Anno: 2020

Israele-Bahrein, la pace di Bibi non finisce qua

La storia si è rimessa in moto in Medio Oriente. Ora Israele farà accordi con Oman, Marocco e Sudan. Erdogan e Iran i grandi sconfitti.

La storia si è rimessa davvero in moto e il Medio Oriente rischia di essere in breve tempo positivamente irriconoscibile. Ieri è stato uno strano 11 settembre e dopo 19 anni non si sono solo commemorati i morti del più grande attentato della storia del jihadismo, ma un ennesimo accordo di pace fra Israele e un paese arabo del Golfo.

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Non perdiamo l’occasione di razionalizzare la rappresentanza.

Il tema della riduzione del numero complessivo dei parlamentari è sempre stato presente nei progetti di riforma della Costituzione, a partire dalla Commissione parlamentare per le riforme istituzionali, presieduta dal deputato liberale Aldo Bozzi, Commissione che presentò la propria relazione alle Camere il 29 gennaio 1985. Si era allora nella Nona Legislatura del Parlamento repubblicano. Quella attualmente in corso è la Diciottesima Legislatura.

Ad esempio, la Commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema nella Tredicesima Legislatura proponeva che il numero dei deputati fosse variabile e determinato dalla legge; ma in ogni caso non inferiore a 400 e non superiore a 500.

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Costi della democrazia e cattiva politica

Italia no per ricchi

Nel mese di novembre del 2005 Cesare Salvi e Massimo Villone, al tempo entrambi senatori del partito dei Democratici di Sinistra, pubblicarono un libro titolato “Il costo della democrazia”; sottotitolo: “Eliminare sprechi, clientele e privilegi per riformare la politica” (Arnoldo Mondadori, Editore).

La scelta del titolo era significativa: non si parlava di “costi della politica”, ma di “costi della democrazia”. La logica implicita in questa scelta è che in un sistema democratico è comunque inevitabile che una parte dei costi dell’attività politica gravi sul bilancio dello Stato e sui bilanci delle Regioni e degli Enti locali. Si tratta, quindi, di ragionare sui numeri. Ciò che, dal mio punto di vista, è inaccettabile è che si adoperi l’esigenza di “partecipazione democratica” come pretesto per giustificare qualunque tipologia di spesa, per un numero sempre maggiore di beneficiari.

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Israele, la pace con gli Emirati è solo l’inizio. Seguiranno Bahrein e Oman

Israele e gli Emirati Arabi Uniti hanno raggiunto un accordo storico che porterà alla piena normalizzazione dei rapporti diplomatici fra i due paesi. Gli “Accordi di Abramo” sono l’intesa diplomatica più importante siglata fra Israele ed un paese arabo dopo l’accordo di pace con la Giordania del 1994.

La portata dell’intesa avrà un impatto di lungo periodo in tutto il grande Medio Oriente cambiando molti equilibri che parevano immutabili e consolidati.

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4 luglio 1776? Ma davvero?

Il 4 luglio del 1776 non è la data nella quale le colonie videro riconosciuta la loro esistenza.
Accadde difatti il 3 settembre 1783 a Parigi, quando fu firmato il Trattato che poneva fine alla Guerra di Indipendenza.

Il 4 luglio 1776 non ricorda l’inizio della Guerra di Indipendenza in effetti cominciata il 19 aprile 1775, con la battaglia di Lexington.

Il 4 luglio non è data che riguardi la Costituzione americana che fu definita il 17 settembre 1787, ratificata da un sufficiente numero di Stati il 21 giugno 1788 ed entrò in vigore il 4 marzo 1789.

Non è neppure la data nella quale il Congresso Continentale voto all’unanimità la separazione dalla Gran Bretagna.
Cosa accaduta il 2 luglio 1776, due giorni prima.

È il giorno nel quale il testo concordato fu reso pubblico.
È questo talmente vero che John Adams – uno dei Founding Fathers, poi primo Vice Presidente e successore di Washington – indirizzando la lettera alla moglie Abigail, letteralmente scriveva:
“Il secondo giorno di luglio del 1776 sarà l’evento più memorabile della storia dell’America…”

Così va il mondo.

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Covid: il cattivo esempio ora è il Brasile. Ed è sbagliato

Non passa giorno che i telegiornali non parlino della tragedia dell’epidemia di Covid in Brasile. Non passa telegiornale in cui la colpa non sia attribuita al presidente Bolsonaro. Dopo la Svezia, è il cattivo esempio da additare. Ma è un esempio sbagliato. In rapporto alla popolazione, in Brasile non si registra affatto la maggior mortalità al mondo.

Non passa giorno che i telegiornali non parlino della tragedia dell’epidemia di Covid in Brasile. Non passa telegiornale che la colpa non sia attribuita al presidente Bolsonaro, reo di essere contrario alla strategia di lockdown. Come per la Svezia, il mese scorso, in queste settimane di inizio inverno (per il Brasile) il Paese sudamericano è diventato l’esempio da non seguire, il Paese numero uno per contagi e vittime causate da una politica da stigmatizzare. Ma è vero? No. O per lo meno non ancora, sperando per i brasiliani che non lo diventi mai.

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