Papa Francesco parla al congresso Usa

foto_462507_550x340Le reazioni di parte repubblicana

26 settembre 2015

I discorsi, tenuti dal papa in occasione della visita negli Stati Uniti, hanno evidenziato una serie di preoccupazioni decise, che intervengono inevitabilmente in modo diretto in seno al dibattito politico americano.

In particolare, Francesco si è concentrato su alcuni punti da sempre centrali nell’ambito del suo pontificato: punti, che hanno assunto ulteriore risonanza, data l’occasione e il luogo in cui sono stati ribaditi.

E’ difatti andato dalla necessità di una maggiore salvaguardia dell’ambiente (nella fattispecie citando il problema del climate change), passando per la questione della giustizia sociale (soprattutto per i migranti) e della lotta alla povertà, per arrivare infine alla richiesta di abolizione della pena di morte.

Un programma articolato, schietto e deciso.

Dall’inevitabile connotazione politica.

Per quanto difatti il pontefice abbia evitato di schierarsi troppo nettamente (ha per esempio ricordato en passant anche i benefici del sistema capitalistico e della libera concorrenza), è indubbio che le sue parole abbiano prodotto non pochi malumori all’interno del partito repubblicano: uno schieramento che – pur nella variegata complessità che lo caratterizza – non ha mai nutrito troppa simpatia per un papa da sempre in quei lidi considerato un liberal.

Che i rapporti tra GOP e cattolicesimo non siano mai stati sereni, non è del resto un mistero.

Storicamente, il partito repubblicano ha incarnato l’anima del Nord industriale, progredito e protestante: il punto di riferimento primario di quell’elettorato WASP (White Anglo-Saxon Protestant), che ha sempre visto nel cattolicesimo un residuo barbarico di culture sottosviluppate o una minoranza settaria, se non addirittura un pericolo per la sicurezza nazionale.

Non dimentichiamoci che nel 1928, l’allora candidato democratico alla Casa Bianca, il cattolico Al Smith, venne letteralmente annientato dal rivale repubblicano Herbert Hoover, che gli scagliò efficacemente addosso l’accusa di ‘papismo’.

Il cattolicesimo avrebbe conquistato la presidenza soltanto trent’anni più tardi, con Kennedy, il quale riuscì a inserire la propria fede all’interno di una vera e propria rivoluzione ideologica.

Se da una parte sostenne infatti la necessità di una netta separazione tra politica e religione, dall’altra utilizzò la fede cattolica come vessillo delle proprie idee sociali di lotta alla povertà e tutela delle minoranze, facendone un perno essenziale della Nuova Frontiera.

Lungi dalle vecchie accuse di papismo e arretratezza, il cattolicesimo rappresentò così un fondamentale elemento di innovazione e sostanziale sfida alla difesa dello status quo perpetrata dall’universo WASP.

Fu dunque Kennedy a compiere una decisa saldatura tra dottrina cattolica e politica liberal, inaugurando una lunga tradizione che vede oggi tra i suoi principali rappresentanti figure come Joe Biden, John Kerry e Nancy Pelosi.

E’ allora abbastanza evidente come una simile saldatura non abbia fatto che acuire la diffidenza repubblicana nei confronti del cattolicesimo, che per anni non a caso è stato visto dalla destra soltanto come un’insidiosa propaggine dello schieramento liberal.

Sennonché, le cose sono cominciate lentamente a cambiare.

A partire dagli anni Ottanta, il peso crescente della religious right all’interno dell’elefantino ha creato uno schieramento politico che – per quanto variopinto – si è visto contraddistinto da alcuni elementi comuni: dall’opposizione all’aborto alla difesa del I Emendamento. Uno schieramento in buona parte costituito da ampie correnti dell’universo evangelico: ma che nel corso degli anni è andato via via guadagnando anche numerosi cattolici.

In tal senso, l’alleanza tra cattolici ed evangelici è emersa chiaramente soprattutto durante i primi anni dell’amministrazione Obama, quando si unirono in una protesta anti-abortista, coordinata dall’arcivescovo di New York, Timothy Dolan.

Quello stesso Dolan che – nel 2012 – presenziò all’apertura della convention repubblicana a Tampa, attirandosi per questo le critiche del fronte democratico.

