John Kasich, il diciassettesimo GOP

GLe jeux sont fait.

Martedì scorso ha avuto luogo la discesa in campo del governatore dell’Ohio, John Kasich, in vista delle primarie repubblicane del 2016.

Lo ha fatto con un discorso tenuto a Columbus, in cui ha sostenuto la volontà di farcela contro tutto e tutti, mirando quindi a proporsi come un outsider deciso e coraggioso.

Una notizia di certo non sensazionale, visto che rumores su una sua candidatura si susseguivano da settimane.

Una notizia tuttavia importante: Kasich è l’ultimo tra i competitor del GOP ad ufficializzare le proprie ambizioni presidenziali, portando così l’elefantino ad avere una pletora di ben diciassette rivali.

Una schiera piuttosto affollata (come non se ne vedevano da anni), che rischia di gettare il partito in una confusione ancor maggiore di quella in cui già spaventosamente versa.

Anzi, secondo i beninformati, Kasich avrebbe atteso così a lungo, proprio per attirare l’attenzione, salire improvvisamente nei sondaggi ed essere invitato dunque al primo dibattito elettorale tra i candidati repubblicani: dibattito cui, appunto, saranno accolti soltanto i primi dieci contender in termini di gradimento nei sondaggi.

Dibattito, in cui il nostro spererebbe dunque di distinguersi, per avviare poi la propria campagna elettorale.

Una campagna che starebbe già organizzando per conquistare il New Hampshire e che dovrebbe iniziare al massimo a metà della prossima settimana.

Una strategia relativamente chiara, dunque.

Una strategia che va comunque considerata alla luce delle effettive possibilità che Kasich concretamente ha di arrivare alla conquista della nomination.

E – in prima battuta – non si può fare a meno di notare un notevole curriculum sul fronte politico-amministrativo.

Dapprima membro del senato dell’Ohio, è stato deputato al Congresso dal 1983 al 2001.

Nel 2000 si candidò poi per la nomination repubblicana ma – senza fondi e privo appoggi consistenti – finì per ritirarsi quasi subito, dando il suo endorsement a George Walker Bush.

Dopo un lungo intervallo dall’agone politico, Kasich decise di rientrarvi, candidandosi a governatore dell’Ohio, in occasione delle elezioni del 2009.

Messa su dunque una coalizione che andava dall’establishment repubblicano al neonato Tea Party, si scontrò duramente con il governatore uscente, il democratico Ted Strickland, che godeva dell’appoggio dei sindacati.

Alla fine il nostro riuscì a spuntarla, potendo inaugurare così il suo mandato.

Un mandato amministrativo che – va detto – si è rivelato efficace sotto svariati punti di vista e che si è primariamente contraddistinto per l’attuazione di politiche economiche di stampo generalmente liberista (soprattutto sul fronte fiscale): ha ridotto difatti notevolmente la tassazione, favorendo inoltre l’incremento dei posti di lavoro, senza aumentare la spesa pubblica ma – anzi – attraverso facilitazioni per il settore privato.

A questo ha inoltre solitamente associato prospettive conservatrici in materia etica: dall’opposizione al same sex marriage all’approvazione di misure restrittive nei confronti dell’aborto.

Il tutto basterà a garantirgli la nomination?

Difficile dirlo.

Anche perché, a fronte di alcuni indubbi successi, Kasich ha comunque non pochi grattacapi.

Innanzitutto, a livello meramente generale, la sua attività governatoriale di per sé non lo rende poi così differente, rispetto ad altri suoi competitor (si pensi, per esempio, all’ex governatore dell’Arkansas, Mike Huckabee, o all’ex governatore del Texas, Rick Perry).

Inoltre, entrando più nello specifico, a ben guardare, sotto alcuni punti di vista, Kasich potrebbe avere dei problemi proprio dalla sua esperienza governativa.

In primo luogo, troviamo la questione sindacale.

E’ senz’altro vero che – come accennato – nel 2010 riuscì a sconfiggere i democratici, ampiamente supportati dai sindacati.

Ma quando nel 2011 propose un disegno di legge finalizzato a limitare le contrattazioni sindacali collettive, fu sonoramente sconfitto per via referendaria.

Una sconfitta che potrebbe pesare non poco in un eventuale (e assai probabile) confronto con uno degli attuali front runner dell’Elefantino: quello Scott Walker che – da governatore del Wisconsin– ha letteralmente demolito i sindacati a più riprese, nel nome di un reaganismo energico che lo accredita ad oggi come ‘uomo forte’ dinanzi all’elettorato conservatore.

In secondo luogo, un ulteriore problema risiede proprio nelle credenziali conservatrici di cui Kasich dovrebbe disporre.

Nonostante le suddette politiche di defiscalizzazione e un programma etico orientato a destra, il nostro si è in passato distinto per un sostanziale appoggio all’Obamacare.

Un appoggio che gli è costata la ribellione del Tea Party, il quale – in occasione delle elezioni del 2014 – ha cercato di boicottarlo, presentando un proprio candidato, Tom Zawitowsky.

Segno dunque di come l’abilità federativa che aveva contraddistinto Kasich in passato, sia ormai venuta in buona parte meno.

Senza poi contare, che il nostro non si è alienato soltanto le simpatie della destra libertaria ma anche di quella religiosa: ultimamente avrebbe difatti ammorbidito le proprie posizioni sul same sex marriage, attirandosi per questo le critiche dai circoli repubblicani più oltranzisti.

La discesa in campo di John Kasich non promette al momento grandiosi sconvolgimenti.

Sembra, più che altro, aggravare le condizioni (già complicate) di un partito sempre più sull’orlo di una crisi di nervi.

Un partito confuso, in cui la bufera dell’estremismo sembra ogni giorno maggiore: un partito in cui populisti col toupet volano nei sondaggi, in cui la destra religiosa alza rabbiosamente la voce e in cui i candidati moderati appaiono attualmente spaesati (non si se per paura o per strategia).

Ebbene, in tutto questo marasma (degno di un ospedale psichiatrico), una domanda sorge spontanea: ma il GOP ha veramente bisogno della candidatura di John Kasich?

Da: www.dissensiediscordanze.it

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