Bat Ye’ Or: “Verso il Califfato Universale”

91NnhHpKfIL (1)Bat Ye’ Or (in ebraico significa “figlia del Nilo”) è lo pseudonimo di Gisèle Litman, nata al Cairo nel 1933 da una famiglia israelitica, esule in Gran Bretagna, ha poi acquisito la cittadinanza inglese e vive a Londra.

E’ un’esperta delle comunità etnico-religiose nei paesi islamici e di Islam.. Ha, tra l’altro, scritto un saggio, pubblicato prima negli Stati Uniti poi in Francia quindi in Italia(sempre da Lindau), che ha riscosso notevole interesse: “Eurabia. Come l’Europa è diventata anticristiana,antioccidentale,antisemita” (è stato recensito su questo giornale l’8 dicembre 2006 da Roberto De Mattei), in cui, traendo lo spunto dalle furibonde reazioni in tutti i paesi mussulmani alle caricature pubblicate a fine settembre 2005 sul giornale danese “Jyllen Posten”, denunzia la notevolissima pressione, esercitata in varie forme, con la quale il “jhad”culturale cerca d’imporre all’Europa la visione islamica della storia,della civiltà,della politica.

Qualsiasi tesi divergente da tale visione viene,infatti,tacciata di islamofobia ed è giudicato blasfemo perfino l’osare ricordare i “testi sacri” citati dai Fondamentalisti.

L’Europa sembra essere acquiescente e non disposta a difendere le libertà fondamentali,i diritti umani ed i tesori scientifici ed umanistici propri della sua civiltà che dovrebbero essere considerati patrimonio comune dell’umanità intera.

L’Europa e, in realtà, tutto l’Occidente si stanno in tal modo avviando al suicidio. E’ la tesi, in fondo, avanzata vari anni fa, lucidamente e per prima, da Oriana Fallaci nei suoi libri che, però,venne giudicata, ovviamente, dagli esegeti di sinistra come razzista e,per conseguenza, non “politically correct”.

Lo strumento principale ed iniziale per ottenere la resa dell’Europa viene individuato nel saggio “Eurabia” nell’associazione D.E.A. – “Dialogo Euro-arabo” costituita a Parigi nel luglio 1974 con finalità economiche, politiche, culturali per il vantaggio reciproco dei paesi della Comunità Europea e quelli arabi che si affacciano sul Mediterraneo. In seguito e grazie a questa iniziativa furono creati centri culturali arabi in Europa per diffondere la lingua e la cultura araba e favorite politiche per l’immigrazione in Europa dai paesi arabi mediterranei.

Segui’ la Conferenza di Barcellona del 1995 che creò il progetto di Partenariato Euro-Mediterraneo ed altre iniziative in tale direzione.

Nel volume che forma oggetto di questa recensione Bat Ye’ Or riprende l’argomento analizzando con dovizia d’informazioni quella che ritiene sia la strategia in atto da anni sotto l’abile regia della “Organizzazione della Conferenza Islamica” -O.C.I. – (istituita nel 1969 rappresenta 57 paesi e piu’ di un miliardo di persone) per l’islamizzazione non solo dell’Europa ma del mondo intero. (Di qui il titolo).

Perseguire questo obiettivo, secondo l’autrice, è un obbligo coranico (v. Corano XXXIV, vers, 28 e, aggiungeremmo noi, Corano XLVII). Essa osserva anche che per i Mussulmani il forte impegno o lotta -il jihad- nel seguire la via di Allah per diffondere la sua legge che può concretizzarsi anche nello scontro bellico, è un’azione di pietà e di giustizia oltre che un dovere di obbedienza religiosa. Chi ostacola l’islamizzazione di un paese – cioè chi pratica altra religione – è il vero responsabile della guerra giacché se non si opponesse alla conquista non ci sarebbero le guerre e gli eccidi che ne derivano. Se ci si conformasse al richiamo della vera fede (“dà wah”), convertendosi o sottomettendosi, la pace regnerebbe sovrana.

Da qui anche la convinzione che la “jihad” nel significato di guerra sfugga a qualsiasi forma di biasimo poiché costituisce un dovere ed un atto di sottomissione alla volontà di Allah.
I veri colpevoli delle guerre sono quindi i miscredenti perché resistono alla volontà di Allah costringendo i mussulmani a combatterli. Nella concezione islamica la Terra è un bene appartenente ad Allah (un “wakf”) ed è stato promesso alla comunità mussulmana affinché essa vi faccia regnare l’ordine islamico rivelato dal Profeta. Riappropriarsi di questo bene attraverso la “jihad” fa sì che tale guerra sia, pertanto, da considerarsi giusta e legittima.

In una tale visione religioso-politica le conquiste sono, per conseguenza, reputate persino un beneficio per le popolazioni vinte dato che dalla sconfitta deriva loro la possibilità di convertirsi.

