La resistenza della cultura liberale

Il prossimo 4 marzo non ci asterremo dal voto. Si tratta di rinnovare il Parlamento italiano: un appuntamento elettorale importante, che non mancheremo. Faremo, quindi, il nostro dovere di cittadini e di elettori. Non abbiamo un partito, meno che mai una coalizione, di riferimento. Ciò significa che sceglieremo quel candidato nel collegio uninominale e quella lista (nel collegio plurinominale) che, dal nostro punto di vista, rappresentano il meglio possibile nel momento dato, ovvero il meno peggio.

Voteremo con lo stesso spirito che animava gli elettori del Liberal Party nel Regno Unito, a partire dal secondo dopoguerra. Si sapeva che, difficilmente, il candidato liberale sarebbe riuscito eletto nel collegio uninominale in cui si presentava, perché l’elettorato tendeva a concentrarsi nei due partiti di massa, il laburista ed il conservatore. Gli elettori liberali però continuavano, tenacemente, a sostenere il proprio candidato, collegio per collegio. Ad esempio, nelle elezioni del 1974 per il rinnovo della Camera dei Comuni, il Liberal Party ottenne il 19,35 % dei voti validi espressi; ma, in applicazione della legge elettorale maggioritaria, conquistò soltanto 14 seggi. I cocciuti elettori liberali erano contenti così. Per loro era sufficiente partecipare, esprimere il proprio punto di vista, ottenere una rappresentanza che desse loro voce in Parlamento. Poi cambiava poco se i deputati eletti fossero stati 8, oppure 14, o 20.

Il nostro carattere nazionale è meno saldo. In Italia le minoranze non suscitano simpatie. Si vuole vincere a tutti i costi e si suole corre in soccorso di chi appare più forte. Forse, a ben vedere, non si crede fino in fondo nel metodo democratico; sicuramente, si crede poco nel sistema rappresentativo. L’elettore medio legge poco, non coltiva ideali, se ne frega del “bene pubblico” e mira ad obiettivi precisi: il proprio miglioramento economico, un lavoro per i figli, addirittura un aiuto per risolvere problemi burocratici. Per la gente che ragiona così, i politici non sono buoni, né cattivi. Possono essere soltanto utili (per risolvere i loro concreti problemi), o inutili. Di conseguenza, i politici non vanno criticati secondo ragionamenti logici (giusti, o sbagliati che siano), ma combattuti solo in quanto possono nuocere ai propri interessi immediati.

La critica “pura” è un lusso. Che noi pochi sopravvissuti di cultura liberale ci siamo voluti concedere e continuiamo a volerci concedere, ma che, nella politica “pratica”, non porta da nessuna parte.

Questa volta sceglieremo il candidato e la lista da votare utilizzando, principalmente, tre criteri: a) affidabilità nella tenuta dei conti pubblici; b) atteggiamento nei confronti dell’Unione Europea ed indirizzi di politica estera da proporre in ambito europeo; c) competenza e serietà circa il modo di affrontare i problemi fondamentali della civile convivenza, a partire dal servizio di raccolta e trattamento dei rifiuti solidi urbani.

Con riferimento al primo punto, riteniamo che tutti i partiti italiani finora più votati non siano affidabili. Questo giudizio negativo riguarda tanto il Partito democratico, quanto Forza Italia e la Lega (ex Nord), ed ancor più il Movimento Cinque Stelle. Bisognerebbe usare aggettivi molto forti (tipo, “cialtrone”) per qualificare chi fa a gara nel promettere forti riduzioni nel gettito dello Entrate dello Stato e degli altri Enti pubblici (sotto forma di soppressione di imposte e tributi, o di diminuzione di aliquote), quando la situazione complessiva dell’economia nazionale vede un debito pubblico che supera il 130 % del Prodotto interno lordo (PIL) nazionale. Ridurre le entrate, mantenendo invariate le spese, significa aumentare il debito. Non occorre essere genî dell’economia per intendere questa semplice regola matematica.

Nel nostro caso non è questione di differenti visioni di politica economica. Anche un economista assertore della politica keynesiana dovrebbe, sempre che sia una persona seria, astenersi dal proporre, per l’immediato avvenire, politiche pluriennali sempre in deficit di bilancio, che farebbero ulteriormente aumentare il già enorme debito pubblico. La maggiore responsabilità dei principali partiti italiani consiste, secondo noi, proprio nell’aver mentito e nel continuare a mentire agli Italiani circa le conseguenze negative ed i pericoli inerenti ad un così grande ammontare del debito pubblico.

L’attuale ripresa economica è ancora molto fragile e basterebbe poco, davvero un semplice stormire di fronde, per riportare tutti gli indicatori economici a valori negativi. Si immagini, semplicemente, un diverso indirizzo della Banca centrale europea (BCE), che lasci gli Stati membri meno tutelati nel rapporto con i mercati finanziari, per il periodico collocamento sul mercato dei titoli del debito pubblico.

Continuare ad immaginare politiche economiche in deficit di bilancio è, indubbiamente, facile. Proprio un bello sport. Che potrà essere praticato finché altri ci consentiranno di continuare a praticarlo. Con buona pace dei nostri “sovranisti”. In un’economia globale sul piano planetario, nessuno è più davvero sovrano. Con poche risorse e molto debito si è in balìa degli altri. Altro che sovrani!