Tutto ciò mostra dunque il sorgere in America di un cattolicesimo conservatore: un fronte tendenzialmente compatto sulle questioni eticamente sensibili ma non sempre sulle problematiche sociali ed economiche.

Si va infatti da esponenti ultraliberisti (come Paul Ryan) e non morbidi in tema di immigrazione (come Rick Santorum) a figure più aperte verso politiche sociali e un aumento della spesa pubblica (si vedano – pur mutatis mutandis – i casi di Jeb Bush e Marco Rubio).

In questo quadro, la figura di Francesco ha determinato una piccola rivoluzione in seno all’elefantino.

La sua figura latinoamericana, attentissima alle questioni della giustizia sociale e non propriamente in linea con l’ideologia capitalista, ha irritato non solo le frange liberiste del partito ma anche buona parte di quella religious right che gli rimprovera poca incisività nell’intervento sulle problematiche etiche.

Un malumore riesploso proprio in questi giorni, in occasione della sua visita, con un profluvio di dichiarazioni, soprattutto da parte dei candidati per la nomination del 2016.

Il senatore texano ultraconservatore, l’evangelico Ted Cruz, ha respinto nettamente l’invito del papa all’abolizione della pena di morte, considerandolo un’ingerenza e sostanzialmente una questione su cui dovrebbero decidere i singoli Stati.

Donald Trump (che durante il soggiorno del papa a New York si è preso i fischi della comunità ispanica), dal canto suo, ha rifiutato ogni aperturismo in tema di immigrazione clandestina, sottolineandone il costo in termini economici e di sicurezza pubblica.

Ha inoltre sostenuto di non credere nel climate change.

Più sfumata invece la posizione dei candidati cattolici, che stanno cercando una mediazione tra la propria appartenenza religiosa e la base più radicale del proprio partito.

Da sempre in prima linea nel difendere Francesco dagli attacchi della destra radicale, Jeb Bush ha partecipato alla messa celebrata dal pontefice e ne ha avuto nuove parole di elogio.

Pur avendo più volte ribadito di essere economicamente un discepolo di Milton Friedman, non è un mistero che l’ex governatore della Florida consideri Francesco come un modello per le proprie politiche tutt’altro che liberiste e ispirate invece al compassionate conservatism del fratello, George Walker.

Sennonché Jeb ha comunque espresso dei punti di divergenza, soprattutto sulla questione climatica, affermando che “il papa non è uno scienziato ma un leader religioso”.

Marco Rubio, dal canto suo, è apparso un po’ più critico.

Pur avendo decisamente apprezzato le posizioni di Francesco in tema di immigrazione, ha voluto tuttavia rimarcare le proprie distanze sul fronte del climate change ma anche sulle frequenti critiche papali al sistema capitalistico, appellandosi al principio per cui l’autorità del papa risulterebbe vincolante soltanto nel campo delle questioni morali.

Il perché di un simile atteggiamento da parte di un candidato, che non può certo definirsi un reaganiano ortodosso (vista la sua attenzione alle politiche sociali), si spiega in un solo modo: sta cercando di accattivarsi le simpatie delle frange più conservatrici.

Molto più moderata la posizione di Rick Santorum.

Pur essendo in passato stato abbastanza critico verso Francesco, stavolta lo ha difeso dagli attacchi della destra radicale, sostenendo che le sue tesi sul climate change presenterebbero una finalità più pastorale che politica: in altre parole, costituirebbero un modo per riavvicinare le persone alla fede.

Tesi, che dunque andrebbero inserite nel più ampio progetto di salvaguardia della dignità umana in quanto tale.

In virtù di tutto questo, è allora chiaro come la figura di Francesco potrebbe aiutare il GOP a compiere quella rivoluzione ideologica di cui avrebbe bisogno: ridimensionando il peso glorioso ma ormai anacronistico dell’eredità reaganiana e aprendosi a quelle istanze sociali che finalmente gli permetterebbero di attirare quote elettorali nuove.

Una rivoluzione, che non svenda i propri princìpi ma che sappia semmai incunearli nelle complicate dinamiche dell’evoluzione storica.

Alcuni candidati sembrano essersene accorti.

Perché forse hanno capito che questa è l’unica strada per far tornare il partito repubblicano alla Casa Bianca.

Anziché rinchiuderlo in una teca da museo.

Da: www.dissensiediscordanze.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *