Ridurre le tasse si può e si deve – intervento al convegno Ridurre le tasse per rilanciare la crescita, Rima 4/12/2017

Di fronte a una seria prospettiva di flat tax bisogna esaminare anche l’altra faccia della luna e avere chiaro perché paghiamo le tasse. Si dice che noi riceviamo servizi e benefici dallo stato e che pertanto dobbiamo pagare per quello che riceviamo. E’ un imperativo morale oltre che un obbligo sinallagmatico. Ma è vero che riceviamo tanto? È tutto utile ciò che riceviamo?
In una società pacifica, con cittadini rispettosi dei contratti tra loro stipulati, non ci sarebbe bisogno dello stato. Purtroppo si annidano nella collettività animi maligni, pronti alla violenza, irrispettosi degli impegni e si rende necessario creare dei servizi comuni per il mantenimento dell’ordine pubblico, per la difesa e per l’amministrazione della giustizia.
Questi servizi configurano lo stato minimo e richiedono di essere pagati appunto con i tributi, con le tasse. In proposito si dice che i maggiori beneficiari della sicurezza data dall’ordinamento statale sono i più ricchi e che pertanto non basta che le tasse siano proporzionali al reddito, ma bisogna che siano progressive.
Fin qui credo che ci sia poco da dire sul modello, tanto più che se ci si limitasse a questo le tasse sarebbero ben poca quota del reddito (meno del 5 per cento).
Ma le nostre società hanno voluto mettere altra carne al fuoco. Hanno inventato i beni comuni che devono essere amministrati collettivamente (beni naturali, beni immateriali, servizi oggetto del welfare quali scuola, sanità e ambiente) e che richiedono interventi di opere pubbliche. Tutto ciò costa e qualcuno deve pagare: o c’è la gratuità del servizio o questo viene offerto a prezzi inferiori al costo; la differenza è coperta dal prelievo fiscale. In questi casi spesso si ha la doppia progressività dell’imposta, i servizi offerti essendo pagati con imposta progressiva ed essendo ceduti gratuitamente solo alla parte più povera della popolazione.
In queste attività la regola dovrebbe essere quella dell’appalto a imprenditori privati concorrenti. È invece intervenuta una trasformazione perversa nella loro amministrazione e lo stato ha finito per gestire questi servizi in proprio. Divenuto imprenditore, a queste funzioni amministrativo/imprenditoriali accettabili cum grano salis, ne ha di fatto aggiunte altre via via considerate strategiche (persino la produzione di panettoni), che hanno allargato il perimetro dell’intervento statale oltremisura.
È inutile dire che in tutte queste attività lo stato, dovendo ottenere il consenso dei dipendenti elettori e non avendo un confronto calmieratore con il mercato, opera in modo altamente improduttivo. Ciò che porterebbe un imprenditore al fallimento qui è coperto con nuove tasse.
Il risultato è che il cittadino è costretto a pagare con l’imposizione servizi costosi e spesso non richiesti: si vede privato della sua libertà di scelta della spesa. Trascuriamo pure le partecipazioni; la sanità e gli altri servizi si prendono le seguenti quote di reddito: il 7 p.c . del pil la sanità, il 4 la scuola e pochi decimi il resto.
Se vogliamo riepilogare la spesa in servizi, dobbiamo poi aggiungere le spese amministrative (personale pubblico) pari al 9 per cento del pil. L’insieme di queste spese e di quelle in precedenza indicate per la sicurezza si prende il 30 p.c. del pil.
Come si arriva allora a un bilancio pubblico pari circa al 50 % del pil? In questo modello si inserisce il secondo grande obiettivo oggi posto al sistema fiscale: la redistribuzione del reddito. La nostra società per garantire la pacifica convivenza tra individui che la natura ha dotato di capacità fisiche e intellettuali diverse richiede che ci siano interventi redistributivi dei redditi che tali differenze naturali hanno determinato.
Il tema dell’uguaglianza è portato costantemente all’attenzione dai politici progressisti e dagli economisti che li sostengono. Ciò, benché mai nella storia si sia tanto ridotta la disuguaglianza tra paesi e nonostante la stabilità dell’indice di concentrazione del reddito in Italia da quarant’anni a questa parte. L’indice è infatti attestato intorno a 0,30 importo decisamente inferiore a Stati Uniti e Regno Unito, ma un po’ più alto rispetto a Francia e Germania (rispetto a quest’ultima è però inferiore il nostro indice di concentrazione della ricchezza). Ma ora per i giornalisti questo è il tema cruciale, gli argomenti di Picketty e di Krugman prevalgono sulla confutazione di Nozick a Rawls.
Come avviene la redistribuzione? Anzitutto, come già detto, con un sistema di progressività dell’imposta al quale si aggiunge l’offerta ai meno abbienti di servizi gratuiti o a basso prezzo.
