La via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni

Quando questo articolo sarà pubblicato, mi auguro che le quaranta persone attualmente imbarcate sulla nave dell’Organizzazione non governativa Sea Watch siano in una condizione meno precaria.

  1. 1. Il che non significa che io sia d’accordo con la politica delle ONG. Un’organizzazione non governativa è un’associazione privata. La politica dell’immigrazione non può essere demandata ai privati. Altrimenti, c’è da aspettarsi che, così come oggi ci sono navi che raccolgono persone in mezzo al mare e le trasportano in porti sicuri in Italia, domani ci possano anche essere delle navi che, per realizzare ideali di segno opposto, stiano in mezzo al mare per ricacciare sulla costa dell’Africa i barchini carichi di persone che si avventurano in mare.

Un punto fermo, dunque, è che la politica dell’immigrazione debba essere decisa dagli Stati, secondo i rispettivi ordinamenti giuridici. Meglio sarebbe se un concerto di Stati, come l’Unione Europea, concordasse le linee guida per una politica comune in materia. In questo caso, l’efficacia della politica sarebbe tanto maggiore, quanto più alto fosse il numero degli Stati effettivamente coinvolti.

Può un’Organizzazione non governativa infischiarsene delle norme in materia di immigrazione che uno Stato, in questo caso lo Stato italiano, si è dato, giuste o sbagliate che siano? No. La risposta non può che essere negativa. E quale spazio riservare alla disubbidienza civile, all’obiezione di coscienza, che molti hanno evocato? Secondo me, non c’è alcuno spazio per la disubbidienza.

La gentile comandante Carola Rackete può ostentare intrepido coraggio perché si trova di fronte uno Stato un po’ sbrindellato qual è l’Italia. Immaginate una nave, battente bandiera olandese, o tedesca, che, per conto di una ONG, prendesse, a largo di un porto messicano, degli emigranti latino-americani e provasse a farli sbarcare nel territorio degli Stati Uniti d’America. Non mi sorprenderei se i mezzi della Guardia costiera degli Stati Uniti aprissero il fuoco, usando mitragliatrici pesanti e cannoni. In ogni caso, il comandante e l’equipaggio della nave dell’ONG, avendo a che fare con gli Stati Uniti d’America, non rischierebbero soltanto una multa, ma si dovrebbero preparare ad una lunga detenzione nelle carceri statunitensi.

Pure nel nostro Stato sbrindellato almeno una cosa dovrebbe essere chiara: chi vuole disobbedire deve pagare un prezzo, sottoponendosi alle sanzioni previste dalle norme che deliberatamente ha violato. Soltanto a questa condizione la sua azione è nobile e meritevole di rispetto. Una certa sinistra italiana si dimentica di Socrate, che bevve la cicuta, e vuole che la disubbidienza civile sia “gratis”. Per i disubbidienti soltanto la festa di folle plaudenti ed i benevoli commenti dei mass media.

  1. 2. Quando si parla di “navi umanitarie”, i più non si accorgono che si tratta di una fattispecie del tutto nuova, in quanto tale non prevista dal diritto della navigazione e dalle convenzioni internazionali.

É indubbio che l’interposizione delle predette navi umanitarie abbia oggettivamente favorito il transito di persone dal Nord-Africa all’Italia; soprattutto fino a quando è stato consentito alle navi delle ONG di stazionare nelle acque territoriali libiche. Poco importa se ci sia una qualche forma di accordo tra le navi delle ONG ed i trafficanti di esseri umani che organizzano i flussi irregolari di persone dall’Africa all’Europa. Fossero provati questi accordi, si profilerebbero responsabilità penali di tipo di verso. Affinché il problema oggi si ponga, è sufficiente però che, per ragioni ideologiche, una ONG si ponga oggettivamente in contrasto con la politica propria dello Stato italiano, per affermare invece il presunto diritto illimitato di chiunque lo voglia di avere ingresso in uno Stato Membro dell’Unione Europea, per cercare fortuna in Europa.

