Il Centro Pannunzio di Torino protagonista dell’ultimo libro di Quaglieni.

Quaglieni_PannunzioPier Franco Quaglieni ha scritto un agile saggio, titolato Figure dell’Italia civile (Torino, Golem Edizioni, 2017), per spiegare il senso dell’attività del Centro “Mario Pannunzio” di Torino, operante dal 1968, e per testimoniare il proprio personale impegno quale direttore generale del predetto Centro.

Le iniziative culturali promosse dal Centro Pannunzio, in un tempo lungo quasi mezzo secolo, hanno visto il concorso di tanti intellettuali, prevalentemente di orientamento liberaldemocratico, ma anche di diversa formazione politico-culturale, in quello spirito di rispetto reciproco, di dialogo, di tolleranza, di amore per la cultura, che sono le manifestazioni caratterizzanti una mentalità davvero liberale. Quaglieni ricorda ora alcuni di questi intellettuali, le cui storie personali hanno incrociato, in modi diversi, la vicenda del Centro Pannunzio. Per la precisione, si tratta di diciannove ritratti: i protagonisti sono indicati secondo l’ordine cronologico di nascita, per non far torto ad alcuno, e raccolti sotto la comune dicitura di “Maestri e amici”. Nella prima parte del libro, Quaglieni include altri undici ritratti, di personalità che hanno avuto particolare influenza su di lui. Come scrive nella Premessa, «riguardano maestri che, per ragioni anagrafiche, non ho conosciuto direttamente, ma che hanno influito profondamente sulla mia vita di giovane e poi di studioso». In questo caso ha scelto, come denominazione comune, l’espressione “Le radici”.

Dare un’idea di trenta persone eminenti in complessive centottanta pagine, cercando di fare intuire le caratteristiche di ciascuno ed i motivi per cui è opportuno mantenerne vivo il ricordo, non era impresa facile. Quaglieni c’è riuscito, ma, ovviamente, con un taglio giornalistico: lo spazio è prezioso, tutto viene ricondotto a ciò che all’Autore sembra l’essenziale, non c’è alcuna nota bibliografica. L’assenza delle note è un elemento che, in modo a tutti evidente, consente di distinguere subito la storiografia dei giornalisti rispetto a quella degli storici di mestiere e degli studiosi in genere. Il giornalista afferma, in modo più o meno apodittico, ed il lettore deve prendere per buone tali affermazioni: deve fidarsi. Lo studioso, invece, indica esattamente le fonti da cui ogni citazione è tratta e sembra dire al lettore: se sei interessato, proprio attraverso queste note bibliografiche, ti sto dando modo di leggere tu stesso i libri richiamati e di condurre tutte le verifiche e gli approfondimenti che riterrai opportuni. Così ogni libro non resta chiuso in sé, ma apre al lettore un mondo di altri libri, la lettura di ciascuno dei quali può stimolare nuove opere intellettuali. Per questa via, il sapere si consolida e si diffonde.

Questo che, almeno ai miei occhi, è un limite strutturale, allontana il lavoro di Quaglieni dal suo immediato modello: il libro Italia Civile. Ritratti e testimonianze, che Norberto Bobbio pubblicò nel 1964 per i tipi dell’Editore Lacaita e che piu tardi, nel 1986, è stato ristampato da Passigli. Il predetto testo di Bobbio, pur molto ponderoso, ebbe un meritato successo in termini di vendite e di critica; resta una delle opere più apprezzate del giurista e filosofo torinese. L’impostazione di Quaglieni, mi ha ricordato, invece, gli “Incontri” di Indro Montanelli, o anche il modo di scrivere di Giovanni Spadolini. In questo secondo caso, il paragone non è necessariamente un complimento, perché Spadolini fu scrittore fin troppo prolifico. Quaglieni stesso lo ha rilevato, a proposito del libro spadoliniano Gli uomini che fecero l’Italia; il quale, come idea, avrebbe potuto essere un’opera bellissima, ma, nella realizzazione, si è tradotto in «una silloge poco omogenea di scritti occasionali» (cfr. p. 118).

Veniamo ora alle tante cose positive che troviamo nel lavoro di Quaglieni. In primo luogo, un omaggio al Piemonte, alla sua storia ed alla sua cultura, così strettamente intrecciate alla storia ed alla cultura del liberalismo europeo. Nel paragrafo dedicato a Filippo Burzio (1891-1948), che fu anche direttore del quotidiano La Stampa, così la mentalità tipica del piemontese è descritta dallo stesso Burzio: «volontà attiva, serietà costruttiva, gusto del reale, senso del dovere, piacere dell’utile»; mentalità espressa in una forma anch’essa tipica, senza «furori ideologici, abbandoni lirici, eroismi ascetici» (cfr. p. 38). Il tutto si può ricondurre a concretezza e misura.

