In un GOP sempre più europeo, Ted Cruz si ritira

Ted_CruzNonostante un sistema bipartitico solido, i partiti per lo più sono coalizioni. E una di queste, la coalizione conservatrice reaganiana, un amalgama di cristianesimo evangelico fondamentalista, libero mercato e sudismo conservatore, ha dominato il partito repubblicano negli USA per più di 35 anni. Ma adesso questa coalizione è in crisi. Donald Trump è in netto vantaggio e non appartiene a nessuna di queste tre fazioni, ma anzi, per anni è stato vicino al partito democratico newyorchese.

Le residue speranze degli eredi di Ronald Reagan erano riposte in un giovane senatore texano, Ted Cruz. Molti analisti e commentatori hanno notato, durante la campagna elettorale, le sue similitudini con Trump, come ad esempio la retorica virulenta anti-immigrati clandestini (nonostante suo padre, Rafael Bienvenido Cruz, sia fuggito da Cuba con 100 dollari nelle mutande poco prima della caduta del regime di Batista) e gli attacchi a Obama e alla comunità musulmana.

Questo, tuttavia, rientra nel vecchio vizio europeo di leggere la politica americana come una fotocopia di quella europea. Se è vero che negli ultimi anni il processo di trasformazione del partito democratico in un partito socialista e di quello repubblicano in uno conservatore-nazionalista è andato molto avanti, è vero anche che rimangono ancora delle dissonanze.

Se Donald Trump ha messo in discussione le fondamenta della coalizione reaganiana, Cruz ne rappresentava la continuità quasi monarchica, che va da Reagan al suo vicepresidente George Bush senior, padre di George W., ex datore di lavoro dello stesso Cruz, che assunse come consulente legale per la sua campagna elettorale del 2000. Stiamo parlando, quindi, di una persona molto ben integrata nell’establishment repubblicano, tanto da essere stato collaboratore di William Rehnquist, Giudice Capo della Corte Suprema, nel 1996, ad appena 26 anni.

Un insider, che però, negli anni di governo repubblicano, non ha trovato una precisa collocazione a Washington, preferendo tornare in Texas e diventando avvocato dello Stato nel 2003. Da quella posizione ha saputo creare una sua personale visione di rigido conservatorismo costituzionale, ligio a un contenimento del potere federale. Ma allora perché Cruz è stato visto a lungo dall’establishment repubblicano come un corpo estraneo? Principalmente per il suo carattere.

Lindsey Graham, senatore del South Carolina e uno dei pochi neocon superstiti, ha detto che, se Cruz venisse ucciso in Senato, il suo assassino verrebbe assolto dagli altri senatori. Ciononostante, un mesetto fa, lo stesso Graham gli ha dato il suo endorsement. Perché “Cruz è un conservatore”. Ecco. Quindi era davvero solo una questione di carattere.

Ma è stata anche la temperie generale a favorire Cruz tra i grandi vecchi del partito repubblicano: rispetto a Trump, in passato molto vicino ai democratici, è almeno uno di loro. Non è stato, però, un candidato di ottimismo, ma un candidato di paura. E lui,sicuramente favorevole a un approccio liberista ed estimatore di Milton Friedman, in questa campagna ha scelto di mantenere sottotono la sua interessante posizionesulla libertà di scelta scolastica e su un’applicazione a livello federale del sistema del voucher.

Per rimandare un altro po’ la propria sconfitta, dopo gli attentati di Bruxelles, Cruz ha dovuto anticipare Trump, con la sparata delle ronde a pattugliare i quartieri musulmani d’America. Una boutade che sul momento gli ha permesso di resistere a The Donald, ma che probabilmente, nel lungo termine, lo ha svantaggiato: gli elettori hanno preferito l’originale alla copia.

Non si può non notare, tuttavia, come a rendere Cruz un altro “candidato della paura” all’inseguimento delle sparate di Trump è stato soprattutto il cambiamento nel settore della grande impresa in America, e di conseguenza nell’elettorato del GOP.

Al comando non ci sono più anziani businessmen conservatori come era negli anni ’50 alla General Motors, alla General Electric oppure alla SunOil, aziende che vendevano elettrodomestici, automobili eccetera solo ad altre famiglie della classe media bianca. Alle grandi aziende, oggi, interessano tutti i settori di mercato. Quindi anche i gay, i trans o semplicemente quelli non in regola con i canoni della “famiglia tradizionale” rientrano tra le categorie sociali da non scontentare. È così almeno sin da quando Bill Clinton, negli anni ’90, ha mostrato che poteva esistere anche un capitalismo più inclusivo, che fa sue le lotte dei diritti civili senza che però questo metta in discussione il libero mercato.

Ecco dunque che la coalizione “reaganiana” non ha più dalla sua parte la grande industria, in passato uno dei suoi pilastri fondamentali. E in ogni caso Ted Cruz, rispetto alla rivoluzione reaganiana, appare oggi fuori sincrono. L’ex attore e governatore della California voleva sì recuperare alcuni valori sociali che riteneva persi nei turbolenti anni ’60 e ’70, ma guardava al futuro, riteneva che i migliori giorni dell’America “dovessero ancora venire”, non che fossero finiti. La questione del libero possesso individuale d’armi era una posizione che Reagan aveva mutuato da Malcolm X e dalle Black Panthers, che però adesso in bocca a Cruz e agli altri candidati suona come una paranoia da vecchi bianchi che vivono isolati dalla società contemporanea, magari nelle aree rurali.

Anche lo stesso libero mercato non ha più lo stesso appeal di prima: già per lungo tempo mosca cocchiera di altre paure, come quella del comunismo o della disgregazione sociale, adesso sembra veramente schiacciato.

Ciò detto, Ted Cruz è comunque un uomo profondamente intelligente e particolarmente abile nel dibattito faccia a faccia. Ma in tutta la campagna elettorale non è riuscito a scrollarsi di dosso l’immagine divisiva, che lo rende più simile al ruvido Barry Goldwater che al solare e positivo Ronald Reagan. C’è da precisare, tuttavia, che probabilmente adesso anche lo stesso Reagan, pur nominalmente adorato dai repubblicani, se risorgesse e si ripresentasse, sarebbe un candidato marginale. E, viste le sue posizioni pragmatiche su immigrazione e spesa pubblica, forse da appoggiare gli rimarrebbe giusto John Kasich, il governatore dell’Ohio, reaganiano convinto che oggi – guarda caso – viene visto dai suoi elettori come “troppo moderato”.

In conclusione, l’utopia americana di una destra conservatrice che rispettasse però le libertà degli individui si sta lentamente trasformando in una destra europea, protezionista e rassicurante per un elettorato di bianchi impauriti dalla globalizzazione. E non poteva certo essere Ted Cruz, freddo e distaccato anche con le figlie (come si può vedere nel materiale video grezzo caricato sul suo canale Youtube) a riportare indietro le lancette della Storia.

Da: www.stradeonline.it

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