I liberali tra Compromesso storico e Pentapartito

PENTAPARTITOIn un recente ricordo di Valerio Zanone ho scritto la seguente frase, che non è piaciuta a più di un amico: «Segretario nazionale del PLI, accompagnò il declino del partito, rendendolo di fatto un alleato subordinato del Partito socialista di Craxi». La frase, ovviamente, pecca di eccesso di sintesi; ma a me sembra, nella sostanza, giusta.

La sesta legislatura repubblicana (1972-1976) si era aperta con il secondo Governo Andreotti, espressione di una maggioranza politica tripartitica: DC, PSDI e PLI. Quel Governo avrebbe voluto essere l’inizio di una svolta politica rispetto alla formula del Centro-sinistra che aveva caratterizzato gli esecutivi del decennio precedente. Infatti, i liberali, oppositori del Centro-sinistra, ritornavano allora al governo, con responsabilità importanti: in particolare, Giovanni Malagodi era Ministro del Tesoro; ma, ad esempio, di quell’esecutivo faceva parte pure Aldo Bozzi, quale Ministro dei Trasporti.

L’esperienza di governo dimostrò che non c’erano i numeri parlamentari perché quell’esperimento tendenzialmente centrista potesse avere successo. Il gruppo parlamentare liberale alla Camera era ormai ridotto ad una ventina di deputati. In ogni caso, il fallimento del governo Andreotti-Malagodi concluse pure una fase della vita politica interna del Partito liberale: non c’era spazio nel Paese per la linea politica che Malagodi aveva incarnato a partire dal 1954 e che ora era continuata dal Segretario Nazionale del PLI Agostino Bignardi. Fu così che nel febbraio del 1976 il Consiglio Nazionale elesse, quale Segretario del PLI, Zanone, espressione di una nuova generazione e a capo di una corrente interna che già nel nome poneva un’esigenza di discontinuità: “Rinnovamento”. Il XIV Congresso Nazionale del PLI, qualche mese dopo, avrebbe legittimato questo cambio di Segreteria e di linea politica.

Intanto, nella stessa sesta legislatura, c’erano le premesse di una possibile, molto rilevante, svolta nella politica italiana: il coinvolgimento del Partito comunista nell’area di governo. Svolta da alcuni auspicata, da altri temuta. Sul piano culturale, quel disegno era stato preparato dalle valutazioni del Segretario nazionale del PCI, Enrico Berlinguer, sull’esigenza di un “Compromesso storico” che rendesse possibile un’alleanza di governo fra i partiti tradizionalmente espressione del movimento operaio ed i partiti di tradizione democratica, tra i quali, nella specifica realtà italiana, il più importante era il partito dei cattolici, ossia la DC. Berlinguer aveva introdotto quella problematica nel dibattito pubblico italiano, a commento del golpe in Cile che aveva rovesciato il governo presieduto da Salvador Allende. In un mondo diviso in due blocchi contrapposti, la sinistra non poteva arrivare al governo di Paesi ad economia capitalistica con una semplice maggioranza numerica in Parlamento: occorreva una grande base popolare, come garanzia del mantenimento degli Istituti e del metodo della democrazia. Questa era la narrazione del “compromesso storico”. Seguirono, nel tempo, ulteriori aperture, da parte di Berlinguer, a proposito del concetto di “eurocomunismo”: un fenomeno riguardante l’Italia, la Francia e la Spagna, ossia Nazioni, che per la loro storia, non volevano arrivare ad un modello di società come quello che si era realizzato in Unione Sovietica e negli altri Stati del cosiddetto Socialismo reale.

Nel novembre del 1974 si insediò il quarto Governo Moro. Erano trascorsi meno di due anni dalla conclusione dell’esperienza Andreotti-Malagodi, ma ora ci trovavamo, politicamente, agli antipodi: il nuovo esecutivo era nato per avviare “equilibri più avanzati” proprio nel rapporto con il PCI. Fu chiamato governo “Moro-La Malfa”, non soltanto perché il leader repubblicano Ugo La Malfa ricopriva la carica di Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, ma anche perché due e due soltanto erano i partiti che sostenevano quel governo: la DC ed il PRI.

In quel contesto politico, i liberali di Zanone si caratterizzano per la loro avversione al “compromesso storico”. La loro critica, tuttavia, non usava i classici argomenti della destra politica: l’anticomunismo, la paura delle riforme economiche. Si spendeva, invece, un argomento perfettamente coerente con una classica impostazione liberaldemocratica: la democrazia liberale non può funzionare se il partito che nell’Italia repubblicana da sempre è al governo (la DC) si allea con il partito che da sempre è all’opposizione (il PCI), determinando una maggioranza parlamentare numericamente schiacciante. I liberali vennero così a trovarsi fianco a fianco di due altri partiti che sviluppavano ragionamenti molto simili: il Partito socialista, ora guidato da Bettino Craxi, ed il Partito Radicale.

Il PSI era quello che più avrebbe avuto da perdere dallo stringersi di un accordo politico tra Democrazia Cristiana e Partito comunista. Di conseguenza, sosteneva allora che l’Italia non aveva bisogno di un compromesso storico, ma di un’alternativa di sinistra: il PSI ed il PCI, uniti ai radicali, ai repubblicani e ad altre formazioni di sinistra, dovevano andare al potere vincendo le elezioni; determinando così uno storico ricambio di governo rispetto alla troppo lunga egemonia democristiana. L’idea del cambio, dell’alternativa che realizza un’alternanza di governo, fisiologica nei sistemi liberaldemocratici, era, sul piano teorico, buona anche per dei convinti liberali. Ovviamente, tutto si sarebbe complicato se si fossero approfonditi i contenuti che l’eventuale alternativa avrebbe assunto negli indirizzi di politica economica.

