Il 5 giugno, liberi di essere milanesi

IMG_20121016_1440083-620x3501Ancora una volta Milano anticipa cambiamenti profondi della società italiana. Era già una celebre constatazione di Gaetano Salvemini: “quel che accade oggi a Milano, domani avverrà nel resto d’Italia”. E questo qualcosa oggi si identifica con la mutazione, forse la rifondazione dell’intero schieramento di centrodestra, scosso dai populismi della Lega e di Fratelli d’Italia, dalla disgregazione in corso nella galassia berlusconiana, dalla cronica subalternità del centrismo di Alfano alla sinistra.

L’occasione viene dal voto amministrativo del 5 giugno, in cui il ruolo trainante dello schieramento anti Sala è affidato alla Lista Civica guidata da Stefano Parisi, e nella quale io stesso ho deciso di candidarmi per il Consiglio comunale. Sul piano personale, mi è sembrato naturale non spendermi soltanto nella professione di giornalista – per anni sono stato uno dei responsabili nelle pagine politiche e culturali al Corriere della Sera –  o nella posizione elitaria di scrittore. Il mio impegno politico diretto, dunque, esponendomi in prima persona, vuol essere anzitutto un contributo attivo alla svolta storica che si presenta. Se a Milano le forze liberali e riformiste otterranno la vittoria, potrà mettersi in moto un più ampio processo di rinnovamento politico atteso ormai da anni.

Ma non è solo questo. All’interno dello schieramento di centro-destra i liberali sono chiamati, come era già avvenuto nel 1994, ad assumere un ruolo determinante, e se possibile decisivo. Esso si identifica, più ancora che con il contributo alla buona amministrazione milanese – pur così importante dopo anni di stagnazione economica e declino dell’immagine – soprattutto con il rilancio di grandi valori a lungo stritolati dagli ingranaggi della macchina partitocratica. A cominciare dal rispetto per la centralità dell’individuo e del cittadino, con la riduzione e semplificazione delle tasse, e la chiara indicazione degli scopi cui viene destinato il loro ricavato. Per proseguire con una forma matura di democrazia diretta: dal diritto individuale di petizione con obbligo di risposta dell’amministrazione in tempi certi, all’uso ampio dei referendum anche consultivi, alla istituzione di uno sportello del cittadino in grado di aiutare i più anziani e deboli a risolvere le pratiche burocratiche e ad avvantaggiarsi delle opportunità loro offerte, sino alla messa a gara dei servizi pubblici non gestiti ma soltanto controllati dal Comune. Il ritorno a una piena libertà di mercato, che attribuisca un ruolo decisivo ai privati in termini di efficienza e nell’ambito del diritto civile, è la premessa di un cambio di passo nell’efficienza dei servizi.

Un terzo valore importante è quello del federalismo, anzitutto fiscale, in passato realizzato male, poi affossato dalla sinistra centralizzatrice, e infine abbandonato persino dalla Lega, tutta presa  dalla sua campagna lepenista e, in fin dei conti, tributaria del vecchio statalismo. Milano, con l’aiuto dei liberali, deve riprendere il suo ruolo guida del fronte federalista: il ricavato delle tasse locali deve restare ai milanesi – salvo l’obbligo di solidarietà al resto del Paese – con piena libertà di gestirle nel modo migliore, per poi affidare il giudizio sull’impiego ai cittadini.

Un quarto valore da affermare è quello della  cultura, dello sport e dell’ambiente. Chiudendo l’epoca delle egemonie più clientelari che ideologiche della sinistra, Milano deve riprendere in questi campi il suo ruolo di capitale europea puntando su grandi eventi, anziché sul divismo e sull’effimero, ridando vita con chiare destinazioni d’uso all’enorme patrimonio delle aree dismesse – non c’è solo l’Expo, ma una serie imponente di spazi da tre milioni di metri quadrati – e utilizzando i proventi dell’Area C, comunque verrà ridefinita, per realizzare una grande opera pubblica di interesse generale.

Lo slogan “Liberi di essere milanesi”, con cui mi presento, significa che non ci devono essere distinzioni fra i cittadini: tutti alla pari purché rispettino le regole e la cultura della città. La democrazia è al servizio dei democratici, non dei clandestini e dei violenti: la certezza del diritto è la premessa di una democrazia liberale funzionante.

Per questo ha un senso che, al di fuori dei partiti, una Lista Civica di indipendenti faccia sentire la sua voce.

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