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La storia delle elezioni presidenziali americane, in particolare nel Sud Usa

Varese, nel giorno del 2018 dedicato a sant’Elfego il Vecchio
Necessaria premessa.
Nelle righe che seguono mi occupo delle elezioni presidenziali, in particolare nel Sud Usa, a partire dalle prime successive alla Guerra di Secessione. Non di quelle congressuali né di quelle governatoriali o locali i cui risultati quanto ai partiti votati possono tendenzialmente nei vari momenti coincidere ma anche divergere. Nelle righe che seguono capita che il partito democratico venga definito ‘dell’asino’ e i suoi aderenti ‘asinelli’, visto che proprio un asino ne è dai tempi di Andrew Jackson il simbolo. Occorre altresì che il partito repubblicano sia chiamato ‘dell’elefante’ e i suoi adepti ‘elefantini’ essendo dall’Ottocento il pachiderma in questione il simbolo del ‘Grand Old Party’, da cui l’acronimo GOP. Ancora, si parlerà di ‘cintura della Bibbia’ (’Bible Belt’) a proposito degli Stati meridionali nei quali la religione è fortissimo motivo di schieramento, e di ‘cintura della ruggine’ (’Rust Belt’) con riguardo ai territori del Nord e del Middle West nei quali la crisi economica della fase finale degli anni Dieci del terzo millennio ha provocato la chiusura di molte fabbriche e appunto la ruggine dei macchinari inutilizzati. Infine, gli Stati che votano democratico sono colorati nella carta geografica di blu (’Blue States’) mentre quelli che si esprimono per i repubblicani si colorano di rosso (’Red States’).

Dal 1868 – prima elezione presidenziale dopo la Guerra di Secessione – al 1924 compreso, gli undici Stati secessionisti – conservatori e segregazionisti per dirla in breve – votarono costantemente per il candidato democratico a White House chiunque fosse. Era talmente certo e scontato che così dovesse essere che invero la campagna elettorale nel Sud non aveva luogo. I repubblicani evitavano di andare laggiù a perdere tempo. I democratici non sentivano necessità alcuna di sollecitare un voto assolutamente sicuro. Ci si batteva quindi nel resto del Paese. Fu nel 1928 che, per una volta, le cose andarono differentemente. Non perché nella circostanza il GOP Herbert Hoover avesse fatto propaganda in quelle bande. No. Semplicemente perché il partito democratico aveva nell’occasione messo in campo il cattolico Alfred Smith e questa scelta era per la ‘cintura della Bibbia’, per gli ‘asinelli’ che la popolavano, molto difficile da digerire. Di più, del tutto indigeribile. Virginia, North Carolina, Florida e Texas, in odio al ‘papista’, passarono nel campo repubblicano, tornando peraltro subito dopo alla tradizione.

Come fu che dalla tornata 1968 in poi – ma le avvisaglie risalgono ai Cinquanta – le cose mutarono e i disprezzati repubblicani presero laggiù – peraltro non sempre e dappertutto – il sopravvento?

Tornati compattamente all’asinello nelle quattro campagne vinte da Franklin Delano Roosevelt e, con non poche difficoltà, in quella del successivo 1948 che vide la contrastata vittoria di Harry Truman (contro le cui aperture ai neri peraltro quattro Stati sudisti si schierarono votando ‘Dixiecrats’, un partito fortemente segregazionista nato per l’occasione), gli undici cominciarono a dividersi nel 1952. L’elefante, aveva in quella tornata riposto le speranze di tornare finalmente alla Casa Bianca – la cui porta era sbarrata dal 3 marzo 1933, ultimo giorno in sella di Herbert Hoover (l’entrata in carica era allora fissata al 4 marzo dell’anno successivo a quello elettorale) – nel generale Dwight ‘Ike’ Eisenhower, un vero e indiscutibile eroe nazionale. Ebbene, per quanto gli strateghi del GOP cercassero di convincerlo a lasciar perdere il Sud secondo tradizione, ‘Ike’ non ne volle sapere. Per dare un’idea, fu così il primo generale non sudista ad entrare ad Atlanta dopo William Tecumseh Sherman che l’aveva conquistata e messa a ferro e fuoco nel 1864. Il rivale Adlai Stevenson (un intellettuale di vaglia che sapeva che avrebbe perso, visto che rispondendo a una signora che gli diceva “Tutte le persone intelligenti voteranno per lei” aveva detto “Non basterà, madame. Occorre la maggioranza”. Straordinario e purtroppo assolutamente vero!) perse Florida, Virginia, Texas e Tennessee e la bellezza di sessantasette ‘Grandi Elettori’. Inaudito.

