VARE, VARE – REDDE MIHI LEGIONAS MEAS!

(= «o Varo, o Varo, restituiscimi le mie legioni!» – v. Svetonio, Vita dei dodici Cesari, II, 23)
A TEUTOBURGO LA SCONFITTA DELLE LEGIONI ROMANE NEL 9 d.C. – UN AVVENIMENTO DI GRANDISSIMA IMPORTANZA STORICA

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Mappa 1

Mappa 1

Come è noto ci sono accadimenti che assumono enormi e durevoli conseguenze storiche.

E’ questo il caso, emblematico, a nostro avviso, della battaglia di Teutoburgo e “Clades Variana” (= sconfitta di Varo) svoltasi nel 9 d.C. nella selva omonima ubicata nella Bassa Sassonia.

Le relazioni tra i Germani ed i Romani furono sempre tempestose.

Basterà ricordare la sconfitta, ad opera di Mario, nel 102 e 101 a.C. dei Cimbri e dei Teutoni e quella, inflitta da Cesare ai Suebi, guidati da Ariovisto, nel 58 a.C..

Inoltre dopo la morte di Cesare più volte le popolazioni germaniche avevano tentato di oltrepassare il Reno (nel 38 a.C., nel 29 a.C. e nel 17 a.C. quando venne sconfitto il pro-console Mario Lillio).

Per fronteggiare tale pericolo i Romani avevano costruito campi fortificati lungo il Reno: ad es. Castra Vetera (l’attuale Xanten), Magontiacum (= Magonza), Bonna (= Bonn), Rötgen, Oberaden, Aliso (l’attuale Haltern). (v. la mappa n. 1)

Sempre nell’intento di scoraggiare le tribù germaniche sotto il regno di Augusto furono compiute spedizioni in Germania da Druso (12-9 d.C.) e Tiberio (4, 6 d.C.) fino alle foci dell’Elba e del Weser.

Per consolidare il processo di romanizzazione che sembrava dare, malgrado le difficoltà, qualche frutto, Augusto pensò che fosse giunto il momento d’introdurre nella regione il diritto e le consuetudini romane e decise d’inviarvi nel 7 a.C. Publio Quintilio Varo (nato nel 47 o 46 a.C.).

Varo, di nobile famiglia della “Gens Quintilia” anche se decaduta, era figlio di un senatore della fazione pompeiana.

Varo scalò i vari gradi del “cursus honorum” grazie ad Augusto cui si era avvicinato. Questi gli aveva anche dato in sposa Vipsania Marcella, figlia di suo genero Marco Vipsanio Agrippa.

Grazie alla protezione di Augusto Varo, dopo averlo accompagnato nel suo viaggio in Oriente, fu nominato questore in Acaia, quindi pro-console in Africa, pro-pretore in Siria e console.

Divenne successivamente governatore dell’importante provincia imperiale della Siria.

Nel corso degli anni non aveva troppo demeritato della fiducia di Augusto anche se non aveva brillato come comandante militare.

Quando arrivò in Germania nel 7 d.C. aveva già compiuto 62/64 anni. Era quindi un uomo più che maturo, dotato di esperienza soprattutto amministrativa ma anche militare.

In occasione del suo incarico in Germania, tuttavia, non fu all’altezza delle aspettative augustee.

Sembra che avesse modi altezzosi e che avesse imposto alle popolazioni una tassazione elevata da pagare in oro, che in quella provincia scarseggiava, e non in argento di cui gli indigeni avevano, grazie a miniere in loco, disponibilità maggiori.

Tutto ciò aveva suscitato in quei popoli, ancora semi-barbari ed insofferenti di una dominazione straniera, un forte risentimento anche se gli stessi avevano iniziato ad acquisire alcuni costumi romani.

Secondo gli storici dell’epoca (v. Dione Cassio e Velleio Patercolo) in sostanza i tempi non erano ancora maturi per il cambiamento repentino che Varo stava imponendo.

Nel settembre del 9 d.C. Varo partì alla testa delle sue truppe dai campi estivi, dato che il periodo delle campagne militari volgeva, per ragioni meteorologiche, al termine, verso quelli invernali ubicati ad Alisio (attuale Haltern – am-See), a Castra Vetera (= Xanten e a Colonia). (v. Mappa 1).

Il contingente romano era molto numeroso: tre legioni (la XVIIª, la XVIIIª e la XIXª), forti di circa 15.000 legionari, cui si aggiungevano reparti ausiliari (3 di cavalleria e 6 coorti di ausiliari) pari ad una forza di 5.000 uomini. In totale, quindi, circa 20.000 uomini.

Accompagnavano le truppe molti civili compresi donne e bambini (forse famiglie dei legionari o di mercanti).

Degli ausiliari facevano parte due esponenti della tribù della Bassa Sassonia, i Cherusci: Arminio (= Hermann), figlio del capo dei Cherusci, Sigimero, e suo zio, Segeste.