Noi abbiamo letto ed apprezzato economisti ed uomini di Stato quali Quintino Sella, Silvio Spaventa, Luigi Einaudi. Si tratta di una vera e propria scuola di pensiero, suffragata da esperienze storiche. Quando gli Italiani comprenderanno, finalmente, che non tutti i politici sono uguali? A chi volesse fare un sintetico ripasso della materia, ricordiamo che l’articolo 81 della Costituzione, nel testo vigente, recita al primo comma: «Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico». L’equilibrio tra le entrate e le spese del bilancio è, dunque, non una nostra opinione, ma un valore costituzionale da perseguire.

La legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1, fu approvata da entrambe le Camere con una maggioranza superiore a due terzi dei componenti. Nella votazione finale alla Camera dei Deputati (6 marzo 2012) votarono a favore 489 deputati. Per raggiungere la maggioranza di due terzi ne sarebbero bastati 420. Nella votazione finale al Senato della Repubblica (17 aprile 2012) votarono a favore 235 senatori. Per raggiungere la maggioranza di due terzi ne sarebbero bastati 214, includendo nel computo pure i senatori a vita. Eppure oggi quella legge costituzionale sembra figlia di nessuno. Quasi fosse stata imposta da Mario Monti. Al che noi rispondiamo: lunga vita (anche politica) a Mario Monti. Rara persona seria.

Così come dovrebbero vergognarsi quanti imputano la riforma delle pensioni alla persona fisica dell’ex ministro Elsa Fornero.

Per mancanza di spazio, non possiamo argomentare, come vorremmo, gli altri due punti.

Con riferimento al secondo punto, è dal diciottesimo secolo che si ragiona in termini di “storia universale”. Valga, a questo proposito, il Saggio sui costumi e lo spirito delle Nazioni di Voltaire. Il filosofo Karl Jaspers, nel suo Origine e senso della storia, ricorda che le più antiche alte civiltà conosciute erano tutte extraeuropee: l’Egitto, la Mesopotamia, l’Indo, la Cina. Per quanto riguarda poi il periodo che lui definisce “assiale” (intorno al 500 avanti Cristo), un solo popolo europeo, i Greci, fu protagonista di quel fiorire della cultura umana. Poi vengono in considerazione la Cina di Confucio e di Lao-tse, l’India delle Upanishad e di Buddha, l’Iran di Zarathustra e la Palestina ebraica con profeti quali Elia ed Isaia.

Siamo felici ed orgogliosi di essere europei, ma l’Europa non risolve in sé il mondo. Tutti i popoli meritano rispetto; tanto più quelli che vantano tradizioni millenarie. Con buona pace di Angelo Panebianco, si può essere convinti che il presidente Trump costituisca una sciagura per gli Stati Uniti, senza per questo diventare antiamericani. Si può pensare che la politica del governo israeliano presieduto da Benjamin Netanyahu sia caratterizzata da un nazionalismo ottuso e non per questo diventare antisemiti. Si può provare rispetto ed amicizia nei confronti degli Arabi, dei Persiani, dei Turchi, perché quei popoli sono a noi legati da mille legami culturali nella ricchissima storia del Mar Mediterraneo; e ciò indipendentemente dai regimi politici che oggi governano quei Paesi. Lo stesso dicasi per la Russia. Essere liberali in politica estera significa seguire gli ideali di Immanuel Kant; mentre l’articolo di Panebianco titolato L’Europa vicina ai regimi (nel quotidiano Corriere della Sera del 14 gennaio 2018) è un perfetto compendio delle posizioni più sbagliate.

Il nostro auspicio è che l’Europa – che concepiamo come unione federale di popoli liberi – operi come fattore di equilibrio e di moderazione nello scenario internazionale.

Quanto al terzo punto, la regola aurea di una sana amministrazione è che i rifiuti urbani vengano trattati, riciclati nei limiti in cui ciò è possibile, ed eliminati nella stessa area geografica in cui sono raccolti. É semplicemente pazzesco che i rifiuti siano trasferiti in altre aree geografiche, in altri Paesi, in altri continenti. Spostare i rifiuti determina un costo economico aggiuntivo per i cittadini e rappresenta un costante pericolo di inquinamento ambientale e di traffici illeciti (con danni incalcolabili per la salute dei cittadini che vivono nelle aree di destinazione finale di rifiuti trattati in modo non appropriato).

Le “anime belle” che si preoccupano dei rischi derivanti dall’incenerimento dei rifiuti, non si preoccupano delle vere e proprie devastazioni del territorio che derivano dal proliferare incontrollato di discariche. Mille volte meglio che vengano realizzati termovalorizzatori, costruiti secondo le più moderne tecnologie e sottoposti a costante controllo circa la manutenzione e la periodica sostituzione dei filtri. Ciò determinerebbe un salto di qualità nella selezione del personale: servirebbero ingegneri, tecnici di scienze ambientali. Ossia, personale sempre più qualificato, per rendere un servizio adeguato alla tutela dei beni primari della salute collettiva e dell’igiene ambientale. Anche in questa materia incontriamo i demagoghi che fantasticano di “rifiuti zero”, negando la realtà.

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