Considerazioni liberali su spread e cittadini

Per la politica liberale i cittadini contano più dello spread. Per il motivo che lo spread non è neppure un indicatore che condensa l’andamento di aspetti reali dell’economia di un paese. Il fatto è alcuni lo definiscono come indicatore solo perché ne cercano uno e  lo fanno con un intento teorico che però non corrisponde in pieno ai fatti concreti. La cosa non muta neppure quando si accompagna ad elencare una serie di fattispecie in cui vari singoli cittadini potrebbero trarre beneficio dall’avere indicazioni sulla complessiva situazione economica in cui si trovano. Infatti l’approccio liberale non consiste nello sciorinare parole adatte al far immaginare un’attenzione strutturale, giuridica e politica, alla centralità del cittadino. Consiste nel praticarla quell’attenzione. Perché l’impegno liberale non si esprime mai nelle intenzioni teoriche, bensì sempre nelle scelte fondate sui fatti e sui comportamenti effettivi. Quindi, svolgere considerazioni sugli aspetti dell’economia di mercato, non basta per  restare nel clima liberale se insieme non si mantiene stretto il legame con la realtà concreta per renderla di mercato.

La realtà è che, al di là degli intenti, una parte essenziale degli armamentari attuali di quelli che tuttora chiamiamo mercati non ha più con i cittadini  un legame quantomeno univoco. Il mercato dei cittadini si sta dissolvendo. Una volta i cittadini con le loro valutazioni erano il nerbo dei mercati veri, ora  sono restati solo una sorta di realtà virtuale che non valuta davvero. A grandi linee sono due gli armamentari attuali che non svolgono più il loro ruolo di mercato composto dai cittadini.  Le modalità di funzionamento computerizzato delle borse e il ruolo delle agenzie di valutazione nell’influenzare lo spread, vale a dire la differenza di rendimento tra titoli di stato italiani  e tedeschi.

Al giorno d’oggi, le borse valori sono indirizzate principalmente dall’utilizzo dei programmi  di intervento in borsa, in entrata e in uscita,  basati su algoritmi prestabiliti fatti girare su computer che operano in automatico con ritmi estranei al cittadino.  Ciò innanzitutto facilita la pratica speculativa finanziaria, allontana parecchio dall’esaminare lo stato del prodotto e dell’impresa, non si pone neanche il problema  del ruolo dei risparmiatori che investono, salvo che per strumentalizzarlo meglio (con danno gravissimo per i più piccoli). Oltre a questa stortura, l’intero mondo borsistico è affidato a quanto decide un gruppo di agenzie di valutazione, le quali sono società private, che agiscono solo in base ai propri interessi e che ciononostante godono di considerazioni e vantaggi che finiscono per essere determinanti nel definire il livello dello spread (ad esempio, oltre al clima di attesa messo in moto in generale, esistono in alcuni ambiti regole pubbliche per cui certi enti di primissimo piano non possono intervenire quando il grado di valutazione delle agenzie va sotto un certo livello, e così vengono dotate di un potere incontrollato). Simili robuste storture degli armamentari non sono solo errori teorici nel definire gli strumenti dei mercati borsistici rispetto alla realtà ma agevolano veri e propri raggiri organizzati da speculatori locali e internazionali (come pare sia avvenuto anche in occasione della nota pubblicazione anticipata del presunto Contratto M5S Lega, neppure corrispondente a quello vero). E’ un forte azzardo (di certo sotto il profilo liberale) sostenere che dietro allo spread non ci sarebbero pianificazione né complotto: ci sarebbero persone in carne e ossa che hanno paura che i loro risparmi vadano in fumo.

Consegue da tutto ciò che quando il sistema dello spread è usato per provocare disagi concreti nella vita economica di un paese, i cittadini  incolpano chi lo ha mitizzato di non aver tenuto conto delle loro esigenze.  In una democrazia liberale  svolgono il loro compito. E i liberali non possono scandalizzarsi, perché, magari talvolta in modo confuso (come ha detto Cottarelli l’Italia non è prigioniera dello spread ma del debito accumulato), essi segnalano un problema reale che la politica liberale non deve negare. Perché il problema politico per i liberali non è solo avere indicatori dello stato dell’economia italiana, ma averne costruiti secondo criteri liberali (e di certo lo spread, a parte l’intento, non corrisponde nella sua  formazione attuale ai quei criteri) e insieme intervenire conseguentemente a quanto indicano realmente circa il risanamento indispensabile per l’Italia e per farla stare in Europa (di conseguenza la drastica riduzione del debito, che , salvo parte del mondo burocratico e accademico italiano, pressoché l’intero mondo internazionale afferma non si faccia con il pannicello caldo del legarla al deficit primario annuale, perché da solo non può raggiungere la dimensione adeguata per liberare le risorse bloccate dagli interessi sul debito abnorme maturati nel frattempo).

Ecco perché dal punto di vista liberale  oggi ha un senso scrivere che dovremmo pensare più ai cittadini e meno allo spread. Perché i risultati ottenuti dall’applicare questo indicatore così congegnato ora, non funzionano rispetto ai problemi del cittadino. E i liberali non si preoccupano delle teorie e degli intenti ma dei cittadini in carne ed ossa.

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1 comment for “Considerazioni liberali su spread e cittadini

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