La riscossa del ‘compagno’ Bernie: l’incubo rosso di Hillary Clinton

1200Un ciclone rischia di sconvolgere la sinistra statunitense.

Il suo nome è Bernie Sanders.

Classe 1941, è stato sindaco di Burlington e può vantare una lunga carriera parlamentare alle spalle: deputato alla Camera dal 1991 al 2007, è senatore per lo stato del Vermont dal 2013.

Figura eccentrica nel panorama politico americano, Sanders si dichiara da sempre orgogliosamente “socialista”, in un paese in cui questo termine risulta sostanzialmente sinonimo di “pericoloso estremista di sinistra”: ha difatti costantemente rifiutato ogni etichettatura ipocrita che lo potesse ascrivere al popoloso universo dei liberal, preferendo impostare la sua politica su uno stile acceso e profondamente venato di populismo.

Uno stile che ha sempre strizzato l’occhio all’ala più radicale del partito democratico.

In tal senso, nell’ambito di un asinello sempre più monopolizzato dalla potente figura di Hillary Rodham Clinton (storicamente vessillo delle frange democrat più moderate), a fine maggio Sanders ha annunciato la propria discesa in campo per la conquista della nomination democratica, presentandosi come candidato indipendente.

Inizialmente non è stato dato eccessivo peso alla cosa e la stessa front runner democratica non sembrava particolarmente preoccupata: c’è sempre uno svitato che si mette in testa di concorrere per la Casa Bianca, salvo essere poi appositamente silurato alla prima occasione buona.

Ma che le cose fossero destinate ad andare diversamente, lo si è capito già i primi giorni: rifiutando – almeno ufficialmente – le donazioni da parte di ricchi finanziatori e concentrandosi esclusivamente sugli small donors, Bernie è riuscito nel giro di poche ore a raccogliere ben quindici milioni di dollari.

E la sua corsa non si è fermata qui.

Approfittando di una prateria vuota alla sinistra dell’Asinello, Sanders ha imbracciato il suo classico programma radicale, parlando in primo luogo alla compagine democratica gravitante intorno alle idee di Elizabeth Warren.

Un programma profondamente orientato a sinistra e incentrato – non a caso – su alcuni punti di decisiva rilevanza: un programma, che dalle parti di Wall Street guardano a dir poco con orrore.

Aumento delle tasse alle big corporations, leggi più severe per mettere sotto controllo la finanza, strenua opposizione ai trattati internazionali di libero scambio: il tutto connesso ad un ampio piano di investimenti pubblici, finalizzati all’incremento dei posti di lavoro.

Un programma che ha incontrato la simpatia di ampie frange del partito democratico e che sta dunque premiando Sanders in termini di sondaggi.

Tanto che – nel giro di poche settimane – Hillary Clinton ha dovuto prendere atto della situazione e, per non ritrovarsi una serpe in casa, ha dovuto cambiare strategia.

In primo luogo, a metà giugno, in occasione del suo discorso a Roosevelt Island, ha optato per una decisa svolta a sinistra.

Una svolta confermata a New York lunedì scorso, quando l’ex first lady ha presentato un programma economico molto simile a quello di Bernie: si pensi soltanto all’enfasi da lei posta sulla necessità di investimenti pubblici per incrementare il lavoro o alle critiche rivolte al mondo finanziario (quantunque non si sa con quale credibilità, vista la notoria vicinanza della Signora a Goldman Sachs).

Una svolta che – comunque – imita Sanders anche su altre questioni di natura non prettamente economica: si pensi al sostegno verso il same sex marriage o all’interesse per il global warming.

In secondo luogo, la strategia comunicativa adottata dalla Clinton consiste essenzialmente nell’ignorare Bernie, concentrandosi sugli attacchi dei rivali repubblicani.

Una strategia chiaramente finalizzata a presentare sé stessa come l’unica, vera, candidata della sinistra americana: laddove ingaggiare un confronto con Sanders significherebbe implicitamente conferirgli una forma di riconoscimento.

Come che sia, Hillary non dorme sonni tranquilli.

Per quanto al momento i sondaggi per le primarie la diano intorno al sessanta per cento, Bernie è secondo, staccando notevolmente gli altri candidati dem, che si aggirano al momento come grigi lemuri in bassissima classifica.

Ma proprio qui sta il problema: e la Clinton lo sa bene.

Non esiste realistica possibilità difatti che Sanders possa conquistare la nomination democratica, in virtù della stessa ragione per cui (molto probabilmente) Elizabeth Warren ha rifiutato di candidarsi: il suo populismo è molto schiacciato a sinistra ed incapace dunque di quella convergenza con l’elettorato moderato, che soltanto Hillary può effettivamente realizzare.

La figura di Sanders, sotto questo aspetto, ricorda molto quella del libertarian Ron Paul, l’outsider repubblicano che durante le primarie del 2012 – con il suo idealismo e la sua retorica infervorata – riuscì a far breccia nel cuore di molti elettori (soprattutto tra i giovani) ma che fu comunque incapace di opporsi all’ascesa di Mitt Romney.

Il pericolo risiede allora nel fatto che Sanders possa sottrarre preziosi voti a Hillary soprattutto in sede di general election: che si riproponga, in altre parole, un caso Perot.

Quel Ross Perot che – candidatosi a destra come indipendente nel 1992 – sottrasse un cospicuo numero di voti al GOP, contribuendo in maniera determinante alla sconfitta elettorale di Bush padre contro Bill Clinton.

Questo Hillary lo sa bene, considerando Bernie come una sorta di nemesi storica.

E sa anche che – con un partito repubblicano al momento spaccato da una pletora di candidati rissosi – il vero pericolo per la conquista della Casa Bianca, provenga proprio da questo anziano socialista, che – se saprà giocarsi bene le sue carte – potrebbe inanellare alcuni notevoli successi in diversi “blue states”.

Anche perché, rispetto a un altro potenziale outsider come Donald Trump nell’Elefantino, Sanders risulta indubbiamente un candidato più strutturato e preparato, proprio in forza della carriera politica di cui può vantare.

Certo, la strada non è in discesa.

E non soltanto per il fatto – tragicamente banale – di doversi scontrare con la “corazzata Hillary”.

Ma anche perché i suoi avversari potrebbero presto avere buon gioco nel ritorcergli contro contraddizioni e posizioni da lui sostenute in passato.

Un punto di notevole interesse è difatti il controverso rapporto intrattenuto da Bernie con le lobbies delle armi: un fattore rischioso dinanzi a un elettorato (quello democratico) oggi più che mai sensibile al tema del gun control.

La strada è ancora lunga.

La guerra è appena agli inizi.

Sanders sa di avere ben poche possibilità ma ci crede.

D’altronde, siamo in un’epoca di sconvolgimenti: l’Iran va a braccetto con il Grande Satana, un democristiano di nome Matteo Renzi è a capo dell’ex PCI, mentre l’ex ministro delle Finanze greco si dice marxista ma non disdegna i dollari.

Direi che un socialista alla Casa Bianca allora ci può anche stare.

Da: www.dissensiediscordanze.it

2 comments for “La riscossa del ‘compagno’ Bernie: l’incubo rosso di Hillary Clinton

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