Gli Stati Uniti e l’Asia Orientale: ‘What’s next’ con The Donald alla Casa Bianca

le-premier-a-se-faire-rt-par-trump-gagne-5000001Mancano poche settimane all’insediamento ufficiale di Donald Trump al numero 1600 di Pennsylvania Avenue.

Il nuovo inquilino della Casa Bianca, nonché ‘Commander in Chief’ delle forze armate a stelle e strisce, si vedrà costretto a gestire una serie di scenari “scomodi” (per usare un eufemismo) lasciatigli in eredità dalla fallimentare politica estera di Barack Obama.

Non v’è, infatti, quasi nessun’area geo-politicamente ‘calda’ nella quale gli Usa non abbiano perso influenza.

Fra gli scacchieri strategici fondamentali nei quali gli Stati Uniti hanno visto erodersi maggiormente il prestigio e la credibilità guadagnatisi dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, spicca di certo, per importanza, l’Asia Orientale.

Nonostante i proclami programmatici di Barack Obama, che, a pochi mesi di distanza dal suo insediamento alla Casa Bianca, rendeva noto urbi et orbi il suo ‘Pivot to Asia’, varato con l’esplicito obiettivo di “riprendersi” l’Oceano Pacifico a discapito della sempre più arrembante e ingombrante Cina, otto anni dopo e con l’imminente conclusione del suo mandato presidenziale ormai in vista, si può sostenere che l’uscente Presidente democratico non sia riuscito nell’intento di far tornare gli Usa potenza egemone nel mare più importante del mondo.

Spetterà, quindi, al Presidente eletto Donald Trump tentare di ridare lustro alla macchina politico-diplomatica statunitense in Asia Orientale, in un momento storico nel quale il dragone cinese sta tornando a percepirsi – e a comportarsi di conseguenza – quale potenza egemone della regione.

La ‘mission’ che attende Donald Trump si prospetta di notevole difficoltà, poiché i fronti aperti in Estremo Oriente sono almeno tre e vedono intrecciarsi gli interessi degli Stati Uniti con quelli dei Paesi più grandi e influenti dell’Asia-Pacifico, ovvero Cina, Giappone e le due Coree.

Gli Stati Uniti e la Cina

Il nodo fondamentale che la prossima amministrazione repubblicana si troverà a dover risolvere in Asia Orientale è, ovviamente, quello riguardante la Cina.

Donald Trump, in campagna elettorale e non solo, ha fatto intendere di considerare la Repubblica Popolare alla stregua di come Barack Obama ha considerato la Russia durante tutto il suo mandato: un rivale, se non addirittura un potenziale nemico.

Il Paese di Mezzo si sente ormai pronto ad assumere il ruolo di leader nella regione dell’Asia-Pacifico, e non fa niente per nascondere le sue aspirazioni di superpotenza.

Già nel 2011 Henry Kissinger, nel suo magistrale volume ‘Cina’, avvertiva, nel capitolo conclusivo, che la pace e la stabilità nel mondo del ventunesimo secolo sarebbero dipese, in gran parte, dai rapporti che i due Paesi avrebbero instaurato nei prossimi decenni.

Egli sottolineava, inoltre, che il senso di superiorità insito da millenni nel subconscio della cultura e della storia cinesi non si sarebbe mai del tutto (o affatto) sopito, e che una parte non indifferente dell’establishment politico e militare nutrirebbe ancor oggi un forte desiderio di rivalsa nei confronti dell’Occidente per le umiliazioni da quest’ultimo subìte alla fine dell’Ottocento.

Ciò premesso, lo stesso Henry Kissinger sostiene, a più riprese, che un concetto dev’essere indelebilmente cristallizzato a futura memoria: ovvero che il popolo cinese è grande, e non solo numericamente.

La sua storia plurimillenaria lo ha addestrato a far fronte a tutte le possibili situazioni e, soprattutto, lo ha reso un popolo fatto di gente pragmatica, dedito più al commercio e agli scambi che non alla guerra.

