La piccola Masa, l’illuminismo e lo storicismo

La guerra siriana, come ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, è una “guerra sporca”. C’è una realtà apparente, che è quella, di volta in volta, presentata dagli organi di informazione di massa. Molto più difficile appurare quale sia la verità.

Giornalisti che vogliono, non informare, ma argomentare in modo intelligente l’interpretazione dei fatti che hanno deciso di sostenere possono, ad esempio, puntare sull’emotività. Ecco la foto di una bambina bellissima, la piccola Masa di sette anni, pubblicata dall’inglese “Sunday Times” e poi ripresa da molti altri organi di informazione in tutto il mondo. Ad esempio dal Quotidiano “Corriere della Sera” con l’articolo “La guerra negli occhi di Masa” (edizione di lunedì 16 aprile 2018, pagine 1 e 8). Chi è quel mostro che ha attentato alla vita di quella bambina di sette anni, così come della sua sorella gemella e di sua madre, una giovane donna di 34 anni? L’articolista lo scrive come se si trattasse di un fatto ormai acclarato ed incontestabile: «sono sfuggite» «alle bombe chimiche di Douma lanciate dal regime Assad».

Il mostro, quindi, ha un nome ed un cognome. Si tratta del dittatore siriano Bashar al-Assad: sarebbe lui il mostro sanguinario, colpevole di tutte le possibili nequizie. Si vorrebbe far dimenticare che, dal primo manifestarsi delle cosiddette “primavere arabe”, nel 2011, in Siria si combatte una guerra civile feroce, senza esclusione di colpi. Stando a questo giornalismo di parte, gli avversari politici e militari di Assad non sarebbero più milizie combattenti che si difendono, quando possono contrattaccano, e, nell’uno e nell’altro caso, a loro volta uccidono. Vengono derubricati a semplici “oppositori”. Ciò serve a mettere ancor più in cattiva luce il regime siriano: il quale stermina gli oppositori – prassi contraria ai valori liberali e democratici – e massacra il proprio popolo.

É comprensibile che, nel 2011, molti siriani non vedessero l’ora di liberarsi dalla dittatura di un clan familiare ininterrottamente al potere dal 1970. Tuttavia, il regime di cui si sta parlando godeva e tuttora gode anche di un consenso reale in una parte non trascurabile della popolazione: perché è espressione della comunità degli Alauiti, di osservanza sciita. Questo regime, inoltre, nasce storicamente dall’ideologia del socialismo arabo; ha quindi avuto un’impronta laica, da cui ha tratto giovamento la condizione delle donne e che ha garantito le minoranze religiose, tra cui i numerosi cristiani.

Non è stato un caso che, dalle dimostrazioni di protesta, si sia rapidamente passati alla guerra civile. Molte potenze regionali, infatti, nel 2011 avevano il preciso obiettivo di far cadere il regime di Assad. Erano nemici degli Assad: 1) Israele, disturbato dal ruolo che la Siria giocava in Libano; 2) l’Arabia Saudita, interessata a portare al potere i sunniti, in funzione anti-iraniana; 3) il Regno Unito e la Francia, probabilmente entrambi nostalgici del periodo in cui dominavano il Medio Oriente; 4) la Turchia, pronta ad annettersi qualche provincia della Siria settentrionale.

Gli Stati Uniti del presidente Obama erano potenzialmente interessati a togliere alla Russia un prezioso alleato, che garantiva l’insediamento russo in Medio Oriente e le basi militari nei porti del Mediterraneo. Obama, tuttavia, non volle o non seppe forzare la situazione. Quando, nell’agosto del 2013, si pose per la prima volta la questione dell’uso di armi chimiche da parte delle forze armate siriane, gli Stati Uniti furono ad un passo dall’intervenire. Fu allora decisivo il voto della Camera dei Comuni contro l’intervento militare, che mise in minoranza il Primo Ministro Cameron. Senza il Regno Unito, Obama non se la sentì di procedere.

Lo scenario è andato via via cambiando quando si è visto che sul terreno non c’erano oppositori arabi di Assad su posizioni filo-occidentali; gli unici determinati a combattere e capaci di farlo erano gli arabi fondamentalisti. Il “Free Syrian Army“, che il Regno Unito aveva provato ad organizzare, ebbe vita breve e poco significativa. In compenso emerse l’ISIS, con varie altre organizzazioni estremiste ad esso collegate come il Fronte di al-Nusra. Com’è noto, la costituzione del sedicente Stato islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS) risale al giugno del 2014. Bashar al-Assad è riuscito a resistere con il sostegno dei miliziani libanesi di Hezbollah filo-iraniani. La situazione militare si è rovesciata a suo favore nella seconda metà del 2015, grazie all’intervento massiccio della Russia. Anche l’Iran è sceso direttamente in campo per sostenere Assad. Con la conquista di Aleppo e l’intesa con la Turchia, sembrava che la guerra fosse ormai vinta.

