Anno: 2018

Tagli alle pensioni, d’oro non c’è niente

In questi giorni di ferragosto appaiono (al solito) le prime anticipazioni sulla manovra di settembre e, con altrettanta puntualità, le indiscrezioni sulle modifiche alle pensioni.
Quest’anno i 5Stelle puntano a quello che è uno dei loro cavalli di battaglia: i tagli delle “pensioni d’oro” (definizione giacobina e aizzapopoli, che i media, se avessero spirito critico, dovrebbero rifiutare, come facciamo noi).
Ma loro agiscono alla loro maniera: più una mossa elettorale per dimostrare ai loro elettori di aver adempiuto alle promesse che una operazione seria e meditata.
Infatti quanto previsto (il taglio delle pensioni oltre i 4000 euro con riferimento al momento dell’andata in pensione) è inattuabile, incostituzionale e ingiusto.

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Domeniche senza acquisti: un vantaggio per pochi

l divieto di apertura domenicale dei negozi favorisce i piccoli commercianti e una parte dei lavoratori. Danneggia però i consumatori, che sono una platea molto più vasta. Il governo dovrebbe perciò considerare le conseguenze sul benessere collettivo.

Obbligo di chiusura

Fa discutere, in questi giorni, l’intenzione dichiarata dalla maggioranza di governo di abrogare la liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali introdotta dal governo Monti nel 2011. In pratica, il governo vuole reintrodurre l’obbligo di chiusura domenicale o, almeno, porre forti vincoli alle aperture (si parla di un massimo di 25 per cento degli esercizi con facoltà di apertura domenicale per ogni settore merceologico).

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Più che nazionalizzare qui bisogna normalizzare

Non serve la nazionalizzazione per mettere ordine nelle autostrade. Il modello con un gestore soggetto a regolazione è ancora valido. Purché si cambi radicalmente la regolazione, riconducendola a quella di altri settori regolamentati.

La vendita della Società autostrade

Per mettere nella giusta prospettiva il dibattito sulle concessioni autostradali, conviene innanzi tutto ricordare cosa avvenne al momento della vendita del 1999-2000 sotto il governo D’Alema. A quel tempo, l’Iri deteneva circa l’86 per cento della Società autostrade, che mise in vendita in due tranche: la quota di controllo (il 30 per cento) fu ceduta a un investitore singolo, con l’idea di avere un “nocciolo duro” stabile, il resto al “mercato”, ossia investitori piccoli e grandi, ma comunque con quote di minoranza.

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Risorse per le infrastrutture: meglio liberalizzare che nazionalizzare

Un evento drammatico e luttuoso come la caduta del ponte Morandi di Genova dovrebbe far riflettere l’Italia sulla necessità di investire più risorse nella costruzione e nella modernizzazione del suo patrimonio infrastrutturale, da rinnovare più che da manutenere. Ma quali risorse?

Il dibattito – inaugurato dai leader di governo Salvini e Di Maio mentre ancora si cercavano superstiti – ha subito preso la piega di un piagnisteo antieuropeo, come se l’Italia subisse delle limitazioni dall’Unione Europea per le sue scelte di investimento in conto capitale. In realtà, non c’è nessuna regola comunitaria che vieta a uno stato membro di investire le proprie risorse in infrastrutture, purché abbia i fondi necessari per farlo.

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Nuovo crocevia per Alitalia

Se non vuole ritrovarsi nel classico vicolo cieco, il governo deve scegliere nuove strade per Alitalia. Puntando al riequilibrio economico attraverso un piano d’impresa che aggiusti un modello di business che non funziona, per farlo divenire sostenibile.

Evitare soluzioni inopportune

Sul caso Alitalia, uno dei dossier più urgenti sui tavoli ministeriali, il nuovo governo si è espresso con diverse dichiarazioni dei suoi esponenti. Vanno nella direzione di un più ampio e diretto impegno pubblico per la soluzione della crisi, pur non prevedendo necessariamente un futuro controllo pubblico. Date le condizioni delicate del vettore, sinora solo in parte documentate dai pochi dati gestionali pubblicati dai commissari e necessariamente destinate a peggiorare con la fine della stagione ad alta domanda, conviene analizzare sinteticamente le diverse strade che si aprono al crocevia dei decisori pubblici. L’obiettivo è di distinguere tra quelle senza uscita, quelle praticabili ma inopportune e quelle opportune ma difficili.

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Manca la mentalità’ liberale nel gestire la cosa pubblica

La polemica delle ultime settimane sul Presidente INPS Boeri è un esempio di come in Italia siano ignorate le esigenze liberali. Almeno tra gli alti burocrati, tra chi ha ruoli di governo e nei media.

Molti alti burocrati hanno una cultura  disattenta ai fatti ed esaminano i dati numerici rappresentativi dei fatti senza tener mai conto dei meccanismi che li hanno prodotti, della possibile evoluzione nonché della eventuale necessità di correggerli. In pratica, i numeri divengono solo una base deterministica per prefigurare il dopo preferito.  I temi trattati  ora da Boeri dati alla mano (lo dice lui) sono la tesi che accogliere i migranti è indispensabile per mantenere in pari i conti INPS e l’impatto negativo del Decreto Dignità. In entrambi, maneggia i dati separandoli dai fatti, atteggiamento assurdo quando si tratta di organizzare la convivenza.

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Un film già visto, l’italianità di Alitalia

Quattordici mesi di commissariamento hanno permesso ad Alitalia di migliorare i suoi conti. Ora si tratta di decidere quale offerta accettare tra quelle presentate. Perché la compagnia non può più tornare nell’alveo pubblico, né formalmente né di fatto.

Quattordici mesi di commissariamento

Ci risiamo: un altro governo che tiene alla italianità di Alitalia. Ne sentivamo proprio la mancanza.

Ma vediamo qual è la situazione attuale della società. Da maggio 2017 (da più di un anno, quindi) Alitalia è gestita da un trio di commissari a nome del governo italiano. E al commissariamento si è arrivati dopo una ulteriore lunga crisi. Uscita dal perimetro pubblico nel 2009, Alitalia è stata nelle mani di investitori italiani prima e di Etihad poi, ma nessuno ha saputo trovare una strategia che le permettesse di stare a galla.

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Se la libertà coincide col buon senso

La retorica del cuore è una cosa; la realtà è un’altra. E così la concreta possibilità che Foodora lasci l’Italia all’indomani del decreto annunciato dal ministro Luigi Di Maio ci fa capire quanto spesso sia difficile fare i conti con le regole dell’economia e del buonsenso.

Non si tratta, qui, di ragionare su quanto viene dato ai ragazzi che, in bicicletta, consegnano pizze o altro. Si tratta invece di comprendere come chi vuole irreggimentare la società attraverso l’ennesima legge di cui non c’è bisogno fatichi a capire il mondo in cui viviamo e le necessità di tanti tra noi.

Voler trasformare in lavoratori dipendenti, infatti, coloro che adesso lavorano qualche ora a settimana per le agenzie di consegna significa non avere inteso che, per lo più, chi opera in tal modo lo fa proprio perché non si tratta di un primo impiego. Foodora e le altre società analoghe si avvalgono essenzialmente di studenti o anche di lavoratori che già hanno un posto, ma sono felici di arrotondare in questa maniera.

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