Vi presento il prossimo presidente degli Stati Uniti

Pete Buttigieg, 37 anni, faccia da bravo ragazzo, tutto quello che può vantare è di aver fatto bene il Sindaco di South Bend, Indiana, una città poco più grande di Cinisello Balsamo: forse un po’ poco per candidarsi anche solo a Governatore del suo Stato, ma lui punta a diventare Presidente degli Stati Uniti. E ce la può fare, perché tra gli oltre venti personaggi di quell’incredibile “reality” che sono le primarie democratiche per le elezioni presidenziali del 2020, sembra essere l’unico con un “quid”.

Gli avversari spiccano davvero più per quantità che per qualità. I più conosciuti, e per questo ora in cima ai sondaggi, sono due vecchietti che sembrano usciti dal “Muppet Show”: il 76enne Joe Biden e il 77enne Bernie Sanders. Biden, già vice di Obama, è un antiquato politicante che era già Senatore quando Nixon era Presidente, vent’anni prima che Buttigieg nascesse; notorio gaffeur, è considerato ineleggibile non perché appartiene a un’era in cui PC non c’era, ma per essersi scontrato con il folle puritanesimo femminista che è legge tra i democratici, in quanto reo non pentito di sbaciucchiare affettuosamente maschi e (soprattutto) femmine senza chiedere prima permesso scritto. Trump, sempre garbato, a chi gli chiedeva se lo considerava pericoloso, ha risposto che Biden è una minaccia solo per sé stesso. Bernie Sanders, aspetto da vecchio zio un po’ suonato, piace finché fa il Savonarola del capitalismo a chiacchiere, ma da socialista dichiarato ha la stessa possibilità di farsi eleggere Presidente degli USA quanto un membro del KKK di essere eletto ad Harlem.

Il secondo blocco di candidati è costituito da un pool di femmine aggressive, toste, empatiche come un varano e pronte a scannarsi tra loro, dilapidando così il vantaggio dell’“ora tocca a una donna”. Il conflitto è inevitabile, anche perché alcune in realtà corrono più che altro pensando alla vicepresidenza, ed essendo un ticket tutto femminile assai improbabile, coloro che rimarranno indietro dovranno riempire di chiodi il percorso di quelle che resteranno in lizza. La più famosa è la veterana moralizzatrice di Wall Street Elizabeth Warren, oscurata però sui temi a lei cari da Sanders; vi sono poi Kamala Harris, Kirsten Gillibrand, Amy Kobuchlar, Tulsi Gabbard, forse Stacey Abrams. Quasi tutte senatrici, iperfemministe e molto liberal, tutte già con qualche handicap. La Harris da giudice pare sia stata troppo dura per piacere ai progressisti, la Gillibrand troppo legata ai Clinton, la Kobuchlar con un caratterino tale avere nel proprio staff il record di dimissioni tra i parlamentari USA; Gabbard e Abrams con nulla da vantare oltre a essere donne e di colore. Infine, tutte militanti assatanate del “me too”, in un momento in cui questa crociata sembra avere stufato.

Tra gli altri candidati, il più dotato sembrava il texano Beto O’Rourke, belloccio, giovane, dal nome curioso, già soprannominato l’Obama bianco, e con una formidabile capacità di fundraising. Peccato che essere bianco ed eterosessuale sia quest’anno per i democratici un handicap enorme, e di suo il Beto ci ha aggiunto un inizio rovinoso di campagna elettorale (in una intervista ha detto di “essere nato per fare il Presidente degli USA”) che sembra averne già affossato le speranze.

Vi sono poi diversi candidati con qualifiche adeguate ma troppo “normali” per sfondare in un momento di radicalizzazione a sinistra come quello attuale: Governatori come John Hickenlooper (un moderato, rarità), John Delaney, e Jay Inslee, che punta tutto sulla lotta al Global Warming, dimostrando di conoscere ben poco il suo paese; l’ex Ministro di Obama Julian Castro, il Senatore Cory Booker, che ha il vantaggio di essere nero, l’imprenditore di origine asiatica Andrew Yang, il giovane congressman Tim Ryan, altro moderato. Pesi leggeri però, tranne forse Booker, senza un messaggio o una personalità che consentano di uscire dall’ anonimato; infatti nei sondaggi Biden e Sanders rimangono sopra il 20%, la Warren è inchiodata al 7, O’Rourke è partito forte ma ora le sta dietro, gli altri sono a percentuali da PLI. Buttigieg, che fino a poco fa non era nemmeno rilevato, ora sta salendo piano ma regolarmente, e sta soprattutto acquisendo una visibilità sui media (social e non) ben superiore a tutti i rivali di seconda fila. Perché?

Innanzitutto, è gay, sposato a un compagno. Questo attira curiosità e simpatia, e lo emenda dal peccato altrimenti mortale di essere bianco e maschio. Poi, è davvero giovane: ha solo due anni più dell’età minima per candidarsi, 35 anni, e la mobilitazione dei giovani può essere la strategia vincente nel 2020. Inoltre, se su molti temi ha un taglio fortemente “liberal”, può non dispiacere ai moderati: è “pro-business” (è un ex consulente Mc Kinsey), “veterano” (è riuscito – potenza della pubblica amministrazione USA! – a fare nove mesi di servizio militare in Afghanistan mentre faceva il sindaco), devoto episcopaliano, viene da uno Stato Repubblicano, e sembra essere un piccolo genio. Laureato con lode ad Oxford, parla sette lingue, tra cui norvegese e arabo, è stato il più giovane sindaco USA di una città capoluogo, rieletto co l’80% dei voti, nominato “sindaco dell’anno” nel 2014, ed è figlio di un emigrato maltese, da cui ha preso l’ostico cognome. Sposa tutti “mantra” democratici (sanità pubblica, ambientalismo, lotta alle armi etc.) ma con un taglio pragmatico, sorridente che trasmette competenza ed entusiasmo, assai lontano dalla retorica rancorosa dei politici di Washington. Sembra in grado di mobilitare i giovani, la comunità LGBT, il business (sta raccogliendo quattrini a palate): vedremo se riuscirà a parlare anche alle donne e ai neri, tasselli tutt’altro che secondari ovviamente. Ma al momento è l’unico che suscita interesse al di fuori delle piccole tribù di fans già schierate a fianco dei propri candidati. Del resto, se si studia attentamente il suo cv, pieno di esperienze politiche ben mirate (ha collaborato già da giovanissimo con i Kennedy e con John Kerry), sembra quasi un candidato ideale costruito in laboratorio: essendo molto giovane, non ha infine forse ancora fatto in tempo a generare scandali da nascondere nell’armadio…

Può essere un vincente. Soprattutto per l’età e il profilo, rappresenta una America del tutto diversa da quella di Trump, ma non necessariamente opposta: i maschi bianchi laboriosi, e diffidenti della demagogia che sta impregnando ogni giorno di più il Partito Democratico, il “Pete” possono votarlo. E se Trump va battuto, non basta coalizzare i suoi nemici, bisogna anche conquistare un po’ dei suoi amici.

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