La pace si può raggiungere rispettando le parti in causa

pace-israele-palestinaLa pace scaturisce dalla consapevolezza che due narrative contrastanti non possono «vincere» o «perdere». La pace si ottiene quando entrambe le leadership, da una parte e dall’altra, prendono la decisione reciproca di creare un futuro migliore per tutti.  La prima volta che mi sono seduto al tavolo con la controparte palestinese, in veste di capo negoziatore israeliano, il dibattito è iniziato con il tentativo di convincere gli altri della fondatezza storica delle nostre richieste.

Dopo ore e ore di interminabili discussioni che spaziavano dall’epoca biblica fino ai nostri giorni, si è capito che invece di cercare un accordo su quale causa fosse più giusta, occorreva adottare decisioni pratiche sul futuro dei nostri popoli in questo minuscolo lembo di terra, compreso tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo, che per me corrisponde alla Terra di Israele e per loro alla Palestina.

Il nostro scopo allora, come oggi, era di metter fine a questo conflitto nazionale per mezzo di una spartizione della terra in due Stati per due popoli: lo Stato di Israele, come risposta alle aspirazioni nazionali del popolo ebraico, e la Palestina per i palestinesi. È questo l’unico modo per porre fine alle ostilità tra i nostri due popoli.

Mi è tornato in mente quell’incontro dopo la risoluzione su Gerusalemme approvata dall’Unesco il 18 ottobre. Questa risoluzione, in modo certamente implicito, anche se non dichiaratamente esplicito, ignora tutti i legami storici, religiosi e nazionali tra il popolo ebraico e i suoi luoghi più sacri, il Monte del Tempio e il Muro Occidentale. È vero che la risoluzione esordisce riaffermando l’importanza di Gerusalemme per le tre religioni monoteistiche della Terra, tuttavia essa identifica il sito più importante per gli ebrei ricorrendo esclusivamente al nome islamico, localizzandolo cioè nettamente ed esclusivamente nella narrativa musulmana. La terminologia ha il suo peso e le sue conseguenze. Haram el-Sharif e Al-Aqsa corrispondono per me, ebreo, al Monte del Tempio, il luogo più sacro di Gerusalemme, il punto in cui sorgeva il Tempio di Salomone. Far riferimento al sacro Muro Occidentale, il muro cioè che anticamente cingeva il Monte del Tempio, con il nome di «Al-Buraq plaza» significa adottare esclusivamente la narrativa musulmana e, al contempo, trascurare la realtà storica del legame degli ebrei con questi luoghi.  La città vecchia di Gerusalemme, e i suoi luoghi santi, rischiano di trasformare in un batter d’occhio questo conflitto da nazionale a religioso. Questo conflitto invece dovrebbe essere risolto affermando e rispettando i collegamenti storici e religiosi e le sensibilità di tutte le parti in causa, poiché minaccia di trasformarsi in una sanguinosa guerra di religione, facilmente strumentalizzata dagli estremisti dell’Islam radicale presenti nella regione, primo tra tutti l’Isis.

Questo genere di «vittoria» per il movimento nazionale palestinese nell’arena internazionale rischia di trasformarsi in una vittoria di Pirro. Votando a favore, oppure astenendosi dal votare, gli Stati membri dell’Unesco stanno commettendo un errore madornale. Se da un lato si preoccupano di mantenere lo status quo (obbligando anche Israele a farlo), dall’altro la risoluzione spalanca uno «status quo storico» ancor più controverso.  Lo Stato di Israele ha sempre rispettato i luoghi sacri dei musulmani e dei cristiani a Gerusalemme. Durante la Guerra dei sei giorni, una bandiera israeliana venne issata, nella frenesia del momento, sulla cupola dorata del Monte del Tempio, ma solo un’ora e mezza più tardi l’allora primo ministro Levi Eshkol diede l’ordine di rimuoverla per rispetto verso la moschea.

I successivi governi democratici di Israele hanno attivamente tutelato la libertà di religione e preservato la situazione vigente nei luoghi sacri di Gerusalemme. Non chiedo al mondo di chiudere un occhio sulle azioni e le politiche di Israele, ma non dobbiamo permettere di cancellare, in modo così casuale, il collegamento della nazione con i suoi luoghi più sacri. In questo la comunità internazionale ha le sue responsabilità.  Ho dedicato tutta la mia vita pubblica alla ricerca di una soluzione del conflitto e di un accordo tra Israele e i palestinesi. Non so ancora quando arriveremo a tale accordo, né in quali termini esso verrà stipulato.

Ma so per certo, da quel primo incontro ad Annapolis, che il prerequisito fondamentale di un futuro accordo dovrà essere che le due parti hanno deciso di siglare la pace nonostante le loro diverse narrative storiche. Sono consapevole inoltre che la parola conclusiva di tale accordo dovrà mettere fine al conflitto israelo-palestinese e a tutte le rivendicazioni irrisolte. Ma se non si capisce che abbiamo bisogno di quella proposizione iniziale, non si arriverà mai a quella finale.

*Parlamentare  della Knesset, ex ministro degli Esteri israeliano

(traduzione di Rita  Baldassarre).

Da Corriere della Sera del 27/10/16 – http://digitaledition.corriere.it

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