Pensioni da incubo – e il sonno dei giuristi

pensioniAi nostri primi cenni sull’enorme disparità di trattamento tra le generazioni che ci hanno preceduto e i millennials, qualcuno ha commentato frettolosamente per accusarci di essere intenzionati a smantellare il welfare nazionale. Purtroppo la sindrome di Stoccolma è molto diffusa nel Paese: soprattutto il sabato mattina, quando valenti studenti liceali protestano contro i tentativi di offrire loro qualche chance in più nel mondo del lavoro. Oppure quando i sedicenti “socialisti” affermano che i “diritti acquisiti” non si toccano, e quindi se lo Stato ha permesso a una donna di non lavorare per tutta la vita, in quanto figlia nubile di un parlamentare dell’assemblea regionale siciliana deceduto, dobbiamo assistere impotenti.

Gli argomenti fallati che usano li conosciamo:

  1. benaltrismo: ma perché occuparsi di pensioni quando ci sono: evasione, criminalità, corruzione?
  2. reductio ad hitlerum: se inizi a togliere il diritto al vitalizio arriverai a levare tutti i diritti;
  3. conservazione: lo Stato si regge sulle sue leggi, ergo non puoi modificarle.

Gli argomenti sono abbastanza sciocchi da non meritare ulteriori considerazioni, la conseguenza di ragionare male è che ci teniamo un sistema che non funziona. Purtroppo l’ignoranza aiuta in questo. Aiuta a non arrabbiarsi per i casi più assurdi e sfacciati di parassitismo d’elite. Abbiamo solitamente idea che il parassita sia il falso invalido da 900 euro al mese, il furbetto che non paga i mezzi pubblici, l’accattone; dobbiamo imparare a riconoscere invece nella gente che ci amministra e governa tanti fortunati privilegiati. Di destra come di sinistra, talvolta pure miti incrollabili (spoiler? Rodotà! Rodotà! Rodotà!).

Leggendo l’ultimo libro di Mario Giordano, Vampiri, ho scoperto tante notizie agghiaccianti, che trovo necessario diffondere il più possibile. Ora proporrò un estratto delle più clamorose, ma ci tornerò in futuro. Nella politica, le regioni a statuto speciale sono tra le più allegre nello sperperare i nostri soldi. In Val d’Aosta e Trentino pagano la pensione addirittura in anticipo, stimando una lunga vita: cifre sul milione di euro, con un record di 1.636.905 euro. Una rapida verifica tra il versato e il percepito ci mostra che i politici incassano di solito dieci volte tanto. A noi daranno la metà. Il Parlamento consentiva di andare in pensione a qualunque età dopo 4 legislature: Claudio Martelli ci è andato a 51 anni e ora si gode la vita con 5000 euro netti. Un fenomeno è riuscito a prendere il vitalizio di 2275 euro netti al mese per 8 (!) giorni di presenza in Parlamento. In Sicilia bastavano sei mesi di aula per maturare il diritto al vitalizio, reversibile anche sui figli. Non pochi i politici pensionati baby; pure gli amministrativi se la cavano, fra gli ex dipendenti regionali in Sicilia, 800 hanno meno di 54 anni, 50 meno di 44, 6 trentenni, 8 ventenni, 12 diciannovenni – grazie al miracolo della reversibilità. Quando nel mondo normale la metà dei trentenni è disoccupata…

Alcuni pensionati d’oro sono già ricchi imprenditori, ma grazie a delle comparsate in Parlamento incassano begli assegni: Francesco Merloni (9947 euro lordi), Luciano Benetton (3108 euro lordi), Giuseppe Guzzetti (due vitalizi per circa 5000 euro); spicca Vito Gamberale, 44.000 euro al mese e ancora diversi incarichi dirigenziali ricoperti (con ottimi stipendi). I vitalizi si cumulano comodamente e alcune regioni hanno provato a correre ai ripari: la Toscana ha chiesto di scegliere solo UN vitalizio, la Lombardia li ha limati di un 10%. Su 3200 ex consiglieri comunali, 400 sono ricorsi ai tribunali per avere restituita la cifra intera, perché 10.000 euro al mese non bastano.