Non penso sia un caso che la sezione “Le radici” si apra con il profilo di Luigi Einaudi (1874-1961), esempio mirabile delle virtù e delle qualità tipicamente piemontesi. Di lui, Piero Gobetti, suo studente nell’Università di Torino, scrisse che «esercitava, senza teorizzarla, una morale di austerità antica di elementare semplicità» (cfr. p. 13). Quaglieni ha scritto, opportunamente, che il liberismo di Einaudi era cosa diversa dall’iperliberismo anarcoide; quello che io preferisco definire “anarco-capitalismo”. Tutti i liberali hanno profondamente radicato il senso dello Stato. Non di qualunque Stato, ma di uno Stato di diritto, retto da una Costituzione che, nel separare i diversi poteri statuali, nel definire le loro rispettive attribuzioni in una logica di bilanciamento e di controllo reciproco, e nel garantire il rispetto delle libertà fondamentali di tutti i cittadini, tende a tutelare ed a promuovere la dimensione di ogni singola persona, come bene in sé. L’Einaudi che difendeva il risparmio, si preoccupava dell’equilibrio dei conti pubblici, cercava soluzioni concrete per migliorare il funzionamento delle pubbliche amministrazioni, era quanto di più contrario si possa concepire rispetto all’attuale andazzo dell’economia: in cui si pensa di poter promuovere sviluppo economico aumentando il deficit annuale di bilancio, promuovendo, di conseguenza, la crescita costante del debito pubblico, a danno delle nuove generazioni, e pensando che non ci siano limiti allo stampare moneta, perché tanto un pò di inflazione stimola l’economia. Così l’Italia ha oggi un debito pubblico pari ad oltre il 130 per cento del Prodotto interno lordo (PIL) nazionale. Un economista delle caratteristiche di Einaudi si sarebbe opposto con tutta la sua autorità scientifica e tutte le sue forze a strumenti finanziari come i titoli cosiddetti “derivati”, quelli che, negli Stati Uniti, vengono definiti “credit default swaps” (CDS). A fronte di una qualunque obbligazione, si può emettere un CDS, una sorta di copertura assicurativa che l’obbligazione andrà a buon fine. In realtà, queste sedicenti coperture assicurative si sono tradotte in speculazione pura; per questa via si è aggravata la crisi economica iniziata nel 2008 ed i mercati finanziari di tutto il mondo sono stati riempiti di titoli tossici, i quali poi, a loro volta, hanno messo in crisi molte banche. Il problema non è che Einaudi era antico, mentre gli attuali protagonisti della finanza sono tecnologici e moderni. La verità è che lui era onesto e si preoccupava che i risparmiatori, così come tutti i cittadini, non venissero frodati; i moderni geni della finanza non hanno di queste preoccupazioni.

Anche Norberto Bobbio (1909-2004) è un bell’esempio di virtù e qualità piemontesi: niente retorica, serietà negli studi, onestà intellettuale, chiarezza espositiva. Quaglieni mette in luce come Bobbio distinguesse tra i termini “laicismo” e “laicità”. Scrive: «Il primo viene di solito usato con una connotazione negativa, per non dire addirittura spregiativa, per designare un atteggiamento d’intransigenza e d’intolleranza verso le fedi e le istituzioni religiose. Ma questo è proprio il contrario dello spirito laico, o, se si vuole, della “laicità” correttamente intesa, la cui caratteristica fondamentale è la tolleranza» (cfr. p. 72). Sono perfettamente d’accordo con Bobbio e con Quaglieni a proposito del fatto che la laicità, di per sé, non possa «costituire il motivo fondante per una proposta politica». I laici si caratterizzano per un loro metodo di approccio ai problemi; ma ha poco senso pensare ad un partito dei laici, contrapposto ai partiti confessionali. Giovanni Gentile ed Antonio Gramsci, ad esempio, erano entrambi “laici”, nel senso che si determinavano autonomamente rispetto agli orientamenti propri delle autorità religiose, ma cosa avevano in comune fra loro? Bobbio ha intrattenuto cordiali rapporti con il Centro Pannunzio di Torino, ma non volle mai scrivere per il settimanale Il Mondo, diretto da Mario Pannunzio, settimanale che pure ebbe lunga vita, dal 1949 al 1966. Fin dalla più antica militanza nel Partito d’azione, Bobbio si era qualificato come un socialista liberale, alla maniera di Carlo Rosselli; sentiva, quindi, di appartenere ad un’altra famiglia politico-culturale rispetto al liberaldemocratico Pannunzio. Con tutto il rispetto e la simpatia, reciproci, teneva a che ciascuno rimanesse nei propri ambiti, per non ingenerare confusioni nell’opinione pubblica.