I liberali di Zanone finirono così per trovarsi contrapposti, nella prima fase, ai repubblicani del PRI, ossia, ai loro cugini politici. Nel 1976 venne assunta, a livello europeo, la decisione di fare eleggere il Parlamento Europeo direttamente dai corpi elettorali degli Stati Membri. Le prime elezioni del Parlamento Europeo si sarebbero tenute nel 1979. In vista di quell’appuntamento, nel 1976 venne costituita la “Federazione dei partiti liberali delle Comunità europee”. Malagodi, Presidente dell’Internazionale liberale, invitò il PRI ad aderire. La Malfa, il quale non aveva voluto aderire all’Internazionale liberale, accettò di fare parte del futuro gruppo parlamentare europeo, a condizione che, oltre che liberale, si fosse chiamato democratico. In quegli anni fu evidente, quindi, che nella dialettica politica dell’Europa Occidentale, il PLI e il PRI erano partiti affini; però, in Italia, i loro reciproci rapporti erano pessimi.

La storia politica italiana venne sconvolta ed il suo corso fu probabilmente cambiato da un fatto gravissimo: il rapimento prima e l’uccisione poi di Aldo Moro nel 1978. Moro era al tempo presidente del Partito democristiano; era da tutti indicato come il più autorevole candidato alla Presidenza della Repubblica (come è noto, il Presidente Leone si dimise dalla carica nel giugno del 1978, ma il suo mandato era comunque in scadenza). Moro sarebbe stato il garante istituzionale dei nuovi equilibri che avrebbero coinvolto il PCI; nessuno è in grado di dire come sarebbero andate le cose. Non era un filocomunista, come invece assume una critica volgare; aveva intelligenza politica, tanto da indicare Andreotti alla carica di Presidente del Consiglio dei Ministri, per tenere unita la DC.

Morto anche Ugo La Malfa, nel marzo del 1979, la stagione del governo di solidarietà nazionale fu presto superata: nel giugno del 1981 si insediò il primo governo con una maggioranza organica di Pentapartito: DC, PSI, PRI, PSDI, PLI. Presieduto dal repubblicano Giovanni Spadolini. Il PRI ottenne la Presidenza del Consiglio, ma la sua politica mutò radicalmente rispetto al più recente passato.

Il Partito socialista continuò a chiacchierare di “alternativa di sinistra”, soprattutto dopo che Mitterand fu eletto Presidente della Repubblica in Francia, nel 1981. Se ne scrisse molto anche nella rivista teorica del Partito, Mondoperaio, alla quale collaboravano persone di notevole dignità intellettuale, come Norberto Bobbio. Di fatto, però, il PSI voleva la maggioranza politica del Pentapartito, ma a guida socialista, cioè con la guida di Craxi. Si realizzò un rapporto di collaborazione/competizione con i democristiani; competizione anche nella gestione minuta del potere, al centro e, soprattutto, in periferia.

Gli anni Ottanta non furono soltanto gli anni dell’ “edonismo reaganiano”, come diceva un comico del tempo; furono anche caratterizzati dal fatto che ci fu un’evidente, quanto irresponsabile, tendenza alla crescita della spesa pubblica. Senza vantaggi per la collettività, perché quantità crescenti di denaro pubblico venivano sprecate per fenomeni di corruzione e cattiva amministrazione. La situazione dei conti pubblici registrò un sensibile peggioramento. Nel 1991 il debito pubblico fu stimato pari al 98 % del PIL nazionale, cifra in precedenza mai raggiunta nella storia dell’Italia repubblicana. Alla fine del 1992 il debito pubblico sopravanzò il PIL, arrivando al 105,2 %. Il 1992 fu un anno difficilissimo per il nostro Paese. Tra l’altro, segnato da un crescendo di violenza da parte della criminalità mafiosa; di cui restarono vittime servitori dello Stato come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nel mese di settembre del 1992, la lira uscì dal meccanismo di cambio europeo. Alla fine del 1993 il debito pubblico fu stimato al 115,6 %; nel 1994 arrivò a quello che, allora, fu considerato il peggior risultato storico in assoluto: 121,8 % rispetto al PIL (purtroppo, in tempi recenti, si è riusciti a fare di peggio). Sempre nei primi mesi del 1992 venne in evidenza il fenomeno del finanziamento illecito ai partiti politici, con l’avvio di una serie di iniziative giudiziarie che suscitarono molto clamore, coinvolgendo dirigenti politici di primo piano. Quel periodo viene ricordato come “tangentopoli”. Chi preferisce parlare di “golpe giudiziario” vede soltanto un aspetto del fenomeno: il protagonismo di alcuni magistrati, smaniosi di celebrità e desiderosi di ottenere in prima persona il potere politico. Non vede, tuttavia, l’aspetto più rilevante: un simile disastro nella gestione dei conti pubblici era frutto di cattiva politica e di questo qualcuno doveva pur essere chiamato a rispondere, se si voleva fermare quell’andazzo.

I liberali non seppero cercare ed ottenere consenso proprio sulle tematiche per loro tradizionali: il rigore nella tenuta dei conti pubblici e l’esigenza di buona amministrazione. Quanto alla critica dell’accordo fra DC e PCI, furono battuti da un concorrente ritenuto più credibile di loro: il Partito Radicale che nel 1979, sia nelle elezioni politiche che in quelle europee, presentò candidature di grande prestigio, primo fra tutti Leonardo Sciascia, ed ottenne un consenso elettorale rilevante.

Non può essere addossata a Zanone, Segretario nazionale del PLI fino al 1985, la responsabilità di chi è venuto dopo di lui; certo è che quella del Pentapartito non è stata una stagione esaltante.

Palermo, 21 gennaio 2016

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2 comments for “I liberali tra Compromesso storico e Pentapartito

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