Al momento gli Stati Uniti hanno truppe in Iraq e nella parte orientale della Siria, a Raqqa, tolta all’ISIS nell’ottobre del 2017. Non hanno alcuna presenza, invece, nella parte prevalente della Siria, dove opera l’alleanza Assad – Iran – Russia. Per questa ragione, pur di impedire la vittoria finale di Bashar al-Assad, sostengono in ogni modo i ribelli islamisti ancora asserragliati in alcune porzioni di territorio, vicino a Damasco e a nord di Aleppo.

Ci sono stati ripetuti tentativi di creare corridoi umanitari per consentire ai ribelli di andar via ed anche per portare la popolazione civile fuori dal teatro del conflitto. Questi tentativi spesso sono stati sabotati proprio dai ribelli, i quali non vogliono consentire l’evacuazione dei civili per non privarsi dell’unica arma a loro rimasta: la propaganda. Dal loro punto di vista, è bene che i civili muoiano, in modo da impressionare l’opinione pubblica internazionale. Inglesi e Francesi sono stati protagonisti di questa “guerra sporca”, prevalentemente basata sui media.

I combattenti islamici anti-Assad hanno ripetutamente dimostrato il più radicale disprezzo nei confronti delle singole vite umane. Tanto in Iraq, quanto in Siria, si è seguito lo stesso copione. Le organizzazioni di estremisti islamici hanno trovato utile per i loro scopi restare trincerati in centri urbani densamente popolati. Con la conseguenza di utilizzare le popolazioni delle città coinvolte, ora come ostaggi o “scudi umani”, ora come strumento di propaganda contro le azioni militari offensive dei nemici. Questi ultimi non possono compiere azioni belliche di qualunque tipo senza colpire anche gli abitanti, coinvolti senza loro colpa. In questo modo si sovvertono le responsabilità: proprio coloro che espongono bambini, donne, vecchi, al fuoco nemico, possono poi denunciare i “crimini contro l’umanità” commessi dagli avversari.

Veniamo a quanti presso di noi, condividendo il pregiudizio contro Bashar al-Assad, vorrebbero che la comunità internazionale usasse la forza (ossia, la guerra) per vincere il dittatore, catturarlo e poi sottoporlo a giudizio per i suoi crimini contro l’umanità davanti alla Corte penale internazionale. Definisco costoro “illuministi”. Loro sono, infatti, convinti che il senso della Storia consista nell’affermazione di valori di progresso, nella tendenza a raggiungere un bene crescente per tutti gli esseri umani. Presumono che sia possibile, mediante l’uso della ragione, orientarsi perfettamente tra le vicende umane e separare nettamente il bene dal male. Le violazioni dei diritti umani sono, indubbiamente, male. Di conseguenza, tali “illuministi” non sono tranquilli finché non si arriva al processo ed alla condanna dei criminali internazionali. Tanto meglio se sono “Capi di Stato”, perché allora la loro condanna sarà un esempio per tutti.

Per quanto mi riguarda, appartengo ad un’altra scuola di pensiero e mi definisco “storicista”. Penso che il ripristino della legalità internazionale non valga una guerra distruttiva. Non condivido il senso della massima latina “Fiat iustitia et pereat mundus“; il mondo umano io lo vorrei salvare. Un regime oppressivo ed illiberale merita sempre, in teoria, di essere abbattuto; ma se il modo per abbatterlo è quello di esercitare una forte violenza contro la popolazione, è preferibile lasciar perdere. I popoli, tutti i popoli, meritano rispetto e non sono necessariamente complici dei regimi politici che li dominano. Il più delle volte ne sono vittime.

É difficile, ma non impossibile, che tutte e cinque le potenze che dispongono del potere di veto all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU trovino un accordo fra di loro. Questa procedura complicata rimane, comunque un antidoto contro gli “Stati canaglia”: chi viola in modo serio la legalità internazionale può essere effettivamente perseguito se i suoi comportamenti sono stati tali da meritare la riprovazione di tutte le maggiori potenze internazionali.

Viceversa, non sono legittimi, né auspicabili, interventi decisi unilateralmente da alcune potenze, come nel caso recente dell’iniziativa di Stati Uniti, Francia e Regno Unito contro la Siria. Questi interventi unilaterali non affermano la legalità internazionale. Realizzano soltanto gli interessi economici e di potenza degli Stati che assumono l’iniziativa. Possono scatenare conflitti allargati.

La mia linea è semplice: che tutti gli Stati commercino fra loro, indipendentemente dalle caratteristiche dei loro ordinamenti giuridici interni. Che tutti gli Stati dialoghino fra loro e cooperino per finalità di interesse reciproco, ogni qual volta sia possibile. I valori, la democrazia, la libertà, certamente non si possono esportare con le armi. Limitiamoci a praticarli noi, in Europa e negli Stati con ordinamenti liberal-democratici, se ne siamo capaci. Le buone idee, i buoni ideali, sono contagiosi. Quanti altrove patiscono una diversa condizione di oppressione saranno attratti dall’esempio di quei Paesi in cui i diritti umani sono effettivamente rispettati e le libertà fondamentali dei cittadini sono effettivamente garantite. Non c’è dittatura che possa fare a meno del consenso e, quando il consenso viene meno del tutto, non c’è regime dittatoriale che possa ulteriormente durare.

Lunga e serena vita a Masa.

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