Ampliato il successo contro lo stesso Stevenson (recidivo) nel 1956, gli elefantini si trovarono a Sud non molto ben messi invece nel 1960. Non era forse John Kennedy cattolico come il povero Alfred Smith? Certamente, ma erano passati trentadue anni e il mondo anche laggiù era cambiato. Un cattolico – che peraltro aveva subito dichiarato che la religione non doveva entrare nel dibattito politico – poteva adesso essere colà digerito dagli asinelli sia pure obtorto collo. Ed eccoci al 1964, al meritato trionfo del più grande Presidente americano della Storia quanto alla politica interna. Il riformatore Lyndon Johnson stravince e stravolge il Paese con una operazione geopolitica assolutamente epocale. Conquista Johnson nell’occasione tutto il Nord. Tutto, cosa che nessun democratico era stato mai in grado di fare. Talmente rivoluzionario in tema di diritti civili e sociali e nella apertura alle minoranze il Nostro che sono solo alcuni Stati meridionali a votare Barry Goldwater, il rivale GOP.

Ed eccoci al pre indicato 1968, a Richard Nixon. Vogliamo metterla giù chiara? Semplificando brutalmente e quindi andando incontro a critiche ad accuse di superficialità? Il partito repubblicano è all’epoca altro, è cambiato. Non è più quello di Abraham Lincoln. I conservatori più tali si riconoscono adesso proprio nel GOP. E restando in fondo il Sud appunto conservatore per chi dovrebbe votare se non per gli elefantini? Lo farà costantemente, salvo nel 1976 (dopo il Watergate!) e in parte nelle due volte di Bill Clinton. Nel mentre, i democratici, dapprima, sulle tracce di Johnson, riformatori, lentamente si trasformano in un partito attento al politicamente corretto, composto di anime belle, contestato sul piano etico per le da molti ritenute eccessive ‘aperture’, per le posizioni quanto ai matrimoni gay e all’aborto in particolare, elitario, succube dell’establishment e vicino ai poteri finanziari forti.

Il terzo millennio si apre col doppio mandato di George Walker Bush, repubblicano, e prosegue, nella classica alternanza, con due affermazioni di un democratico: Barack Obama, il primo nero a White House. Le vittorie del GOP – ancora semplificando drasticamente – vengono interpretate come le ultime difese del potere da parte dei declinanti ‘WASP’ (’White, Anglo-Saxon, Protestant) da tempo sotto assedio. Quelle dell’asinello come l’avvento di una nuova maggioranza composta dai neri (ora più propensi a votare), dagli ispanici (emergenti), dai sostenitori del politicamente corretto.

Personalmente, nel 2008, guardando appunto alla composizione dell’elettorato obamiano, avevo definito l’affermazione del Senatore dell’Illinois come “la terza Rivoluzione Americana”. La prima ovviamente essendo quella contro gli inglesi per raggiungere l’indipendenza. La seconda essendo quella che con le elezioni del 1828, all’arrivo di Andrew Jackson a Washington, aveva segnato la sostituzione della aristocrazia agraria che aveva creato gli Stati Uniti con la borghesia.

Due necessarie sottolineature guardando non relativamente al solo Sud ma in generale al 2016. Entrambe relative al campo repubblicano, essendosi quello avverso ridotto a uno schieramento arido, valido, utile solo a fini elettorali. La prima tende ad evidenziare come sia tra i GOP che ora ferva intenso il confronto ideale, essendo davvero molte le ‘anime’ repubblicane, come dimostra il fatto che, appunto in vista del 2016, addirittura sedici fossero i pretendenti alla nomination in rappresentanza di un ampio ventaglio di posizioni che andavano e vanno dal moderatismo dei centristi al radicalismo libertario agli estremisti di destra. La seconda che pone in risalto il fatto che i valori etici – lo si è accennato ma è da sottolineare – sia pure intesi quali tradizionali (dandosi da parte di pseudo intellettuali significato pressoché dispregiativo al termine), assenti tra i dem, coagulino nel Paese e in specie nel Sud evangelico e vicino al ‘Tea Party’ i consensi attorno al GOP. Si è potuto constatare che una consistente parte degli ispanici, cattolici, con riferimento a tali valori, ha votato, in una strana alleanza con le forze protestanti conservatrici, contrariamente alle aspettative, proprio repubblicano.

Tornando specificamente al tema, alla fine, per quanto Donald Trump fosse certamente una anomalia, un candidato percepito come estraneo al partito, un ‘maverick’ (vitello senza marchio, nel gergo ottocentesco dei cowboy e degli allevatori di bestiame), per quanto fosse internamente ferocemente combattuto, la carta geografica del Paese nel meridione si è colorata comunque largamente di rosso.

Nota bene.
Un discorso a parte va fatto per uno degli undici Stati secessionisti in ballo. La Florida, difatti, ha da tempo una collocazione specifica e particolare essendo uno degli ‘Swing States’, cioè uno Stato che si orienta di volta in volta differentemente, uno Stato che di sovente (non quanto l’Ohio) si schiera con il vincitore.

Da: www.corriere.it

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