Fair, Gente, Capital, Studi Cattolici, ecc.).
Parallelamente ha anche collaborato con trasmissioni televisive e radiofoniche della Rai e della televisione svizzera, in veste ora di ospite ora di consulente storico, documentarista, commentatore delle campagne elettorali e delle elezioni statunitensi (che segue costantemente anche per la Fondazione Italia/Usa della quale è Presidente onorario dal 2018), responsabile della stesura e della correttezza delle domande della trasmissione Quiz Show (Rai Uno) e molto altro.
Dal 1999 organizza e conduce a Varese, dapprima su invito del Comune e poi autonomamente, ‘I Salotti di Mauro della Porta Raffo’, serie di incontri culturali cui sono finora intervenuti oltre duecentocinquanta personaggi di rilievo del panorama artistico-culturale.
Nel 2013 ha ideato ‘Dissensi & discordanze’, semestrale culturale cui collaborano ‘le migliori penne italiane e i più acclamati fotografi’.
Autore di oltre trenta libri tra racconti e saggi, per lo più monografie sugli Stati Uniti o su personaggi illustri legati a Varese; con La prima squadra non si scorda mai. Confessioni pubbliche di tifosi d’alto bordo (Marna 2004), scritto insieme a Luca Goldoni, fu finalista al Premio Bancarella Sport 2005.
Ha scritto il ‘dizionario enciclopedico’ (circa milletrecento voci in duemiladuecento pagine) Nel mentre il tempo si va facendo breve, che si ripromette di aggiornare annualmente e ripubblicare integralmente rivisto ogni cinque anni.
Commentando quest’opera, Vittorio Sgarbi ha parlato della sua sterminata cultura•
Iscrittosi ancora ragazzo al Partito Liberale Italiano, nella sede di Varese conobbe lo scrittore Piero Chiara (1913-1986), all’epoca segretario provinciale del PLI, e il cantautore Bruno Lauzi (1937-2006), collaboratore senza stipendio di un locale periodico del partito.
“Quanti ebbero per tutti gli anni Sessanta e larga parte dei Settanta modo di frequentare gli uffici di via Bernascone, per quanto mai obbligati a partecipare, si trovarono ogni volta ad assistere a vere e proprie maratone di scopa d’assi a due alle quali, partito verso altri lidi Lauzi, davamo vita Piero Chiara ed io.
Furono per me quelli – per quanto incredibile ciò possa apparire ai poveri di spirito – anni di intenso apprendistato.
Nessuno, apparentemente, lavorava.
Tutti avremmo lasciato invece di noi grande traccia”.
In vista delle elezioni politiche del 1972, divenuto nel frattempo responsabile del PLI di Varese e vicesegretario provinciale, accettò di candidarsi alla Camera. “Quarantacinque giorni!!!
Tanto durava la lotta per la conquista dei voti di partito e soprattutto delle preferenze. […]
Presi all’incirca un migliaio di voti di preferenza [non venendo eletto – ndr], e ne fui soddisfatto quasi quanto lo ero stato il giorno in cui mi era capitato di trovarmi sul palco di un comizio a Varese nientedimeno che con Giovanni Malagodi, il nostro mitico segretario nazionale.
Tre anni dopo, in un momento nel quale il PLI ancora ‘teneva’, fui eletto consigliere della Amministrazione Provinciale di Varese.
Ma i giochi volgevano al termine.
Di lì a poco, obbligato proprio in ragione dei miei incarichi di politico e di pubblico amministratore a candidarmi nuovamente per la Camera dei deputati in una congerie assolutamente negativa, pur ancora sostenuto da un consistente numero di elettori, mi trovai coinvolto in una delle peggiori débâcle del mio movimento.
Era il 1976, finiva lì (anche se me ne sarei reso conto solo un paio di anni dopo) la mia vita ‘politica’ e cominciava in quel momento ad allentarsi l’ultraquindicennale sodalizio che mi aveva unito a Piero Chiara, con il quale sempre più raramente mi sarei scontrato, carte in mano, a scopa d’assi nella sede del PLI di via Bernascone.
Non molto tempo ancora, e in città il caffè Centrale e il bar Pini – laddove ci eravamo affrontati e, come si conviene a due avversari, pesantemente insultati con le stecche da biliardo in mano – avrebbero chiuso i battenti”.
Passarono molti anni prima che si lasciasse di nuovo tentare dalla politica: nel settembre 2005 annunciò a sorpresa la sua intenzione di candidarsi alla guida del centrodestra in caso di primarie (poi mai tenute), e nel 2011 si candidò a sindaco di Varese a capo di una lista civica, ottenendo il due e sessantaquattro dei consensi.
Sempre molto attivo nella promozione di iniziative culturali, nel 2016 è stato Presidente e coordinatore del Comitato Cittadino per l’organizzazione delle manifestazioni dedicate al bicentenario dell’elevazione di Varese al rango di città (1816-2016) •
Definisce Piero Chiara “mio antico maestro di politica, di gioco, di donne… di vita” • Cattolico praticante, considera papa Francesco “un sociologo di quarta categoria”.
“Lo Spirito Santo nella storia della Chiesa si è già sbagliato tante volte, ma questa rischia di essere la più pericolosa” •
Sposato da cinquantuno con Silvana Pacchioni, due figlie, Alexandra (“sarebbe Alessandra, ma Rudolf Nureyev, con cui lavorò, la chiamava ‘Alexandra’, e da allora usa quel nome”) e Federica, a propria volta madre di Giulio e Tommaso, “che sono la mia gioia, e a cui cerco di insegnare tutto” •
“Mauro della Porta Raffo è il terrore di chi scrive e la delizia di chi legge” (Roberto Gervaso) •
Dice di sé: “Da sempre studia con passione ogni giorno, sperando (e gli manca ben poco!) di arrivare al livello di conoscenza a suo tempo raggiunto da Adalbert Pösch, il maestro ebanista del giovane Karl Popper, che poteva tranquillamente sfidare l’allievo dicendogli:
‘Mi chieda pure quello che vuole.
Io so tutto (Ich weiss alles)!’”.

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