Bisogna riflettere sul fatto che le navi utilizzate dalle ONG: non sono navi abilitate al trasporto passeggeri, previo pagamento di un prezzo, lungo rotte fisse e regolari; non sono navi utilizzate per attività commerciali; non sono pescherecci; non sono imbarcazioni da “diporto”.Stanno in mezzo al mare esclusivamente per finalità umanitarie. In altre parole, non compiono salvataggi quando eccezionalmente ne ricorrano le condizioni; ma stanno lì apposta per organizzare salvataggi. Questa è la loro finalità istituzionale. Ricordo che la traduzione italiana di “Sea Watch” significa “osservare il mare”.

Di conseguenza, continuare ad evocare le norme internazionali che disciplinano i salvataggi in mare, in questo caso non è appropriato. In un articolo pubblicato nella Rivista trimestrale “Libro Aperto” (numero 96 del gennaio-marzo 2019, pp. 51-54), al quale rimando, ho auspicato che l’Unione Europea disciplini con proprio regolamento la fattispecie delle navi umanitarie che cercano di far sbarcare emigranti nel territorio di uno qualunque dei Paesi Membri dell’Unione. Un Regolamento richiede una procedura complessa: che contempla l’iniziativa della Commissione Europea e l’attiva partecipazione del Parlamento Europeo. Ci sarebbe così un dibattito, al massimo livello, con il coinvolgimento di tutti gli Stati Membri, inclusi quei pochi che non hanno sbocco a mare. Occorrerebbe tempo, ma poi tutti faremmo un deciso passo avanti quanto a certezza giuridica. Inoltre, a differenza delle direttive che vanno recepite, un regolamento dell’Unione Europea diverrebbe immediatamente esecutivo negli ordinamenti giuridici di tutti gli Stati Membri.

L’auspicato regolamento, secondo me, dovrebbe affermare il criterio di responsabilizzare lo Stato che concede ad una nave “umanitaria” la facoltà di battere la propria bandiera nazionale. Nel senso che, concedendo la bandiera, quello Stato si vincola ad accogliere, come destinazione finale, tutte le persone raccolte dalla nave “umanitaria”, qualunque sia il loro numero. Se questa norma, com’è prevedibile, avesse l’effetto di scoraggiare tutti i singoli Stati, ma le navi delle ONG volessero continuare lo stesso la loro opera, senza battere alcuna bandiera nazionale, diverrebbero navi pirata, con tutte le conseguenze del caso. Con la possibilità dell’immediato sequestro del natante e con la responsabilità penale di comandante ed equipaggio.

Stiamo parlando di una normativa che ancora non c’è. Di conseguenza, il nostro attuale Ministro dell’Interno farebbe bene ad attrezzarsi per fare predisporre, da giuristi esperti, una bozza di regolamento nel senso auspicato e poi farla presentare in modo formale. Invece, quando oggi chiede all’Olanda di assumersi le proprie responsabilità, perché la nave usata dalla Sea Watch batte bandiera olandese, avanza una richiesta che non è giuridicamente supportata.

  1. 3. La politica dell’accoglienza illimitata è, semplicemente, una follia. Politici, piccoli piccoli, continuano a ripetere concetti che non sono più adeguati alla presente realtà. Continuiamo a vivere sul Pianeta Terra, ma non pochi non si accorgono di quanto dovrebbe essere evidente: posto che il Pianeta non cresce, non può espandersi, una cosa è se il mondo umano ha una popolazione complessiva di un miliardo e 600 milioni di persone, qual era intorno al 1910, ossia prima del deflagrare della prima guerra mondiale; cosa del tutto diversa è se il mondo umano ha una popolazione complessiva di sette miliardi di persone, cifra ufficialmente raggiunta nel 2011.

Il tasso di natalità stimato in Italia è di 18 nuovi nati ogni mille abitanti. In alcuni Stati del Continente africano supera i 40; in un numero ancora maggiore di Stati dell’Africa si attesta tra 30 e 40. Posto che una donna del Niger, ad esempio, partorisce durante la sua vita una media di sette figli, di fronte a questo fenomeno possiamo semplicemente attestarci sulla linea del “dovere morale” dell’accoglienza? Possiamo affermare, come fa qualche Sindaco particolarmente “progressista” che tutti coloro che, a qualunque titolo, si trovano nel territorio comunale godono degli stessi diritti fondamentali, in quanto esseri umani, e, pertanto, “devono” essere iscritti nell’anagrafe comunale, soltanto che ne facciano richiesta?