Pertanto, se è verosimile che si possano verificare scenari potenzialmente forieri di scontro con gli Stati Uniti, è altrettanto sensato prevedere che la Cina, salvo il caso in cui venga direttamente attaccata, tenderà sempre a cercare una soluzione di compromesso, in una logica squisitamente mercantilista.

La partita a scacchi che il nuovo Presidente americano dovrà giocare con Pechino ha ad oggetto, fondamentalmente, due tematiche: quella economica e quella della politica estera.

In campo economico, Donald Trump ha utilizzato, durante la sua campagna elettorale, toni e parole che, alle orecchie del Segretario Generale del Partito Comunista Cinese Xi Jinping, non devono certamente essere suonate come una dichiarazione di amicizia.

Il Presidente eletto ha più volte accusato la Repubblica Popolare di mettere in atto pratiche commerciali scorrette, di non fare abbastanza per contrastare la ‘contraffazione di Stato’ di marchi e prodotti occidentali nonché di aver avviato una vera e propria guerra valutaria svalorizzando lo yuan.

Trump attribuisce anche a queste pratiche scorrette l’impetuosa crescita economica che Pechino sta vivendo ininterrottamente da circa vent’anni a questa parte.

E, se è vero come è vero che, nell’ultimo triennio, le percentuali di crescita del PIL del dragone si sono contratte (rispetto alla doppia cifra di un lustro fa), è altrettanto vero che la crescita cinese annuale si mantiene pur sempre su valori impensabili per qualunque altro Paese del mondo (circa il sei per cento annuo).

Nonostante le bellicose dichiarazioni, purtuttavia, appare difficile pensare a un Donald Trump che vada a mettersi in aperta rotta di collisione con la seconda economia del mondo, al contempo uno dei principali partner commerciali degli Stati Uniti nonché – e, forse, soprattutto – detentore di buona parte del debito pubblico americano.

Certo è che, anche in ambito economico, Pechino ha saputo muovere molto bene le sue pedine, calando un vero e proprio ‘asso’ con la fondazione, nell’ottobre 2014, dell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), con l’obiettivo mai troppo celato di fare concorrenza alla Banca Mondiale (a guida Usa) e al Fondo Monetario Internazionale.

Per quanto riguarda la politica estera, il compito che attende Mr. President si prospetta ancor più arduo.

Innanzitutto v’è la questione riguardante Taiwan: da sempre la Repubblica Popolare rivendica la piena sovranità sull’isola nella quale, nel 1949, si ritirarono i nazionalisti di Chiang Kai-Shek dopo la disfatta subìta nella guerra civile per mano di Mao e dei comunisti.

Fin da quando, grazie alla geniale politica estera di Nixon e di Kissinger, gli Stati Uniti hanno ristabilito normali relazioni diplomatiche con la Cina, nessuna amministrazione presidenziale americana ha più mantenuto rapporti ufficiali con Taiwan, sebbene gli scambi commerciali sull’asse Taipei-Washington siano sempre stati – e sono tutt’ora – assai remunerativi per entrambe le parti.

Il mantenimento di buone relazioni con la Repubblica Popolare Cinese ha comportato, gioco forza, l’accettazione della condicio sine qua non imposta da Pechino, ovvero il riconoscimento del principio dell’unicità della Cina.

Donald Trump, prima di Natale, ha dato un primo segnale di discontinuità allo status quo che, sulla questione di Taiwan, vige dal 1979: il 2 dicembre scorso ha avuto un colloquio telefonico con la Presidente taiwanese Tsai Ing-Wen, la quale considera l’isola un vero e proprio Stato indipendente, ‘altro’ rispetto alla Cina continentale, e non perde occasione per ribadirlo.

