Da stamina ai vaccini, una legislatura tra scienza e pregiudizio

Uno dei primi atti della passata legislatura è stata la conversione in legge del decreto che autorizzava la sperimentazione a spese del Servizio Sanitario Nazionale del metodo Stamina, un protocollo sanitario che già sapevamo essere una vera e propria truffa. Non è stata una votazione combattuta: sommando i voti di Camera e Senato, il decreto è stato convertito in legge con 763 voti favorevoli, 3 contrari e 10 astenuti. Quasi cinque anni dopo, gli stessi parlamentari in chiusura di mandato hanno convertito in legge – ad ampia maggioranza, sebbene non altrettanto bulgara – il decreto che estende l’obbligo vaccinale.

E’ evidente che non è stato un improvviso rigurgito di razionalità scientifica ad aver determinato il passaggio tra la prima e la seconda scelta, quanto casomai il diverso livello di gradimento e di popolarità dell’argomento “Stamina” e dell’argomento “vaccini” nell’opinione pubblica. In entrambi i casi, è questo che vale la pena sottolineare, il Parlamento ha evitato di andare contro il senso comune. Con Stamina, nonostante la comunità scientifica fosse concorde nel denunciare la truffa del dottore in lettere prestato alla medicina, e nonostante fossero chiari i rischi per la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale se si fosse acquisito il principio, stabilito in quel decreto, che è lo Stato e non le case farmaceutiche a farsi carico del costo della sperimentazione dei farmaci e delle terapie. Con i vaccini, una volta monitorato che la maggior parte dell’opinione pubblica – se si fa eccezione per una minoranza rumorosa che purtroppo ha trovato facile sponda in forze politiche che fanno del rumore la loro cifra stilistica – è per fortuna favorevole ai vaccini.

Per questa ragione è il decreto Balduzzi su Stamina, e non il decreto Lorenzin sull’obbligo vaccinale, l’episodio sul quale misurare la disponibilità di una forza politica (o di un singolo esponente politico) ad accogliere il metodo scientificocome principio ispiratore del processo di formazione delle regole e della legislazione. E sulla base di quell’indicatore possiamo dire che siamo ancora messi molto male. È la sfida controintuitiva della scienza e del suo metodo al senso comune e alle sue incrollabili certezze il valore aggiunto di cui la politica ha bisogno, e della cui assenza dobbiamo preoccuparci.

Come dice spesso Marco Cappato, che con l’Associazione Coscioni oltre che con il suo esempio personale contribuisce attivamente e fattivamente alla crescita della consapevolezza scientifica nel dibattito pubblico, “la scienza è ciò che ci aiuta a distinguere i pregiudizi dai fatti”. Per questo la razionalità nella politica è prima di tutto una questione di coraggio, quello che è mancato durante la scorsa legislatura e che speriamo di recuperare nella prossima.

Ci sono dossier importanti – uno per tutti, quello sulle biotecnologie applicate al miglioramento genetico delle piante – sul quale la politica da decenni decide di non decidere in ossequio al pregiudizio. Nonostante la scienza (è vietato agli agricoltori italiani seminare varietà geneticamente modificate ritenute sicure) e contro la scienza (è vietato ai ricercatori italiani sperimentare in campo aperto le potenzialità di queste varietà). E questo anche grazie alle forze politiche che oggi pensano di ricostruirsi una “verginità” scientifica e razionale assecondando il senso comune sui vaccini. Troppo facile così.

Da: http://stradeonline.it

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