Forse Papa Francesco fa bene a sostenere le ragioni degli “ultimi della Terra”, perché questo atteggiamento è conforme all’insegnamento di Gesù Cristo e al suo comandamento della carità. Tale orientamento spirituale può essere la concreta linea politica degli Stati? È questa la responsabilità propria degli uomini di governo? Penso proprio di no.

La Chiesa Cattolica non ha le carte del tutto in regola quando si debba discutere seriamente del fenomeno della sovrappopolazione mondiale e delle possibili forme del suo contenimento. L’appello ad essere fecondi, a moltiplicarsi e riempire la Terra, contenuto nel Libro della Genesi, non può essere preso alla lettera, ma va interpretato.

Nelle attuali condizioni del nostro pianeta, occorre educare le persone alla concezione di una procreazione responsabile, secondo cui i genitori hanno il dovere di valutare preventivamente le condizioni in cui i figli si troveranno venendo al mondo. L’affettività ed il sesso, manifestazioni normali per la vita umana, vanno tenuti distinti dalla scelta consapevole di mettere al mondo figli. L’idea della procreazione responsabile non è cosa nuova. Nella Costituzione della Repubblica italiana si legge, ad esempio, al primo comma dell’articolo 30, che: «É dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio». Dovere di mantenere, educare ed istruire, appunto.

La “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo“, approvata dall’Assemblea generale dell’ONU il 10 dicembre 1948, resta sempre un modello di riferimento a tutela della dignità di tutti gli esseri umani. Alcuni di questi diritti possono realizzarsi semplicemente a condizione che gli Stati, ossia i loro governanti, si astengano dal fare qualcosa. L’esempio tipico è quello della tortura, che non può configurarsi se gli Stati non la praticano. Lo stesso dicasi nel caso del divieto di trattamenti discriminatori per ragioni di razza, colore della pelle, sesso, lingua, religione, opinioni politiche.

Bisogna avere ben chiaro, però, che molto diverso è il caso di quei diritti che possono realizzarsi solo in quanto ci sia una politica economica improntata alla concezione del “Welfare State“, in tutte le sue possibili declinazioni. Qui c’è un costo economico da pagare; di conseguenza, è di fondamentale importanza quantificare esattamente la platea dei potenziali destinatari dell’intervento pubblico.

I politici “progressisti” e “di sinistra” interpretano la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” nel senso che immigrati e cittadini devono godere degli stessi diritti fondamentali. L’accoglienza dovrebbe comportare il diritto al lavoro, il quale spesso è una chimera anche per quanti sono cittadini dalla nascita. Dovrebbe poi comportare il diritto ad abitare in un’abitazione dignitosa, il diritto all’assistenza sanitaria, il diritto al ricongiungimento familiare, il diritto all’istruzione per i propri figli. Il tutto moltiplicato per un numero “n” di persone, laddove la variabile “n” è, per definizione, un’incognita.

Chiunque abbia un minimo di buon senso vede bene come una simile impostazione sia fuori dalla presente realtà, perché economicamente insostenibile.

Ci sarebbero tante altre cose da approfondire, ma lo spazio è finito. Resta la conclusione che in ogni realtà umana c’è un problema di equilibrio e di misura: un po’ di varietà nella composizione della società rende indubbiamente più interessante e dinamica la vita sociale; è un fattore di arricchimento. Troppa varietà, male assortita, peggiora, invece, la qualità della vita in società. É facile teorizzare l’esigenza di politiche di integrazione; molto più difficile realizzarle in modo efficace. La coesistenza pacifica delle diversità non è cosa che si realizzi automaticamente, come se tante note musicali fra loro dissonanti si fondessero magicamente in una meravigliosa armonia.

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