Quest’ultimo fatto, ovviamente, ha mandato su tutte le furie Pechino, che ha protestato in via ufficiale, poiché teme un riavvicinamento degli Usa a Taiwan, con conseguente deterioramento dei propri rapporti bilaterali con Washington.

Difficile ipotizzare quale linea di condotta deciderà di seguire l’imprevedibile Donald sulla vicenda; certo è che procedere sulla via dello scontro a oltranza non gioverebbe a nessuno, in quanto si potrebbero virtualmente aprire le porte a scenari inquietanti, su tutti uno scontro armato (più volte sfiorato, in passato) fra le due superpotenze.

E se è vero che la Cina, ad oggi, non dispone né della tecnologia né dell’arsenale militare per tentare un’invasione di Taiwan, qualora gli Stati Uniti si schierassero a difesa dell’isola con un blocco navale, è altrettanto vero che un conflitto nell’area potrebbe ben presto allargarsi a macchia d’olio, coinvolgere altre nazioni e degenerare in un qualcosa d’incontrollabile.

Il secondo nodo spinoso che Donald Trump si troverà ad affrontare con la controparte cinese è quello riguardante la politica di espansione di Pechino nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Cinese Orientale: mari che la Repubblica Popolare, ispirandosi ad antiche mappe geografiche di epoca imperiale, considera inalienabilmente di propria esclusiva competenza amministrativa.

Questo fatto suscita rabbia e preoccupazione in tutti quegli Stati dell’Asia Orientale che vantano analoghe rivendicazioni e con i quali la Repubblica Popolare Cinese ha in corso contenziosi territoriali.

E, certamente, non aiuta a rasserenare gli animi il fatto che i genieri dell’esercito di Pechino stiano procedendo a ritmo serrato nell’opera di trasformazione di piccoli e disabitati (ma contesi) atolli delle Isole Spratly e Paracel in strutture militari di varia natura.

Il Presidente eletto non può certo consentire che la Cina si prenda, con azioni di forza unilaterali, sia il Mar Cinese Meridionale che il Mar Cinese Orientale, dai quali transita una fetta molto importante del commercio marittimo mondiale.

Né potrebbe ignorare le richieste di aiuto provenienti dagli storici alleati americani in Asia Orientale (ovvero Giappone, Corea del Sud, Vietnam, Filippine e Thailandia), qualora Pechino dovesse spingersi troppo oltre.

Rinunciare in toto a far sentire ben salda la presenza Usa in quest’area di così grande importanza strategica, potrebbe costare molto caro a Donald Trump, esattamente come è costato molto caro a Barack Obama, il quale, con la sua politica remissiva nei confronti della Cina, ha, di fatto, ‘perso’ le Filippine: il neo-eletto Presidente di Manila, Rodrigo Duterte, ha più volte affermato che, durante il suo mandato, il Paese virerà decisamente verso Pechino a discapito delle relazioni con Washington.

Una schiarita nei rapporti bilaterali dovrebbe invece prospettarsi in tema di diritti umani: il futuro Presidente degli Stati Uniti ha fatto intendere di non volersi intromettere nelle tematiche di politica interna degli altri Paesi, soprattutto se importanti come la Repubblica Popolare.

Anche in questo ambito, quindi, si prospetta una netta discontinuità con l’operato dell’uscente amministrazione democratica.

Il tempo ci dirà se alle parole seguiranno i fatti concreti.

Gli Stati Uniti e il Giappone

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino ai giorni nostri, il Giappone è il più stretto alleato statunitense in Asia Orientale.

Partendo da questo presupposto, i rapporti che Donald Trump dovrà allacciare con Tokyo sono già ben instradati su un binario di collaborazione e cooperazione reciproca.

Eppure, qualche punto di (ancorché minima) criticità c’è, e dovranno essere bravi il Presidente eletto e il suo staff a risolverla quanto prima, anche e soprattutto perché il Giappone potrebbe rivelarsi, in prospettiva, il più prezioso partner strategico in funzione di contenimento dell’espansione cinese.