Questa popolazione anni prima era stata battuta dai Romani ma successivamente si era alleata con essi.

Arminio, nato nel 18 a.C., ed il fratello Flavo erano stati portati a Roma in ostaggio ed avevano ricevuto nell’Urbe una buona educazione.

Arminio si era poi distinto come luogotenente di un’unità ausiliaria di Cherusci della Cavalleria nella campagna contro i Dalmati e Pannoni. Per i suoi meriti militari aveva così ottenuto la cittadinanza romana.

Anche il fratello Flavo era diventato “civis romanus” e militava con onore in Germania nelle truppe ausiliarie.

Arminio, rientrato in patria nel 7 o 8 d.C., era entrato nelle grazie del nuovo governatore, Varo.

Arminio era un giovane (25 anni) intelligente e di bell’aspetto.

Alcuni studiosi, in considerazione del comportamento imprudente adottato da Varo, pensano che i rapporti tra i due non fossero del tutto casti.

A differenza del fratello, Arminio, nell’intimo, non accettava la dominazione romana sì che, una volta rimpatriato, cominciò subito a complottare sforzandosi di dar vita ad una coalizione di tribù (Cherusci, Marsi, Catti, Bructeri ed altre).

A tal fine fece credere a Varo che fosse in atto una rivolta nella zona dell’attuale Kalkriese cioè nel territorio dei Bructeri.

Varo prestò ascolto a quanto gli andava dicendo Arminio e questo malgrado che lo zio del giovane, Segeste, ed altri l’avessero accusato di tradimento.

A parziale discolpa di Varo si può dire che le accuse di Segeste potevano apparire ispirate dal rancore verso il nipote dato che questi ne aveva chiesto in sposa la figlia ma che, ottenuto un rifiuto, l’aveva rapita.

Varo, influenzato da Arminio, ritenne opportuno effettuare una deviazione dal tragitto verso i quartieri invernali per andare a controllare la situazione nel territorio dei Bructeri e si diresse, sempre su indicazione del giovane Cherusco, verso il massiccio di Kalkriese, regione a lui sconosciuta, molta boscosa ed acquitrinosa.

Avvicinatisi al luogo dove era stato predisposto l’agguato delle tribù alleate di Arminio (Bructeri, e, probabilmente Sigambri, Marsi, Catti, Camavi etc.) questi chiese a Varo di potersi recare in avanti ad organizzare i Germani amici per poi tornare.

Mappa 2

Mappa 2

Varo dovette continuare ad avanzare su un terreno sempre più aspro dove il sentiero, il cui tracciato era anche stato fatto deviare da Arminio, si restringeva notevolmente man mano (v. mappa n. 2).

Le truppe romane, a causa della conformazione del terreno, avanzavano non solo lentamente ma anche in maniera non compatta.

La colonna si snodava, infatti, per ben 3 km. c.a..

I legionari, non temendo un agguato, non avevano indossato le corazze.

la presenza poi nella colonna di carri e di civili riduceva ancor più le possibilità di manovra.

A rendere più difficile la situazione intervenne una tempesta che si abbatté sulla zona.

E fu in quel momento che i Germani sbucarono dalla foresta di Teutoburgo[1] ed attaccarono.

I legionari non riuscirono a far fronte agli assalti a ragione della conformazione del terreno che era diventato anche estremamente scivoloso.

Furono perciò molti i caduti tra i legionari senza che i Romani riuscissero ad infliggere perdite ai loro avversari.

Alla fine della giornata Varo riuscì a radunare le sue forze e ad accamparsi su un’altura.

Il secondo giorno, i legionari, riposatisi, bruciarono i carri per non lasciarli al nemico e in ranghi più ordinati si diressero verso il campo di Castra Vetera sul Reno dove era stanziato il legato Astrenate con due legioni.

Questi però non poté andare in loro soccorso perché fu costretto a vigilare affinché le tribù nemiche non sconfinassero nelle vicine Gallie.

Le legioni di Varo ripresero il cammino, questa volta, in maniera ordinata ma sopraggiunsero ancora la pioggia ed il vento e ripresero gli attacchi dei Germani che sbucavano all’improvviso dai boschi, a loro ben noti, per colpire e poi ritirarsi. (v. mappa n. II).

Le fila dei Germani stavano inoltre irrobustendosi perché la notizia della battaglia si era propagata ed erano accorsi guerrieri di altre tribù probabilmente sperando di poter ricevere una parte del bottino.

Il comandante della cavalleria romana, Vala Numonio, riuscì a sfuggire con alcuni reparti ma successivamente si perse nella foresta e fu ucciso assieme ai suoi.

Per gli altri, rimasti con Varo, la fine si avvicinò rapidamente malgrado i tentativi di resistenza, stante la crescente massa di guerrieri che attaccava.

Varo era rimasto ferito e si rese conto che ogni difesa era ormai impossibile.