Un grande trasferimento avviene anche con il prelievo a tutti i cittadini e con la spesa per stipendi di coloro che dipendono per il loro reddito direttamente o indirettamente dallo stato. Queste categorie sono le vere beneficiarie del trasferimento redistributivo, categorie che forniscono servizi e prodotti derivanti dall’intervento statale prima ricordato. I loro prodotti spesso non sarebbero richiesti da nessuno e vengono forniti, come detto prima, con scarso livello di produttività.
Ma questi effetti redistributivi si realizzano con la prestazione e il finanziamento dei servizi pubblici che ho sopra ricordato. L’attenzione generale è ora posta agli effetti della spesa per previdenza e assistenza. Questa spesa aggregata rappresenta un quinto del pil.
Secondo l’Istat l’indice di concentrazione del reddito prima del prelievo fiscale e contributivo è pari a 0,45; dopo la tassazione e conseguiti i trasferimenti è pari a 0,30. L’effetto di riduzione dell’indice è soprattutto dovuto ai trasferimenti (per 0,11). Ma i trasferimenti sono per lo più dovuti alle pensioni che rappresentano, se gestite correttamente nel modello contributivo, un credito riscosso e non una elargizione. E allora l’intervento pubblico realizza la cosiddetta equità solo per 0,4.
L’intervento pubblico, del resto, con stipendi e pensioni erogati secondo i livelli di mercato sposta i beneficiari ma non altera i rapporti.
Le misure di previdenza e di assistenza quotano rispettivamente per il 16/17 p.c. e per il 4 p.c. del pil.
Quindi il riepilogo generale porta la spesa a quasi il 50 % del pil per i motivi seguenti.
Si pagano anzitutto dei servizi essenziali connaturati all’esistenza dello stato: sicurezza e giustizia. SI pagano poi dei servizi derivanti dalla valutazione politica del bene comune, sicuramente prodotti a costi superiori a quelli di mercato. Si paga il deficit di bilancio dello stato imprenditore. Si realizza infine un processo di redistribuzione di reddito e ricchezza che va a vantaggio dei dipendenti pubblici diretti (i dipendenti pubblici si prendono il 20p.c. della spesa pubblica) o indiretti; se si escludono le pensioni ciò non determina però un sostanziale progresso sul tema dell’uguaglianza. Ne’ giovano i trasferimenti alle imprese tanto criticati da Giavazzi.
Dunque, si devono pagare le tasse, ma almeno sappiamo perché le paghiamo e convinciamoci che potrebbero essere tagliate; lascio ai keynesiani l’argomento della spesa pubblica in buche, che farebbe crescere reddito e occupazione nonché quello che senza le esigenze pubbliche militari non ci sarebbe la civiltà della rete.
Se riteniamo di ridurre le tasse per rilanciare l’economia (idea peraltro non condivisa da Krugman e stranamente – ma non tanto – pubblicata dal Sole24ore), quali possono essere gli interventi sulle singole componenti della spesa che non vogliamo si realizzi in disavanzo?
Certamente non dobbiamo preoccuparci dei servizi essenziali di sicurezza giustizia e difesa, che incidono ben poco sul bilancio. Sarebbe bene invece preoccuparsi dell’effettiva utilità di produrre beni comuni o di svolgere direttamente attività di stato imprenditore o infine di esercitare il golden power. Tutto ciò si ripercuote negativamente sull’efficienza di vasti settori produttivi e i beneficiari ne sono non già la collettività ma le categorie che lavorano in questi settori. Tagliare e privatizzare è ciò che i governi da Monti in avanti non hanno fatto e dovrebbero fare.
Va visto con trasparenza il problema della previdenza e dell’assistenza. Quanto alla previdenza va detto che chi lavora stipula un contratto dal quale scaturiscono pagamenti immediati (salari) e differiti (pensioni). Sta al lavoratore e al datore di lavoro accantonare somme che consentano la formazione di un capitale da destinare ai pagamenti differiti. Il problema nasce dal fatto che c’ è di mezzo lo stato che altera il meccanismo in due modi: anzitutto usa le somme accantonate non già per formare un capitale quanto invece per pagare le pensioni correnti (sistema a ripartizione) e poi fa promesse politiche che eccedono la capacità di dare rendita delle stesse somme accantonate (ad esempio ignorando gli effetti di cambiamenti demografici quali l’aumento della speranza di vita). Va quindi posta attenzione alla salvaguardia dei diritti di chi ha lavorato che devono essere soddisfatti dal flusso di contributi di cassa di chi è al lavoro, flusso che può essere negativamente influenzato da un calo demografico, ma non si debbono alimentare squilibri con promesse avventate dei politici.
La categoria dell’assistenza deve essere ben definita per essere messa a bilancio in quanto tale e non mimetizzata sotto altre forme. Un rigore nell’accertamento dei requisiti dei beneficiari e delle finalità dell’intervento consentirebbe anche qui dei buoni risparmi. Certamente se si tagliano le tasse, si può immaginare qualche forma di imposta negativa, ma di certo è da escludere il reddito di cittadinanza.
La conclusione finale è dunque che un buon taglio delle tasse è davvero possibile, certamente non va a danno della collettività e può ben imporre allo stato una razionalizzazione benefica e più equa della spesa.

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