Il primo nodo che The Donald dovrà sciogliere nei rapporti bilaterali con Tokyo riguarda la c.d. ‘Trans Pacific Partnership’ (TPP), accordo di libero scambio commerciale fra gli Stati che si affacciano sull’Oceano Pacifico.

Il prossimo inquilino della Casa Bianca ha già espresso la sua volontà di affossare la TPP medesima (e, con essa, altri trattati di libero scambio siglati negli anni dagli Stati Uniti), con l’intento di ristabilire dazi commerciali e doganali alle importazioni e favorire, in questo modo, le imprese americane.

Un duro colpo, questo, per il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe, il quale puntava molto sulla ratifica internazionale della TPP per ridare ossigeno a un’economia, quella del Sol Levante, che, pur rimanendo saldamente la terza del mondo, non riesce a uscire in modo definitivo da una spirale recessiva che dura, ormai, da oltre due decenni (ovvero da quando, a metà degli anni Novanta, si verificò lo scoppio della bolla economica che coinvolse i mercati azionario e, soprattutto, immobiliare nipponici).

Non più di un mese fa Shinzo Abe ha provveduto a far ratificare dal Parlamento giapponese la TPP, sperando, in qualche modo, di mettere (ancorché minimamente) Donald Trump sotto pressione e indurlo a cambiare idea sul futuro dell’accordo.

Soltanto pochi giorni dopo, tuttavia, il premier giapponese ha dovuto ammettere che, senza gli Stati Uniti, la TPP non ha ragion d’essere.

Bisognerà dunque attendere e capire se il Presidente eletto andrà fino in fondo con i propri propositi di ‘rottura’ sulla TPP medesima ovvero se, alla fine, propenderà per una posizione più mediata.

Di certo v’è il fatto che, quanto meno sul piano personale, i rapporti fra Trump e Abe paiono nascere sotto buoni auspici: il premier giapponese è stato, infatti, il primo Capo di Stato straniero recatosi in visita alla Trump Tower di Manhattan nei giorni immediatamente successivi alla vittoria elettorale del candidato repubblicano.

Il secondo scenario che prospetta possibili criticità è quello riguardante la contesa territoriale in corso fra Tokyo e Pechino attorno alle Isole Senkaku (in cinese note come Diaoyu), amministrate dal Giappone ma rivendicate con forza dalla Repubblica Popolare.

Negli ultimi tempi, è sovente accaduto che imbarcazioni della marina e della guardia costiera cinesi si siano avventurate, con fare provocatorio, all’interno delle acque territoriali giapponesi che lambiscono le sopracitate isole.

Nonostante il Trattato di Sicurezza nippo-americano, entrato in vigore nel 1952 (e successivamente riveduto nel 1960), imponga agli Stati Uniti di accorrere in soccorso del Giappone, nel caso in cui quest’ultimo venga attaccato da una potenza straniera, Donald Trump ha più volte ribadito che gli Usa, durante la sua amministrazione, non si faranno più carico della difesa degli Stati alleati a costo quasi zero.

Anche in virtù di questa considerazione, gli Stati Uniti non si sono opposti – e non si opporranno in futuro – al desiderio di Shinzo Abe di procedere alla revisione della Costituzione pacifista del 1947 (la quale, per ironia della Storia, fu imposta dagli stessi americani al Sol Levante dopo la vittoria nella Guerra del Pacifico).

Se è vero, peraltro, che il Giappone vanta già, con il benestare americano, un formidabile apparato bellico, rappresentato dalle c.d. ‘Forze di autodifesa’ (in barba al divieto costituzionale di dotarsi di forze armate), è altrettanto vero che queste ultime possono intervenire solamente a difesa del suolo patrio in caso di attacco diretto.

