Lettera dall’Iraq (2)

37399795.cmsCiao giorgio,

TI scrivo dall’aeroporto di Sulaymaniyya. Tra poco sarò di ritorno in Europa dopo questi 5 giorni di permanenza in Iraq. Ancora una volta, voglio condividere con te e con tutti i nostri iscritti le esperienze più significative di questi giorni.

?Venerdì 26 febbraio? ?Arcivescovo Mosa (Mar Mattai)?Il monastero di Mar Mattai (San Matteo) è a 3 km dall’area controllata dallo Stato islamico. Si sentono continuamente colpi di mortaio. Ma i sette monaci ortodossi del monastero non ci pensano proprio ad andarsene: oltre a rappresentare un presidio spirituale e umano, ospitano famiglie di rifugiati e hanno un progetto importante per fornire lavoro ai cristiani della zona, così da non farli andare via. Ancora una volta, la nostra donazione non sembra davvero bastare. L’arcivescovo Mosa ci ringrazia per il sostegno, per l’impegno a difesa dei cristiani perseguitati iracheni, ci dice di sentirsi solo, a volte, con così tante gente da aiutare proprio al confine con il Daesh.? ?Waffaa (Mar Mattai)?Durante la visita al monastero incontriamo Waffaa, una ragazza cristiana di Mosul ora rifugiata ad Erbil. I miei colleghi l’avevano incontrata in un viaggio precedente, e allora chiacchieriamo di cose come l’università, i programmi per la serata, i colleghi che lei conosce rimasti in Europa, cercando di essere leggeri. Ma a un certo punto, non so bene come, lei inizia a parlare di Mosul, di come tutto era diverso, di non so che attentato mentre andava a scuola in pullman (è molto scossa e il suo inglese si fa difficoltoso), ci mostra la foto della cattedrale e ci guarda in silenzio come per scusarsi. Allora il mio collega Pablo, così per consolarla, le dice: “Quando Mosul sarà liberata, faremo una festa. Io posso suonare il piano e Matteo la chitarra. OK?”. E allora succede qualcosa di incredibile: Waffaa si rasserena subito e ci chiede con impazienza: “È una promessa?”. Lo avevamo detto così per dire, ma a questo punto le rispondo “Sì, è una promessa”. Ora so che tornerò in Iraq. Canteremo e faremo festa nella Mosul liberata. Io la chitarra non la so suonare bene, ma bisogna imparare. E bisogna farlo in fretta.

Sabato 27 febbraio

Sam (Sitek)?Il campo rifugiati di Sitek, a pochi chilometri da Sulaymaniyya, è un’altra grande impresa di padre Jens (ti ho parlato di lui nella mia email precedente). Decine di famiglie sono ospitate nei container del campo, i bambini sono scolarizzati e alcuni rifugiati hanno trovato lavoro fuori dal campo. Sam lavora nel suo container come parrucchiere. Si offre di tagliarmi i capelli e, nel contempo, mi dice di essere di Mosul, dove aveva un negozio di barbiere, dove aveva clienti cristiani e musulmani. Ha lavorato per un periodo in Turchia e ora, a differenza di Waffaa, non ci pensa proprio a tornare a Mosul. Nel suo futuro vede solo l’Europa.? ?Michel (Sitek)?HazteOir, la nostra organizzazione gemella che opera in Spagna, ha pagato l’operazione chirurgica agli occhi di Michel, che troviamo in buona forma dopo il ritorno al campo: il diabete gli aveva causato problemi alla vista, ma ora tutto sembra sotto controllo. Anche Dunya, una ragazza di 27 anni sposata con Sam e con tre figli, avrebbe bisogno di operarsi: ci mostra gli esami insieme a Weezam, il responsabile della clinica del campo. È stato emozionante vedere la gratitudine di Michel (mi ha abbracciato commosso, sa che ci sono degli spagnoli che hanno pagato la sua operazione e credo che per lui Spagna o Italia non faccia differenza). Sarei felicissimo se potessimo aiutare anche Dunya. Davvero.? ? ?Domenica 28 febbraio??Manar (Sulaymaniyya)?Durante tutti gli spostamenti di questi giorni, ci fa da autista Weesam, un rifugiato ospitato a Sulaymaniyya con la sua famiglia. La moglie Manar ci racconta la loro vicenda. Sono originari di Qaraqosh, città a maggioranza cristiana nei pressi di Mosul. A pochi giorni dall’invasione dell’ISIS tutti i cristiani fuggono, ma non suo padre, che non vuole abbandonare la sua casa e la sua città. Il fratello decide di rimanere con lui. I miliziani del Daesh quando occupano la città lasciano andare gli anziani, ma trattengono i pochi giovani rimasti. Il padre ha raggiunto il Kurdistan, mentre del fratello non si hanno più tracce. Manar conclude così “La colpa è di mio padre, se mio fratello è stato rapito.” Come darle torto? Ma, d’altra parte, come dare torto a suo padre, che non ha voluto fuggire e vivere da rifugiato abbandonando tutto???Diana (Sulaymaniyya)?Nel pomeriggio vogliamo regalare un momento di felicità ai bambini del campo, che vivono in condizioni ovviamente difficili anche dal punto di vista affettivo, e così portiamo tutti in un piccolo parco divertimenti della città. Diana avrò 12 anni; a scuola ci va, ma il curdo non lo sta imparando molto; i suoi genitori avevano un ristorante a Mosul, sono scappati e hanno perso tutto; ci dicono che non fuggono in Europa solo perché hanno paura che nel viaggio succeda qualcosa alle bambine (Diana ha due sorelline). Credo che i bambini del campo si ricorderanno per molto di questa giornata, ma d’altra parte domani noi partiamo e si torna alla normalità. Diana se ne accorge quando ci vede preparare le valigie in serata: prima sembra offesa, poi cerca di convincerci ripetendo come una cantilena “No Europe!”. Alla fine ci saluta con un po’ di emozione, ma tutto sommato sembra felice: le abbiamo detto che torneremo e sarà così. Come ti dicevo sopra, abbiamo fatto una promessa: c’è una festa che ci aspetta, con tutti loro, quando Mosul sarà libera.

C’è molto altro da raccontare su quanto abbiamo vissuto. Ma è meglio farlo tra qualche giorno, a mente fredda. Ora non è ancora il momento di ricordare e di riflettere.??Nel frattempo, ti invito a guardare e condividere questo video riassuntivo, che racconta brevemente molti dei momenti più intensi di questo viaggio.

Grazie davvero di cuore per quello che fai per far succedere tutto questo. Siamo (ancora per poco) in Iraq solo grazie a (e solo a nome di) i nostri iscritti, che partecipano alle nostre iniziative firmando e diffondendo le nostre petizioni e sostenendo economicamente il nostro lavoro quotidiano a difesa della libertà religiosa e degli altri valori che ci stanno a cuore e i nostri progetti di aiuto umanitario, come quelli riguardanti i rifugiati iracheni.? ?Un abbraccio,? ?Matteo, Alvaro, Luis, Pablo, Eduard, Miriam e Jaime da Sulaymaniyya (Iraq) e il resto del team di CitizenGO*

P.S.2: La spedizione di CitizenGO continuerà nei prossimi giorni con due membri del nostro team. Ti terrò aggiornato sui loro incontri e sulle testimonianze che raccoglieranno nei prossimi giorni.

*(Lettera di Nome Mittenye a Giirgio Castriota)

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