Pannella e il debito pubblico, la politica come senso della storia

Pannella_giovane‘Il mio riferimento economico? Milton Friedman, che ritengo un economista libertario’. Lo disse Marco Pannella in un’intervista rilasciata nel marzo 1992, alla vigilia di quelle che sarebbero state le ultime elezioni politiche della Prima Repubblica. All’epoca i radicali sedevano all’estrema sinistra dell’emiciclo di Montecitorio e lo facevano – secondo un classico paradosso pannelliano – in nome dei valori della Destra Storica, quella di Cavour, Sella, Minghetti e Spaventa.

Da almeno un decennio, Pannella indicava nell’abbattimento del debito pubblico una priorità assoluta, a tal punto che nel 1981 i radicali portarono in Parlamento, con emendamenti e proposte normative, un piano di riassorbimento annuo del 7 per cento (altro che Fiscal Compact…). Le battaglie contro il debito pubblico e un sistema di welfare irresponsabile perché troppo generoso e inefficiente nascevano nel pensiero di Pannella non da un innato rigorismo e anti-statalismo, ma dalla maturata diffidenza nei confronti di una partitocrazia clientelare, che utilizzava la spesa pubblica presente e futura per acquistare il consenso elettorale e occupare manu militari i gangli della burocrazia e dell’industria di Stato.

La bancarotta fraudolenta nel cuore dello Stato“, la definì nel 1983. “Il rigore delle pensioni di invalidità a persone per fortuna valide in luogo della promozione del lavoro”, disse sempre quell’anno rivolto all’allora potentissimo De Mita, denunciando che quella sembrava essere diventata l’unica politica di sviluppo per il Sud. “La pensione a 50 anni è una coglionata“, nel 1987 ad un comizio a Bologna. “Sono soldi che pagherete e pagheremo, ma che pagheranno soprattutto i disoccupati, i pensionati, la gente povera…”, esclamò nel 1988 riferendosi agli stratosferici interessi sul debito che lo Stato pagava e che molti cittadini-risparmiatori sembravano contenti di incassare.

Appaiono oggi, almeno a noi che stiamo vivendo il “futuro”, osservazioni ovvie.Ma se si pensa a quanto pervasivo fosse allora il potere dei partiti, a quanto diffusa fosse la corruzione e il malaffare, ma anche a quanta inconsapevolezza ci fosse intorno al problema che andava maturando, si coglie tutta l’originalità della proposta pannelliana.

Decenni dopo, ci ritroviamo a pietire alla Commissione Europea margini di flessibilità di bilancio di qualche miliardino di euro, briciole rispetto a quanto all’epoca veniva scialacquato nel tripudio generale. Sì, nel tripudio generale, perché tranne pochi sparuti liberali e radicali, e qualche montanelliano conservatore, la gran parte degli italiani votava e sosteneva i partiti-cicala. Le formiche erano voci declamanti nel deserto.

Siamo ancora lì, con forme, retorica e suggestioni nuove. L’illusione della monetizzazione del debito, l’uscita dall’euro per stamparci la nostra liretta, il ripudio del debito… La soluzione più originale dei “nuovi” protagonisti dell’anti-politica italiana è la vecchia e solita solfa: una grande patrimoniale sui risparmi e sui redditi degli italiani, la distruzione della nostra economia produttiva, l’impoverimento generale.

Forse prima o poi accadrà davvero, come purtroppo è accaduto quel che Pannella denunciava, cioè che i neonati degli Anni Ottanta (i trentenni di oggi) avrebbero avuto sulle loro spalle il peso drammatico dell’irresponsabilità politica delle generazioni precedenti. Forse accadrà perché – passati i giorni di lutto e di retorica sul grande vecchio, sull’eroe dei diritti, sul leone della libertà – in troppi si dimenticheranno nuovamente della lezione “più noiosa” di Pannella.

Forse accadrà, o forse non accadrà, se sapremo trasformare anche la questione del debito pubblico in una grande battaglia civile e democratica, perché tale è, sull’esempio delle tante battaglie che Marco Pannella ha combattuto, perso e poi fatto vincere decenni dopo. Non una questione di cifre e numeri, ma una questione morale, il dovere dell’oggi nei confronti del domani, l’idea di una politica come proiezione pubblica della responsabilità che ognuno di noi ha rispetto alla propria famiglia e ai propri figli. La politica intesa non come mera gestione contingente del potere e del consenso, ma come senso della storia e della collaborazione tra generazioni umane, in nome del progresso e del benessere dell’Uomo.

Da: www.stradeonline.it

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