Supportare Shinzo Abe nel portare avanti il suo programma di ‘pacifismo proattivo’, che passa anche dalla revisione della Costituzione post-bellica, consentirebbe a Washington di sentirsi un po’ meno vincolata a Tokyo in merito alla difesa dell’arcipelago giapponese (fermo restando il Trattato del 1952) e, soprattutto, di guadagnare un importante alleato in grado di intervenire al fianco delle truppe statunitensi negli scenari più ‘caldi’ sparsi per il globo.

In terza battuta, il Presidente Trump dovrà rapportarsi con l’annosa questione che, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, mina l’immagine statunitense in Giappone, ovvero quella di Okinawa.

Entrata a far parte del territorio giapponese soltanto sul finire dell’Ottocento e amministrata, di fatto, come una colonia dagli Stati Uniti fino al 1972, l’isola di Okinawa (facente parte dell’arcipelago delle Ryukyu) ospita un imponente contingente di militari americani ivi dislocati.

L’isola, pur essendo a pieno titolo territorio giapponese, è di fondamentale importanza strategica per gli Stati Uniti, che la considerano una preziosa base navale con funzioni di deterrenza in chiave anti-cinese e anti-russa.

Tuttavia, i comportamenti spesso esecrabili dei marines di stanza a Okinawa ai danni dei nativi hanno contribuito a fomentare un diffuso antiamericanismo, ed è sempre più forte il movimento popolare che si batte per la chiusura totale delle basi e per la cacciata dei soldati statunitensi dall’isola.

Infine, il futuro Presidente degli Stati Uniti dovrà prestare particolare attenzione all’incrocio degli interessi russo-giapponesi.

Esatto, The Donald dovrà prestare particolare attenzione a quella Russia e a quel Vladimir Putin ai quali, in campagna elettorale, ha promesso, se non amicizia, quanto meno una stretta cooperazione ad ampio raggio.

Fra Giappone e Russia, infatti, è in corso da più di settant’anni un contenzioso territoriale che riguarda la Isole Curili, amministrate da Mosca e rivendicate da Tokyo col nome di Territori Settentrionali.

Tale arcipelago (composto da quattro isole) venne occupato dai sovietici a pochi mesi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo un dichiarazione di guerra lampo presentata ai giapponesi.

Il contenzioso su quei territori (scarsamente abitati ma le cui acque circostanti sono ricchissime di risorse ittiche) è ostativo, ancora oggi, alla firma di un trattato di Pace fra i due Paesi.

Alcuni osservatori – anche vicini a Trump – sospettano che Putin possa utilizzare il contenzioso attorno alle Curili per inserire un cuneo nei rapporti fra Tokyo e Washington, prospettando una possibile restituzione di due delle quattro isole al Giappone in cambio di enormi accordi commerciali e, soprattutto, dell’obbligo, da parte del governo del Sol Levante, di non consentire in alcun modo lo stanziamento di truppe americane sui territori eventualmente restituiti.

Gli Stati Uniti e le due Coree

La Corea del Nord è il ‘regno eremita’ per definizione, nonché l’ultimo, vero residuo della Guerra Fredda: pressoché inaccessibile al resto del mondo, addirittura le organizzazioni non governative si trovano a dover compiere i salti mortali per ottenere un permesso di entrata nel Paese.

I rapporti con gli Stati Uniti sono inesistenti fin dal lontano 1953, quando Kim Il-Sung, insediatosi al potere, instaurò nel Paese una dittatura comunista tra le più brutali del Novecento.

Ferma restando la totale assenza di dialogo con Pyongyang, Donald Trump e la sua amministrazione dovranno agire tentando di mantenere, quantomeno, lo status quo, evitando un ulteriore deterioramento nelle relazioni bilaterali.

In questa prospettiva, l’ascesa al potere, nel 2012, del terzo rampollo della dinastia dei Kim, al secolo Kim Jong-Un, rappresenta un’ulteriore incognita circa la futura politica estera della Corea del Nord.