A fianco dei politici fanno bella guardia i giornalisti che, ancora nel 2016, riuscivano ad andare in pensione a 57 anni – ricchi assegni e 100 milioni di debiti nelle casse del loro ente di previdenza. Non dimentichiamo i sindacalisti, artefici di un mondo del lavoro ingessato e al contempo profondamente precario (ma solo per i giovani non iscritti): 17.000 di loro prendono una doppia pensione dovuta al distacco presso il sindacato (bastavano un paio di mesi a fine carriera). Infine, che i preti preghino per noi giovani senza futuro: nel frattempo paghiamo loro 13.000 pensioni, sulla base di contributi “volemose bene”, di ben 1699,92 euro all’anno a testa [sic]. Probabilmente non incasseranno grandi importi, se il 72% dei preti incassa anche un’altra pensione, ma fa comunque arrabbiare una partita IVA che versa ben di più…

Noi giustifichiamo tutto ciò alla luce dei diritti acquisiti: intoccabili al fine di preservare la continuità del diritto di uno stato, se si consente una sola modifica retroattiva crolla la certezza del diritto. Impropria forse l’estensione dell’art. 25 della Costituzione: “nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”. Ma ciò che maggiormente perplime è la morte cerebrale dei giuristi. In qualunque disciplina, quando le osservazioni sperimentali non sono in accordo con la teoria, ci si pone delle serie domande. A volte si arriva a modificare i principi fondamentali, come in fisica, quando si introdusse la quantizzazione dell’energia. Non nel diritto, visto che modi per smontare questi diritti acquisiti ancora non li hanno trovati. Nel mentre, accettiamo facilmente i paradossi che si celano nella nostra giurisprudenza: impossibile toccare le pensioni e i redditi più alti ma accettabilissimi salari da fame (in contrasto con art. 36 Costituzione), studenti privi di mezzi (contro art. 34), giovani disoccupati ed esclusi dall’attività politica (art. 3). Disuguaglianze per legge? Ad oggi è così, e non può che peggiorare, visto che dobbiamo pagare non solo con i contributi, ma anche con l’eccessiva pressione fiscale le pensioni generose dei nostri anziani (nemmeno così anziani, come abbiamo visto sopra): pare che lo Stato ogni anno trasferisca circa 100 miliardi nelle casse dell’INPS (Voce di bilancio: contributi previdenziali).

Perché questo sfacelo? Credo ci sia anche una ragione teorica. Nessuno si è preso la briga di distinguere tra i diritti in base alle risorse necessarie per garantirli; questo perché il welfare nasce tardi rispetto al diritto, nella fine dell’800, dopo quasi due millenni di codificazione e riflessione avulse dall’economia. Eppure, a occhi abbastanza ingenui come i miei, pare esserci una differenza tra, per esempio, il diritto di proprietà e quello alla salute; il primo richiede una natura pattizia che può essere garantita in teoria a costo nullo, il secondo invece richiede degli investimenti pubblici (per pagare ospedali, operatori sanitari ben addestrati, farmaci). Ed esiste una differenza, forse più sottile, tra il diritto a percepire una pensione dignitosa (art. 39 Costituzione) e una pensione da nababbo – non suffragata da pari contributi. Non ci sarebbe nessun furto nel riportare al contributivo tanti paperoni, perché, semplicemente, quei soldi non li hanno mai versati. La struttura logico-giuridica potrà anche essere pura, come descritto da Kelsen, ma quando ha a che fare con risorse reali non può pretendere la medesima autonomia: gli stati non crescono in eterno, e la democrazia pare tendere naturalmente a selezionare leadership che si comprano il consenso con i soldi di tutti. Forse siamo di fronte a una crisi dei fondamentali e non sappiamo affrontarla. Nel frattempo, sarebbe già un bel passo avanti iniziare a parlarne.

Da: http://www.linkiesta.it

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