Zapata, l’anti-eroe che 100 anni fa cambiò il Messico

Mauro della Porta Raffo: non era ideologico, la sua istanza era tornare alla terra e ai contadini. Fu ucciso in un’imboscata il 10 aprile 1919

Oggi ricorre l’anniversario di Emiliano Zapata, il rivoluzionario messicano che fu ucciso in un’imboscata a Chinameca nel 1919 ma che continua a vivere nel cuore di molti in Messico e all’estero. «La sua è una figura straordinaria — spiega lo scrittore e saggista Mauro della Porta Raffo —, lui viene dal meridione contadino, dallo Stato del Morelos. La sua è una lotta per tornare al passato, all’Ejido quando i contadini coltivavano insieme le terre e si dividevano il ricavato».

Poi Porfirio Diaz introduce il latifondismo e nei villaggi dilaga la miseria. È da qui che nasce il suo impeto rivoluzionario. Verso la metà del 1910, dopo vari tentativi di risolvere i problemi della ridistribuzione dei terreni per via legale, Zapata e i suoi cominciano a occupare e a ridistribuire terre. «Sì, Zapata non agiva per un’ideologia — aggiunge Raffo — la sua vera istanza era tornare alla terra e ai contadini. Quando nel 1914, insieme con Pancho Villa, entra a Città del Messico, si rifiuta di sedersi sulla sedia del presidente: “Non combatto per questo. Combatto per le terre, perché le restituiscano” è la sua risposta». Prima di passare alla lotta armata chiede un colloquio a Diaz: «Sì, come prima cosa per combattere il latifondo va a parlare con il presidente e gli intima di tornare alla situazione precedente. Lui, come era nel suo stile, gli assicura che andrà tutto a posto ma non fa nulla». La sua alleanza con Pancho Villa è un asse portante della rivoluzione messicana: «Interessante è il rapporto tra i due rivoluzionari, uno del Sud e l’altro del Nord. Avevano un carattere opposto. Zapata era ombroso mentre Villa era espansivo».

Zapata muore nel 1919 a Chinameca vittima di un’imboscata ordita da Jesus Maria Guajardo che gli aveva promesso armi e munizioni. Eppure gli zapatisti erano noti per essere inafferrabili: colpivano i distaccamenti militari e scomparivano. «Lui era pressato dalla necessità di trovare a ogni costo armi e munizioni per i suoi uomini, da tempo sotto scacco a opera delle truppe del generale carranzista Pablo Gonzales. Per questo accetta l’invito del colonnello Guajardo e parte alla volta di Chinameca con la sola compagnia di trenta guerriglieri a cavallo. Guajardo è uomo di Gonzales ma si è prospettato quale possibile alleato liberando un capitano zapatista suo prigioniero e inviandolo da Emiliano». Il giorno prima di morire una curandera predice la sua morte, in qualche modo lo mette sull’avviso, ma lui ci va lo stesso. «Si dice che Emiliano sia andato incontro coscientemente al suo destino: aveva, infatti, ricordato pochi giorni prima ai suoi che per il trionfo finale di una causa è necessario il martirio di un eroe».

Un personaggio che vale assolutamente la pena ricordare: «È una figura straordinaria, una leggenda — racconta ancora Raffo —. Per anni nessuno ha creduto alla notizia della sua morte nonostante il suo cadavere fosse stato esposto in pubblico e la sua testa fosse stata fatta girare per i villaggi del Morelos. Ancora oggi c’è chi dice che lo vede su un cavallo bianco e ancora oggi c’è chi si dichiara zapatista. Questo qualcosa vorrà pur dire». Emiliano Zapata ha ispirato tantissima letteratura e almeno due film: «Indimenticabile è Viva Zapata girato nel 1952 da Elia Kazan su sceneggiatura di John Steinbeck. Un film eccezionale, un capolavoro in bianco e nero, con Marlon Brando che interpreta Zapata e Anthony Quinn nel ruolo di Eufemio, il fratello di Emiliano».

da: www.corriere.it

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