In questo senso, in una interessante pubblicazione del Centro Pannunzio, dal titolo Pannunzio eIl Mondo“, uscita nel 1988, in occasione del ventesimo anniversario della morte del giornalista, si riportava il testo di una lettera che, in data 11 giugno 1964, Pannunzio scrisse a Bobbio. Era prematuramente venuto a mancare Vittorio De Caprariis (1924-1964), brillante docente universitario di fede liberale, tra i più importanti collaboratori del settimanale. Bobbio aveva scritto al direttore, per esprimergli solidarietà per questa grave perdita. Dopo la crisi del 1962, che aveva portato alla frattura del Partito radicale ed alla rottura fra Pannunzio ed Ernesto Rossi, altra “colonna” de “Il Mondo“, il settimanale non era stato più lo stesso. Ora la morte di De Caprariis aggravava ulteriormente le cose. Nell’occasione, Pannunzio scrisse, tra l’altro: «E io sento che il mio giornale diventa sempre più povero di uomini e di idee. Se qualche volta, caro Bobbio, le capiterà di pensare al “Mondo” e di scrivere per noi qualcosa, io ne sarò felice e onorato. Avrei voluto chiederglielo da tempo, ma una ragione di timidezza me lo aveva impedito». Bobbio lasciò cadere pure questo appello, il cui significato era inequivoco.

Quaglieni cita il libro di Bobbio Politica e cultura, uscito nel 1955; è vero che in esso si difendevano le conquiste di civiltà veicolate dal liberalismo rispetto alla svalutazione, propria di Togliatti e dei comunisti in genere, delle libertà definite “formali” e “borghesi”. Tuttavia, Quaglieni, il quale in tutto il libro cita continuamente Croce, e nella Premessa scrive del «magistero di Benedetto Croce, che resta il punto di riferimento della mia vita intellettuale», non rileva quanto, proprio in Politica e cultura, Bobbio sia stato ingeneroso ed ingiusto rispetto a Croce. Con meno asprezza di Salvemini, per lungo tempo Bobbio perseguì il medesimo obiettivo dell’intellettuale pugliese: ridimensionare l’influenza che Croce aveva esercitato nell’opinione pubblica colta italiana. Questo bisogna saperlo e, una volta che lo si sia compreso, si deve pur decidere da che parte stare. Tra Croce, da un lato, Salvemini e Bobbio dall’altro, io personalmente ho scelto Croce. Il che non significa disconoscere i meriti degli altri due.

Il paragrafo che più mi è piaciuto in assoluto è quello dedicato a Marcello Soleri (1882-1945), già deputato giolittiano, che ebbe la responsabilità di ministro del Tesoro dopo la liberazione di Roma, nel giugno del 1944. In tale ruolo compì molte cose egregie, tra le quali: la nomina di Einaudi a governatore della Banca d’Italia e l’iniziativa di un prestito postbellico, finalizzato alla ricostruzione del Paese, prestito che ebbe un successo superiore alle più ottimistiche aspettative. Soleri, che già stava male, s’impegnò allo spasimo per assolvere i suoi doveri ministeriali, fino a poco prima della morte. Significativi e ben scritti i due ritratti di Mario Soldati (1906-1999), storico presidente del Centro Pannunzio dal 1980 al 1997, e di Alda Croce (1918-2009), una delle quattro figlie di Benedetto, anche lei presidente del Centro, dopo Soldati.

In conclusione, bisogna essere grati a Quaglieni per averci riportato a contatto — non con «un mondo ormai scomparso», come lui scrive — ma con un’Italia «povera e pulita», come definì Arturo Carlo Jemolo (1891-1981) quella della sua infanzia (cfr. p. 70). É importante avere il senso di quanto di bello e di buono il nostro Paese abbia prodotto. Questa consapevolezza non è cosa da poco, ma rincuora, quando bisogna raccogliere le energie per ripartire, senza considerare ineluttabile l’attuale fase di decadenza.

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