Decise perciò di non cadere prigioniero di Arminio, che l’avrebbe torturato in maniera terribile, e di suicidarsi assieme ai suoi ufficiali.

Appresa la notizia della morte di Varo i legionari smisero di difendersi e, o si suicidarono o cercarono di fuggire, ma la fuga riuscì a pochi.

Gli altri furono trucidati in maniera atroce o furono sottoposti a torture indicibili: ad alcuni, infatti, furono strappati gli occhi, ad altri furono tagliate le mani, ad uno furono cucite le labbra dopo che gli era stata tagliata la lingua.

La  maggior parte dei superstiti fu poi sacrificata agli Dei dei Germani o scambiati con prigionieri Germani nelle mani dei Romani.

Arminio fece diseppellire il cadavere di Varo, che i suoi avevano cercato di nascondere nel terreno, gli fece troncare il capo che mandò a Maroboduo, re dei Marcomanni, per convincerlo ad allearsi con lui onde formare  una lega germanica permanente ma questi, nel timore della probabile punizione romana, rifiutò ed anzi inviò la testa di Varo all’Imperatore Tiberio. Questi ordinò che venisse seppellita con onore.

La notizia, giunta a Roma, fu accolta da Augusto molto male. Per parecchi mesi non si tagliò né barba né capelli e, secondo Svetonio, vagava nel palazzo battendo la testa contro i muri e gridando: “Varo, Varo! Redde mihi legionos meas” (= o Varo, o Varo, rendimi le mie legioni).

Poi cercò di ricostruire le legioni con arruolamenti forzati.

Negli anni seguenti Tiberio e Germanico furono inviati in Germania per ristabilirvi l’autorità romana.

Soprattutto Germanico, morto Augusto, riuscì, nel 16 d.C. portando le legioni via mare dall’attuale Olanda, a sconfiggere Arminio, di cui aveva fatto prigioniera la moglie, in due battaglie: la prima ad Idistaviso, la seconda davanti al Vallo Angrivariano, località entrambe ubicate tra la riva destra del fiume Weser, le colline circostanti, la grande foresta di Teutoburgo e le paludi.

Le forze schierate dalle varie tribù erano imponenti (sembra 50.000 guerrieri) così come quelle romane (8 legioni pari a 28.000 uomini, circa oltre a 1.000 pretoriani, 30.000 ausiliari, 5.000 ausiliari germanici cui si aggiungevano 6.000 cavalieri armati pesantemente e 2.000 cavalieri armati alla leggera.

Furono scontri durissimi ma Germanico riuscì a controllare la situazione e a prevalere.

Arminio, imbrattatosi di sangue il viso, riuscì a fuggire.

I Romani recuperarono due delle aquile delle tre legioni massacrate a Teutoburgo.

Germanico fu richiamato a Roma perché l’imperatore Tiberio ritenne non necessaria un’altra offensiva e prudente limitarsi a consolidare le conquiste fatte.

Arminio, battuto dai legionari, entrò nel 17 d.C. in conflitto con il potente re dei Marcomanni, Maroboduo e lo sconfisse nel 18 d.C. tanto che Maroboduo fu costretto a rifugiarsi in Italia.

Arminio però venne assassinato nel 19 d.C. dai suoi collaboratori che temevano il suo crescente potere.

Aveva 37 anni.

Anche dopo la scomparsa di Arminio i Romani non effettuarono spedizioni oltre il Reno.

Avevano compreso, infatti, che non valeva la pena di spingersi più a settentrione in terre abitate da popolazioni selvagge e che offrivano poche risorse.

Per secoli quindi la frontiera del Reno divise il mondo germanico da quello romano anche se nelle aree a sud del “limes” fiorirono città ed attività produttive.

Solo con la riforma luterana ed il nazionalismo dell’800, sorse il mito di Arminio quale vessillifero dell’unità della nazione tedesca, mito che fu incrementato a dismisura nel periodo nazista.

A noi sembra che Arminio non portò vantaggi consistente al popolo tedesco perché impedì, in pratica, la diffusione tra la popolazione “media” della cultura e soprattutto di un modo di vivere greco-romano cioè equilibrato.

Germania_Enobarbo_e_TiberioChi conosce la Germania sa quali grandi differenze di mentalità vi siano tra la gente della Renania e del Palatinato (semplificando: “là dove si coltiva la vite e sono prevalenti i Cattolici”) e le popolazioni del settentrione in maggioranza protestanti.

Non è un caso che due tra i principali artefici della rinascita politica tedesca fossero i cattolici e Penani/Palatini Adenauer e Kohl.

[1] La foresta si estende attualmente per circa 100 km nel Land della Bassa Sassonia e Renania Settentrionale – Vestfalia ad est verso il fiume Weser, a meridione della città di Osnabrück, e a sud-est fino a Paderborn. Il punto più elevato è il Vermerstot (468 m.).

1 comment for “VARE, VARE – REDDE MIHI LEGIONAS MEAS!

  1. 19 febbraio 2016 at 09:32

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