Nei paesi islamici le popolazioni non mussulmane (gli infedeli detti “Kuffar”) “possono” – non è un diritto – fruire della “dhimma” cioè della protezione delle autorità mussulmane. Il che le poneva, ovviamente, in una posizione “de facto”, se non sempre di diritto, di soggezione nei confronti dei Mussulmani. status che l’autrice chiama, con felice neologismo, di “dhimmitudine” e di cui parleremo piu’ avanti.

Dato che attualmente le guerre di conquista dei territori non mussulmani non sono praticabili l’O.C.I. avrebbe, secondo la Bat Ye’ Or, escogitato una strategia sottile ed insidiosa che prevede iniziative di vario tipo.

Innanzi tutto la pressione politico-economica sui governi occidentali attraverso l’arma delle forniture energetiche e degli scambi commerciali.

Con tale ricatto cerca di ottenere altri vantaggi.

Favorire, ad es., i flussi migratori verso l’Europa e, conseguentemente, grazie all’elevato tasso d’incremento delle nascite, che è proprio delle famiglie mussulmane, la costituzione di comunità islamiche consistenti sul nostro continente. A questo proposito ci piace citare quel che sembra abbia detto un Iman: “Vi (= Voi Europei) vinceremo grazie alle vostre leggi (N.d.r. permissive) e al ventre delle nostre donne”.

Sotto il profilo numerico in Europa, d’altronde, già vivono stabilmente diecine di milioni di Mussulmani. In Italia, secondo le ultime proiezioni, il numero degli immigrati regolari raggiungerebbe nel 2010 i 5 milioni. Nel 2008 gli immigrati regolari di religione mussulmana avrebbero dovuto, in base a nostri calcoli, aggirarsi, come minimo, sulle 765.000 unità corrispondenti al 23 % c.a. della popolazione straniera residente al 1° gennaio 2008. (3.432.651 per i primi 50 paesi).

Tale percentuale risulterebbe quasi certamente più elevata ove si conoscesse la provenienza dei 650.000 clandestini che un’indagine condotta dalla Fondazione ISMU l’anno scorso per conto de “Il Sole-24 -Ore “dice fossero sul territorio italiano(v.pag.3 dell’edizione del 20 luglio crt.a. di tale quotidiano).

Viene inoltre favorito anche il proselitismo religioso. Nel nostro paese i neofiti mussulmani sarebbero già 50.000 circa.

Si fa poi leva sugli intellettuali, le varie associazioni per il dialogo euro-arabo e le O.N.G., utilizzando a tal fine i sempre graditi appelli alla lotta al razzismo e ad ogni forma di discriminazione, onde introdurre il concetto di “multi-culturalismo”, nozione questa che – è bene ricordarlo- non viene accettata dalle società islamiche. Queste, infatti, professano, al contrario, la superiorità dei propri valori (v. Corano, III, vers.110).

Questo obiettivo è stato in gran parte raggiunto giacché il Parlamento Europeo ed il Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea approvarono le proposte della Commissione dell’Unione Europea per il Dialogo Inter-culturale per l’anno 2008. In forza dell’art.19 della relativa Decisione fu stabilito che la Comunità potrà intervenire nei programmi d’informazione e di educazione dei giovani in materia di lotta all’esclusione sociale degli immigrati e di integrazione dei medesimi.

Di maggiore rilevanza è stata l’approvazione, il 4 e 5 maggio 2004, da parte dei Ministri degli Affari Esteri dell’Unione Europea, dell’insediamento di un’Assemblea Parlamentare Euro-Mediterranea che tenne la sua prima sessione al Cairo il 12 e 15 marzo 2005.

Nella dichiarazione finale di questa prima tornata assembleare venne affermato, tra l’altro, che ciascun paese partecipante aveva il diritto di scegliere e sviluppare “liberamente” il proprio sistema politico, socio-culturale e “giudiziario”.

La “sharia” veniva così legittimata. Era quello uno degli obiettivi dell’O.I.C. ovvero il permettere che nelle comunità islamiche all’estero si potesse applicare la legge coranica..

Il che si è puntualmente verificato in Gran Bretagna (“favente” lo stesso Primate della Chiesa d’Inghilterra!). Nel 2007, infatti, è stata ufficialmente riconosciuta nel Regno Unito la “sharia “ come fonte di diritto in materia di divorzio, eredità e-si noti bene- violenze nell’ambito della famiglia. Ora sarebbero operative oltremanica almeno 40 Corti islamiche cui fanno ricorso in materia di controversie civili e commerciali, per ottenere stante la rapidità delle procedure, decisioni arbitrali anche non mussulmani. (v. “Il Corriere della Sera” del 22 luglio crt.a.., pag.16).

