Canta che ti passa

sanremoIl “FESTIVAL DI SAN REMO” sta ipnotizzando milioni di Italiani.
E’ lo specchio del livello culturale medio del nostro paese.
E questo è scoraggiante.
Le banalità sonore e testuali abbondano.
Nel frattempo la lista dei nostri malanni non decresce.
In primis il fardello del debito pubblico.
Il “debito pubblico” (v, Carlo Cottarelli -“IL MA CIGNO”, ed. Feltrinelli, marzo 2016), stando ad una nota che figura sul sito del Ministero dell’Economia e delle Finanze, è pari al valore nominale di tutte le passività lorde consolidate delle amministrazioni pubbliche (amministrazioni centrali, enti locali ed istituti previdenziali pubblici). In sostanza si tratta di quello che le amministrazioni pubbliche hanno preso a prestito.
Le passività nette sono quelle che risultano sottraendo quel che le amministrazioni pubbliche hanno prestato.
In genere si misura il debito pubblico rispetto al PIL (prodotto interno lordo ovvero al reddito prodotto annualmente da un paese).
Il PIL rappresenta, invero, le risorse cui uno stato può far ricorso attraverso la tassazione, per pagare gli interessi e, in linea di principio, ripagare il debito in scadenza. Naturalmente più è elevato il PIL più agevole è sostenere un certo ammontare del debito pubblico.
A fine 2014 il debito pubblico italiano era pari a circa il 132 per cento del nostro PIL. In lieve aumento (probabilmente al 133 per cento nel 2015).
Il nostro debito è stato basso per circa vent’anni-fine anni sessanta (25-35-del PIL). Poi è cresciuto e nel 1994 ha raggiunto il 1 20 %.
Raffrontandolo con quello dei 35 paesi considerati dal FMI come “avanzati “, che era a fine 2014,in media del 75 per cento, l’Italia si colloca al terzo posto dopo Giappone e Grecia ma il Giappone ha anche molte attività finanziarie relativamente liquide su cui guadagna interessi.
Suggeriamo ai nostri lettori per saperne di più di leggere il pregevolissimo sopra citato studio del prof. Cottarelli che dall’ottobre 2013 al novembre 2014 è stato Commissario Straordinario per la Revisione della Spesa.
Ma, a nostro modesto parere, anche lui era una “vox clamantis in deserto”.
L’Italia, d’altronde, presta orecchio solo alle voci dei cantanti di San Remo.

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