Mese: gennaio 2017

La sentenza sulla Brexit è una lezione per l’Europa

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Come racconteranno un giorno gli storici la sentenza della Corte Suprema britannica sulla Brexit? Come il canto del cigno della democrazia rappresentativa occidentale, prima del suo definitivo abbattimento in nome del ‘popolo’, o come l’evento che segnò il suo rilancio? Forse non accadrà nessuna delle due cose, perché la realtà sa essere meno netta e più ambigua, ma questa decisione rappresenta senza dubbio il discrimine tra una visione e un’altra.

Il vizietto del cavallo Incitatus

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Dopo la sentenza della Corte Costituzionale, i giochi sulla legge elettorale non si aprono — come gli organi d’informazione di massa vorrebbero farci credere — ma sono, sostanzialmente, chiusi. L’intervento censorio sulla legge per l’elezione della Camera dei deputati è stato preciso e chirurgico. La Corte ha eliminato il turno di ballottaggio e ciò è razionale, perché la legge n. 52/2015, nel sostituire l’articolo 83 del Testo unico n. 361/1957, si era limitata in proposito ad affermare quanto segue: «si procede ad un turno di ballottaggio fra le liste che abbiano ottenuto al primo turno le due maggiori cifre elettorali nazionali e che abbiano i requisiti di cui al comma 1, numero 3)». L’unico requisito indicato al predetto comma 1, numero 3), è l’aver conseguito, sul piano nazionale, una cifra elettorale non inferiore al tre per cento del totale dei voti validi espressi. Ciò significa che, con un ballottaggio così concepito, si rischiava di assegnare 340 seggi della Camera dei deputati ad una lista anche poco votata al primo turno di votazioni (problema che si poneva, in particolare, per la lista arrivata seconda al primo turno).

“Commune periculum concordiam parit” (= il pericolo comune genera la concordia”; proverbio)

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In tutti i proverbi (che nella sostanza si assomigliano in tutte le lingue) vi è un fondo di saggezza.
L’Italia sta attraversando una congiuntura molto difficile: il PIL non cresce e così l’occupazione, l’Unione Europea rischia di disfarsi e non è pertanto da escludere un ritorno alle barriere doganali.
Sotto il profilo dei rapporti internazionali più allargati l’avvento dell’era Trump potrebbe poi complicare il quadro.
Inoltre la pressione dei profughi dall’Africa e dal Medio Oriente si esercita fortemente sulle nostre frontiere.
Solo un Governo forte può “tentare ” di affrontare e risolvere siffatti, enormi problemi.
Un Esecutivo per essere forte deve essere composto da personalità di altissimo livello e d’indiscussa onestà. In altri termini ci vorrebbe un Governo “veramente” di salute pubblica il quale abbia l’autorevolezza per lanciare un appello alla concordia.

Donald non è Ronald

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Donald non è Ronald, ma del resto neppure la Merkel può essere paragonata alla Tatcher.
Dobbiamo quindi accontentarci di leader liberal-conservatori sulle due sponde dell’oceano che se non saranno in grado di imporre al mondo i valori della democrazia occidentale, almeno siano in grado di difenderli. Già, perché l’eredità di Obama in politica estera (di cui Hilary Clinton è corresponsabile almeno per il primo mandato) è disastrosa.
Dalle primavere arabe è emersa l’ISIS.
La Cina comunista è in piena fase espansionistica anche sul piano militare nel mar Cinese Meridionale.

Gli Stati Uniti e l’Asia Orientale: ‘What’s next’ con The Donald alla Casa Bianca

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Mancano poche settimane all’insediamento ufficiale di Donald Trump al numero 1600 di Pennsylvania Avenue.

Il nuovo inquilino della Casa Bianca, nonché ‘Commander in Chief’ delle forze armate a stelle e strisce, si vedrà costretto a gestire una serie di scenari “scomodi” (per usare un eufemismo) lasciatigli in eredità dalla fallimentare politica estera di Barack Obama.

Non v’è, infatti, quasi nessun’area geo-politicamente ‘calda’ nella quale gli Usa non abbiano perso influenza.

Fra gli scacchieri strategici fondamentali nei quali gli Stati Uniti hanno visto erodersi maggiormente il prestigio e la credibilità guadagnatisi dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, spicca di certo, per importanza, l’Asia Orientale.

Tempo di bilanci

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Ognuno di noi a fine dicembre fa mentalmente un bilancio dell’anno trascorso.
Così dovrebbero fare le nazioni.
Per quanto riguarda l’Italia, senza entrare nei dettagli , cosa si può dire ?
La sconfitta al referendum, referendum voluto pervicacemente da Renzi
(Che ci ricordava il personaggio del “Barbiere di Siviglia” descritto nel ritornello “Sono il factotum della città) , ha segnato -ci sembra- la crisi del progetto di partito “post comunista ” fatto ad immagine e somiglianza dell’ex-Premier e mirante a fornire al medesimo strumenti di governo più efficaci.