Perfino gli osservatori internazionali più esperti sull’affaire nordcoreano non riescono a inquadrare completamente il personaggio in questione.

Se da un lato, infatti, costui minaccia, coi suoi test atomici e missilistici, di attaccare e distruggere le città americane (fermo restando lo scetticismo di molti esperti di nuclear warfare circa l’effettiva capacità del regno eremita di miniaturizzare testate nucleari e d’inserirle all’interno di missili balistici intercontinentali), dall’altro vi sono voci che vorrebbero il giovane Kim Jong-Un ‘ostaggio’ del ruolo e degli obblighi che gli ‘illustri’ natali gli impongono.

V’è chi ipotizza, addirittura, che l’effettivo comando della nazione nordcoreana sia in mano ai generali delle forze armate, rimasti fedeli alla leadership del defunto Kim Jong-Il, padre dell’attuale giovane dittatore.

D’altronde, stando a quel poco che filtra dalla cortina di ferro oltre il trentottesimo parallelo, Kim Jong-Un avrebbe studiato in una prestigiosa scuola in Svizzera, dove sarebbe rimasto piacevolmente colpito dai costumi e dallo stile di vita occidentali, ascolterebbe musica rock e il suo sbandierato antiamericanismo sarebbe soltanto di facciata (si fa fatica, obiettivamente, a immaginare un qualsiasi altro leader di un Paese comunista far eseguire da un’orchestra nazionale, in occasione del proprio compleanno, la colonna sonora di ‘Rocky Balboa’, con tanto d’immagini tratte dalla pellicola cinematografica che scorrono sui maxischermi).

Alcuni osservatori internazionali hanno avanzato l’ipotesi che le ripetute minacce nordcoreane circa l’uso della bomba atomica siano solo provocazioni e che vengano usate come arma di ricatto.

Esse celerebbero, in realtà, il desiderio dell’establishment al potere di sedersi al tavolo dei negoziati per far rimuovere dalla comunità internazionale almeno una parte delle rigidissime sanzioni economiche cui è sottoposto il Paese.

Non è un mistero, infatti, che la Corea del Nord sopravviva soltanto grazie al supporto alimentare, economico e logistico proveniente dalla Cina.

Per quanto riguarda, invece, la Corea del Sud, non si profilano, all’orizzonte, particolari scenari di criticità.

Il rapporto con gli Stati Uniti è solido e, ad oggi, appare difficile immaginarne una qualsivoglia incrinatura.

Donald Trump, tuttavia, dovrà prestare attenzione all’imminente avvicendamento di potere a Seoul, dato il probabile impeachment che vedrà coinvolta la dimissionaria Presidente Park Geun-Hye, travolta in patria da quello che si preannuncia il più grave scandalo di corruzione nella storia recente del Paese.

Voci insistenti che rimbalzano da Seoul vedrebbero l’ex segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon pronto a candidarsi a prendere il posto della dimissionaria Park.

Gli scenari in Asia Orientale con i quali Donald Trump dovrà confrontarsi dopo il prossimo 20 gennaio sono, con tutta evidenza, numerosi ed estremamente complessi.

Il c.d. ‘Far East’ rappresenta la macro area geografica nella quale, molto probabilmente, si determineranno gli equilibri mondiali durante tutto il ventunesimo secolo: l’azione del Presidente eletto in Asia Orientale sarà foriera, direttamente o indirettamente, di conseguenze per tutto l’Occidente.

La sua capacità di agire, unita alla sua capacità di risolvere le crisi che, inevitabilmente, si presenteranno, determinerà il valore che la Storia attribuirà a questo Presidente tanto inatteso – per non dire apertamente osteggiato – quanto, oramai, ‘in chief’.

Good Luck, Mr. President.

Le Sue fortune (e sfortune) nei prossimi quattro anni, saranno, direttamente o indirettamente, le nostre.

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