Numerosi sono anche i risultati conseguiti dall’O.C.I. in altri fori internazionali (Alleanza delle Civiltà, U.N.E.S.C.O., Consiglio d’Europa,. Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, Organizzaz. Mondiale per il Turismo etc.) che sono elencati ed analizzati nel libro “de quo” ma non possiamo passarli in rivista per ragioni di spazio.

Da quanto si è cercato di esporre, in maniera necessariamente sommaria, ci sembra emerga un quadro preoccupante : l’Europa in primo luogo ma, forse, anche gli altri paesi dell’Occidente (v. la Russia ), se non reagiranno, correranno fortemente il rischio, sotto la pressione esercitata in vario modo (ricatto energetico e commerciale, attentati, immigrazione, proselitismo), di cadere tra non molti anni in quella che l’autrice, come sopra ricordato, chiama la “dhimmitudine” cioè uno stato di sottomissione.

A questo punto qualche cenno s ’impone su questa materia.

L’istituzione della “dhimma”, il patto di protezione concluso con le autorità islamiche, trae la sua origine in un versetto del Corano (IX, vers.29) ed ebbe la sua prima, pratica applicazione quando Maometto, sconfitta la tribù ebrea di Khayban, un’oasi situata a settentrione della Mecca, concesse ai vinti di restare in loco a condizione di consegnare annualmente ai Mussulmani la metà dei loro prodotti. Venne progressivamente applicata, anche s e con modalità e rigore di contenuti diversi, ai popoli sconfitti in tutti i territori conquistati. Rimase in vigore nell’impero ottomano fino alla metà del XIX ° secolo quando quel governo fu costretto, su pressione delle potenze europee, ad attenuare progressivamente le condizioni di discriminazione in cui i soggetti fruenti della protezione (i c.d.” dhimm”) versavano.

I “dhimmi” erano, infatti, tenuti non solo a pagare un tributo, la “jizya”, ma sentirsi (e mostrare in vari modi di esserlo) sottomessi.

Sotto questo secondo aspetto essi erano giuridicamente e socialmente posti in una posizione d’inferiorità notevole nei confronti dei Mussulmani.

Non era, infatti, consentito loro di fare proseliti tra i Mussulmani pena la morte,di avere relazioni sessuali con una Mussulmana o sposarne una, le loro testimonianze e giuramenti non valevano nei confronti di Mussulmani, se un Mussulmano uccideva un “dhimmi” non poteva essere condannato a morte ma solo ad una pena pecuniaria, i tribunali dovevano, in materia di matrimoni, divorzi, eredità, giudicare i “dhimmi” in base alla legge coranica, la costruzione di templi non era sempre permessa –dipendeva dal trattato di protezione- ed era proibita ai “dhimmi” pubblicare o vendere letteratura non islamica.

Anche ora nella prassi ma spesso anche nel diritto questo stato di subordinazione dei non mussulmani persiste nei paesi islamici.

Conclusivamente non possiamo non condividere il forte timore dell’autrice che l’Occidente, se non reagirà prontamente, possa cadere nel giro di non molti anni in una sorta di “dhimmitudine”.

La lettura di questo libro è, perciò, da raccomandare a chi vuole ancora che l’Occidente conservi i propri diritti di libertà conquistati nel corso di secoli.

Lo dovrebbero in particolare leggere i parlamentari e gli uomini di governo che, sotto la pressione, spesso, di interessi commerciali di breve momento, non riescono ad avere una visione di più ampio respiro e perciò ad attuare politiche che tutelino le identità nazionali.

Questo invito alla lettura è rivolto, ovviamente, anche ai nostri governanti (specie Primo Ministro e Ministro degli Affari Esteri) che si mostrano così favorevoli al dialogo arabo-mediterraneo e all’adesione della Turchia all’Unione Europea. Ai quali sommessamente ci permettiamo di ricordare due detti latini:

  • “Ante coscientiae consulendum est, quam famae” = Si deve pensare prima alla coscienza che alla fama (Velleio Patercolo, Hist., l..2, c.115);
  • “Timeo Danaos et dona ferentes” = Temo i Danai anche se portan doni (Virgilio, Eneide).

Editore: Lindau (Torino) – Maggio 2009 –

Pag.214; prezzo: 18 euro

2 comments for “Bat Ye’ Or: “Verso il Califfato Universale”

  1. 19 febbraio 2016 at 22:20

    This is my first time visit at here and i am truly
    pleassant to read all at one place.

  2. 19 febbraio 2016 at 05:44

    Today, I went to the beach with my kids. I found a sea shell and gave it to my 4 year old daughter and said “You can hear the ocean if you put this to your ear.” She put the shell to her ear and screamed.
    There was a hermit crab inside and it pinched her ear.
    She never wants to go back! LoL I know this is completely off topic but I had to
    tell someone!

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